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cimitero di feti

I “cimiteri dei feti” sono una violenza silenziosa contro la libertà di scelta

Immagine in copertina di Federica Giglio (In buona fede)

«“Signora il fetino sta qui da noi.”
“Ma come da voi?”
“Signora noi li teniamo perché a volte i genitori ci ripensano. Stia tranquilla anche se lei non ha firmato per sepoltura, il feto verrà comunque seppellito per beneficenza. Non si preoccupi avrà un suo posto con una sua croce e lo troverà con il suo nome”.
“Scusi ma quale nome? Non l’ho registrato. È nato morto.”
“Il suo signora. Stia tranquilla la chiameremo noi quando sarà spostato al cimitero”» 1)

(Marta Loi, 28 settembre 2020)

È con questa conversazione che Marta Loi ha scoperto e poi denunciato pubblicamente sul suo profilo Facebook che al Cimitero Flaminio era presente una croce con su scritto il suo nome. Una croce sotto la quale non era riportata la sua salma ma quella del feto che aveva abortito a seguito di un’IVG terapeutico avvenuta 7 mesi prima. Il caso venne riportato da tutte le testate nazionali oltre ad essere amplificato ulteriormente dal fatto che molte altre donne cominciarono a denunciare.

Questa reazione a catena è riuscita in pochissimo a generare un #MeToo mediatico legato a questa pratica che è riuscito a scoperchiare una violenza sopita, nascosta, silenziosa. Una violenza che, a distanza di mesi dalla denuncia di Marta, va ancora avanti: molto meno scalpore ha fatto la risposta del Comune di Roma e di AMA-Cimiteri Capitolini a questo scandalo. In un altro post sulla sua bacheca Facebook 2), è la stessa Marta che racconta come l’intera faccendo sia stata ridotta ad una questione di privacy: tutto è rimasto come prima, tranne il fatto che ora al posto del nome della madre è riportato quello di un codice alfanumerico.

È da tempo che vogliamo trovare il tempo e il modo per rispondere alle tante domande che ci vengono poste sotto le notizie che riportiamo dalla nostra pagina sui cosiddetti “cimiteri dei feti” o “giardini degli angeli”. Moltə ci chiedono come mai continuiamo a definire tutto ciò una violenza. Proprio perchè ogni aborto è diverso dall’altro e non siamo noi a dover decidere per altrə come dover elaborare il periodo post-IVG, è necessario fare una precisazione: non è lo spazio di inumazione dove, se richiesto dai genitori, si provvedealla sepoltura dei feti (a tutti gli effetti, materiale abortivo che gli ospedali devono smaltire) che in sè configura una violenza. È la gestione di questi spazida parte di associazioni anti-choice che la rendono un’affermazione violenta della retorica antiabortista.

Come vedremo a breve, queste associazioni non solo scavalcano il consenso dei genitori, prendendo decisioni in totale autonomia da loro, ma attraverso l’operazione del “cimitero dei feti” amplificano ancor più la narrazione dell’aborto come una forma di violenza verso il feto. È proprio questa retorica alla base dei “cimiteri dei feti” che aggiunge un ulteriore tassello a tutta quella serie di violenze, fisiche e psicologiche, che si incontrano all’interno degli ospedali prima e durante l’aborto. Non solo siamo costrettə ad un percorso ad ostacoli che si articola dal momento in cui richiediamo il certificato di IVG fino al giorno dell’operazione quando sperimentiamo sulla nostra pelle quella percentuale di circa il 70% di personale obiettore di coscienza negli ospedali pubblici. Come racconta Marta, a mesi di distanza dall’operazione, c’è chi ha scoperto che il materiale abortivo derivante da quell’IVG è stato sepolto sotto una croce e messo accanto ad una distesa di altre croci.

Così, il proprioaborto non è più una questione privata che riguarda il rapporto personale che si vive col proprio corpo e con la propria sfera intima,alla base di ogni libera scelta sulla gravidanza. Al contrario, l’aborto diventa una questione di dominio pubblico: proprio in virtùdella presunta violenza verso un “bambino mai nato”, l’aborto non può che concludersi che così, con l’apposizione di un cippo tombale a forma di croce (a prescindere dal proprio credo, sia ben chiaro) da esporre in un cimitero.

Se si prende per vero, come ci raccontano le associazioni anti-choice, che il feto è un “bambino mai nato”, allora il rapporto della gestante con il proprio aborto non entra a far parte dell’equazione e il suo diritto di scelta viene prevaricato attraverso l’uso di una retorica che non è affatto neutra. Una retorica che, negando il diritto di scelta di chi abortisce e mettendo al centro il feto, definiamo non a caso anti-choice.

Ma chi sono le associazioni anti-choice dietro l’organizzazione di questi spazi di inumazione? In che contesto legislativo riescono ad agire? Il primo spazio dedicato all’inumazione dei “prodotti abortivi” è stato inaugurato nel 2000 dall’associazione cattolica di volontariato “Difendere la vita con Maria” (Advm). Da allora, come ci ricorda Jennifer Guerra 3), l’associazione vanta 3mila aderenti, 60 sedi locali e, soprattutto, di aver sepolto 200mila “bambini mai nati”. All’interno della galassia di associazioni anti-choice, negli ultimi vent’anni, Advm si è specializzata nella creazione di spazi dedicati alla sepoltura dei feti, chiamati anche “giardini degli angeli” o “cimiteri dei bambini mai nati”.

Il riferimento esplicito ad un “bambino mai nato” o un “angelo” richiama non a caso ad un universo simbolico dal forte connotato religioso e che non lascia dubbi sul fatto che l’intento dell’associazione sia quello di limitare la libertà di scelta di chi decide di abortire e di imporre un proprio punto di vista con quell’esperienza fortemente vincolato ad una simbologia cattolica. Il materiale abortivo sepolto diventa un “bambino mai nato” o un “angelo” e, allo stesso modo, lo spazio dove viene inumato diventa a tutti gli effetti un “cimitero”. Anzi, quello spazio a cielo aperto è forse anche più di un cimitero. È un messaggio forte e chiaro che, a poco più di quarant’anni dall’approvazione della legge 194/78 che legalizza l’aborto in Italia, viene lanciato a tutto il paese: l’IVG non può che essere considerato un omicidio o, peggio ancora, l’abbandono del corpo inerme di un bambino da parte di una madre che si è macchiata di infanticidio.

Per rendere effettivo e così diffuso la pratica dell’inumazione dei prodotti abortivi, c’è bisogno anche della formalizzazione di questo sistema anche su un piano giuridico e legale. Il quadro legislativo in cui si muove Advm è limitato a pochi articoli, estremamente generici e volutamente ambigui, di regolamenti che lasciano un’agibilità e una discrezionalità impressionanti. Infatti, gli articoli 7 e 50 del regolamento di polizia mortