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Resistenza

La Resistenza è donna, un ruolo strategico nonostante il patriarcato

Esattamente come è avvenuto nelle altre discipline accademiche, anche la storiografia ha risentito dell’impronta patriarcale. Sono poche le donne che figurano nei manuali e nei saggi storici e non solo in conseguenza della subalternità cui la società le ha costrette. Anche quando hanno giocato ruoli centrali e importanti, la narrazione improntata al maschile ha sminuito e messo in secondo piano la valenza delle donne, senza il cui operato, invece, la storia stessa avrebbe preso una direzione diversa.

Uno dei casi più eclatanti è quello della lotta di Liberazione dal nazifascismo tra il 1943 e il 1945 in Italia, dove le donne hanno avuto un ruolo strategico, contribuendo in modo significativo alla vittoria della Resistenza.

Soltanto negli ultimi anni, però, anche grazie al lavoro di storiche, l’importanza dell’azione femminile nella Resistenza è stata riconsiderata, al punto che la stessa ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia) sul proprio sito lamenta: “Questa sottovalutazione riguarda lo svolgersi della lotta e soprattutto ciò che accade dopo la conclusione vittoriosa di essa: pochissime (…) sono le donne alle quali sarà riconosciuta la qualifica di partigiana combattente, nonostante un impegno, nei fatti, molto più significativo”.

Resistenza al femminile, una narrazione stereotipata

Fino a non molti anni fa la narrazione storica del contributo delle donne alla Resistenza ha risentito dei classici stereotipi patriarcali.

Il ruolo delle donne è sempre stato considerato “ausiliario” e questo per due ragioni: da un lato la considerazione dei fatti bellici come esclusivo appannaggio maschile, dall’altro (e proprio in conseguenza del primo punto) il mancato approfondimento sulle mansioni attribuite alle donne all’interno di una complessiva analisi delle ragioni che hanno condotto alla liberazione.

La questione è stata affrontata molto superficialmente, sostenendo che le donne abbiano svolto “meri” compiti di cura, come l’assistenza ai feriti, il reperimento del cibo o la custodia in clandestinità di persone ricercate, ebrei o partigiani che fossero. Una fotografia che al tempo stesso è non esaustiva e piuttosto distorta.

Il primo dato falso riguarda il combattimento. Un retaggio culturale che vuole le donne mansuete e non avvezze alle armi ha offuscato un fatto incontrovertibile: sono state 35mila le partigiane combattenti riconosciute, alcune di queste anche con ruoli di comando nelle formazioni partigiane, a fronte di 150mila uomini. La stessa ANPI suggerisce che il dato va considerato in difetto, poiché l’imprinting patriarcale nel secondo Dopoguerra ha inciso anche sul riconoscimento del ruolo di combattenti.

Walkiria Terradura Vannarelli

A corredo di questo dato ce ne sono altri che forse risulteranno più persuasivi: sono 1700 le donne ferite e 2900 quelle fucilate o cadute in combattimento. Non è vero, dunque, che le partigiane se ne stavano nascoste a rammendare calzoni. Un esempio concreto è quello di Carla Capponi, partigiana romana, vicecomandante col grado di capitano e medaglia d’oro al valor militare. Quando i compagni di brigata si rifiutarono di darle un’arma in quanto donna, non esitò a procurarsela in autonomia rubandola ad un milite della Guardia Nazionale Repubblicana sopra un autobus affollato.

Il secondo punto riguarda la valenza strategica di ciò che le donne hanno fatto durante la Resistenza.

Chi ha un minimo di nozioni belliche sa che il tempo dello scontro a fuoco è una percentuale molto piccola di tutta la durata di una guerra, mentre assai più rilevanti e importanti, anche in termini di tempo, sono le attività logistiche, il reperimento di informazioni, la consegna di messaggi o armamenti, gli approvvigionamenti, la pianificazione di azioni, il proselitismo, la propaganda, i sabotaggi e gli spionaggi: tutte attività che hanno visto in prima linea le donne.

Una storia esaltante è quella di Walkiria Terradura Vannarelli, partigiana perugina insignita della medaglia d’argento al valor militare. Dopo aver salvato il padre Gustavo da un’irruzione dei fascisti che volevano arrestarlo, si arruolò nella Resistenza e maturò una certa passione nel minare e far saltare i ponti. Per questa attività collezionò ben otto mandati di cattura dei nazisti.

Le cosiddette “staffette”, cioè coloro che hanno svolto mansioni di comunicazione e raccordo tra i diversi gruppi partigiani, sono state le persone più esposte, poiché costrette a muoversi allo scoperto, in condizioni pericolosissime, quasi sempre disarmate, quindi alla mercé della violenza dei militi nazifascisti. E lo hanno fatto da “volontarie a pieno titolo nella Resistenza”, come hanno sottolineato le storiche Anna Bravo e Anna Maria Bruzzone, poiché non sottoposte ai bandi di reclutamento e, in generale, non obbligate a fuggire o nascondersi.

La “coscienza di genere” usata come arma

Perché le donne hanno ricoperto i ruoli più pericolosi come quello delle staffette? A ben vedere ciò è dovuto proprio ad uno stereotipo di genere, lo stesso per il quale la guerra è “una cosa da uomini”. In un certo senso, quindi, è stato proprio il patriarcato ad attribuire indirettamente e involontariamente una valenza strategica alle donne durante la Resistenza.

La credenza che le donne fossero persone che col conflitto non avessero nulla a che fare ha permesso loro di svolgere mansioni fondamentali come la consegna di messaggi e armamenti, senza i quali la comunicazione di ciò che avveniva, la richiesta di rinforzi, le soffiate sui rastrellamenti ed altre informazioni essenziali non sarebbero state trasmesse, facendo della disfatta un’eventualità non remota.

Il tutto in un contesto denso di tensione, ma ancora di più con la consapevolezza che, oltre al rischio di essere scoperte e finire torturate e uccise (come purtroppo è accaduto molte volte), il pericolo era anche quello di essere considerate “bottino di guerra”, quindi stuprate per il mero esercizio di potere patriarcale.

Su questi temi esiste una vasta raccolta di testimonianze, sia letterarie (come “L’Agnese va a morire” di Renata Viganò), sia cinematografiche (come il documentario “Il cestino delle mele”, Fuoricampo 2002).

A ben vedere, dunque, le partigiane hanno accettato il ruolo di staffette in virtù di una “coscienza di genere”, che è stata usata a vantaggio della causa antifascista.

Un episodio piuttosto emblematico in merito avvenne la notte del 22 marzo 1945. Un’unità partigiana decise che era giunto il momento di disarmare le brigate nere che alloggiavano nella caserma di Sant’Agostino, in provincia di Ferrara. Albertina Girotti, nome di battaglia “Bruna”, faceva parte della formazione e la sua presenza era fondamentale per trovare il modo di accedere alla caserma al cui interno erano barricati i militi. Fu lei che bussò al portone e, quando da dentro risposero, disse di aver forato la gomma della bicicletta e di aver bisogno di aiuto. La porta si aprì subito e, con grande precisione, Albertina freddò due militi con un colpo al petto. Purtroppo un terzo, avvertiti gli spari, si precipitò giù dalle scale e sparò una raffica che uccise la partigiana.

La violenza: l’accanimento contro le donne

Ogni guerra è scenario di violenze indicibili, soprattutto a danno della popolazione civile. Ne ha fatto esperienza la comunità di Monte Sole, borgo del primo Appennino bolognese, dove nell’autunno del 1944 si è consumato il più grande eccidio di civili in Italia durante il secondo conflitto mondiale, noto come la strage di Marzabotto. In seguito ad un rastrellamento nazifascista furono uccise 770 persone, di cui 216 tra bambini e bambine, 142 ultrasessantenni, 316 donne. Il bilancio di genere delle vittime parla da solo.

La misura dell’efferatezza contro le donne, però, è ancora più riscontrabile nel trattamento riservato alle partigiane catturate, sia durante i rastrellamenti che in seguito ad azioni armate.

Sono tante le storie agghiaccianti che narrano delle violenze subite dalle partigiane e alcune richiedono uno stomaco forte per essere ascoltate.

La più nota è senza dubbio quella di Irma Bandiera, nome di battaglia “Mimma”, che fu arrestata nell’agosto del 1944 mentre stava tornando nella sua casa di Funo di Argelato, in provincia di Bologna. La donna fu torturata per sei giorni allo scopo di estorcerle informazioni sui suoi compagni partigiani. Di fronte al silenzio, i suoi aguzzini non si fecero scrupolo a cavarle gli occhi e la vita, ma senza essere riusciti a farla parlare.

Un trattamento simile fu riservato a Modesta Rossi, la cui storia viene raccontata da una suggestiva canzone della Casa del Vento insieme a Giovanna Marini. Partigiana della Banda Renzino, Modesta si trovò a tu per tu con i nazifascisti durante un rastrellamento nell’aretino. Rifiutatasi di fornire informazioni sui partigiani della zona, le belve la costrinsero ad assistere all’uccisione del figlio di 13 mesi che teneva in braccio, poi la finirono a pugnalate.

La partigiana trentina Clorinda Menguzzato, nome di battaglia “Veglia”, fu stuprata e fatta azzannare dai cani a soli vent’anni. Nonostante ciò non parlò e venne fucilata. La stessa sorte toccò all’udinese Cecilia Deganutti, nota come “Giovanna D’Arco” o “Rita”. Per le sue attività di spionaggio fu torturata fino ad avere un occhio lesionato e subì una sorte atroce, arsa viva alla Risiera di San Sabba.

Altre partigiane, di fronte a questo destino, preferirono togliersi la vita prima di finire nelle mani nazifasciste. È il caso di Iris Versari, ferita nell’agosto del 1944, braccata con i compagni in un casa nella quale si suicidò prima di cedere al nemico.

In altri casi ancora, ci fu chi rifiutò il “privilegio” riservato alle donne, in quanto “sesso debole”. Così fece Livia Bianchi, partigiana rodigina con nome di battaglia “Franca” che, arrestata nel gennaio 1945 in seguito ad una delazione, rifiutò la grazia ed affrontò la fucilazione insieme ai suoi compagni.

Perché tanto accanimento nei confronti delle donne? Una possibile spiegazione richiama in causa il patriarcato.

La considerazione della donna come inferiore nell’ideologia nazifascista, la sessualizzazione nei confronti delle prigioniere, la consapevolezza dei ruoli strategici ricoperti dalle donne, ma anche (è plausibilissimo) l’orgoglio virile ferito per essersi fatti fregare o raggirare da partigiane scaltre e intelligenti, può spiegare – e non certo giustificare – trattamenti particolarmente efferati come meno frequentemente venivano riservati ai partigiani, spesso velocemente passati per le armi.

Assai spesso i cadaveri violati e mutilati delle donne venivano esposti in pubblico come monito, nel tentativo di scoraggiare altre dal tentare imprese resistenziali. Peccato, però, che in più di un’occasione l’indignazione per quello scempio abbia motivato le donne ad entrare tra le fila dei ribelli. Così avvenne, ad esempio, in seguito al vero e proprio scempio fatto sul corpo di Gabriella Degli Esposti Reverberi, nome di battaglia “Balella”. Fu catturata in un rastrellamento e torturata nonostante fosse incinta. Venne seviziata e il suo cadavere venne trovato senza occhi, con i seni tagliati, i capelli rasati e il ventre squarciato. La barbara uccisione di Gabriella indusse molte donne della zona del modenese a unirsi ai partigiani: così si costituì il distaccamento femminile “Gabriella Degli Esposti”, probabilmente l’unica formazione partigiana formata esclusivamente da donne.

Lo Ypj ante-litteram: i Gruppi di Difesa della Donna

Qualche anno fa, nella scia della stagione degli attentati dell’Isis, la stampa italiana aveva mostrato una discreta curiosità per le Ypj, le formazioni di donne curde che in Rojava e nel resto del Kurdistan siriano avevano imbracciato le armi.

Ai giornalisti italiani deve essere sembrato piuttosto esotico che delle donne seguissero una formazione militare e scendessero in prima linea per difendere il territorio. L’interesse nostrano è stato assai meno rilevante per il modello di società per cui le donne curde si battevano (e si battono), ovvero il confederalismo democratico che, tra i suoi principi e le sue pratiche, ha una parità di genere non solo nominale.

Eppure, traducendo l’acronimo Ypj, a qualcuno sarebbe potuto suonare un campanello. Yekîneyên Parastina Jin (Ypj) significa Unità di Difesa delle Donne, un nome molto simile ad un’organizzazione che aveva fatto la sua comparsa in Italia durante la Resistenza: Gruppi di Difesa della Donna.

È molto interessante la descrizione, attraverso la ricostruzione degli storici, che l’Anpi ne dà e che evidenzia le analogie con le Ypj. I Gruppi di Difesa della Donna nacquero a Milano e Torino nel novembre del 1943, ma ben presto si diffusero in tutta Italia. A fondarli furono donne di diverse provenienze politiche, come la comunista Lina Fibbi, la socialista Pina Palumbo e l’esponente del Partito d’Azione Ada Gobetti. Inizialmente, il nome per esteso dell’organizzazione era “Gruppi di Difesa della Donna e per l’assistenza dei combattenti della libertà”, ma ben presto Ada Gobetti contestò la parola “assistenza”, che avrebbe relegato le donne ad un ruolo ausiliario e subalterno. Come abbiamo visto, il ruolo delle donne nella Resistenza è stato tutt’altro che ausiliario, impegnate come furono anche nella lotta armata.

Tra le altre attività, ce ne furono tre particolarmente rilevanti. La prima fu il mutualismo. I Gruppi di Difesa della Donna si occuparono di aiutare le famiglie dei partigiani, dei fucilati, dei carcerati o degli internati in Germania.

La seconda fu la contro-propaganda, attraverso pubblicazioni, ma soprattutto attraverso l’organizzazione di manifestazioni che ebbero un ruolo rilevante nell’orientare l’opinione pubblica e minare il consenso del regime. Gli scioperi e le manifestazioni delle donne nel 1944 contro il carovita, la borsa nera e la leva obbligatoria nella Repubblica Sociale Italiana si manifestarono come un’ondata di proteste che diede un duro colpo al fascismo e all’occupazione tedesca.

La terza attività fu forse la più significativa, perché conteneva il germe del femminismo, che si svilupperà in Italia negli anni seguenti. L’azione dei Gruppi di Difesa della Donna era orientata alla parità di genere. Le donne si batterono espressamente per la loro condizione, in un Paese che non aveva ancora dato loro il diritto di voto. Le rivendicazioni riguardavano la proibizione delle forme più pesanti di sfruttamento, l’uguaglianza di retribuzione, l’accesso delle donne a qualsiasi impiego, la possibilità di partecipare a qualsiasi organizzazione politica o sindacale in condizione di parità, la realizzazione di asili o strutture che emancipassero le donne dalla custodia dei figli e, ovviamente, il suffragio universale.

È stato dunque durante la Resistenza che le donne italiane hanno maturato la consapevolezza dei propri diritti e hanno iniziato una lotta di liberazione che, per loro, non è finita il 25 aprile del 1945, ma prosegue tuttora.

Alessandro Canella, classe 1980, è un giornalista radiofonico, attualmente direttore di Radio Città Fujiko di Bologna, una delle più longeve esperienze radiofoniche indipendenti in Italia. Ha collaborato anche con altre testate, come Jacobin Italia e MicroMega.

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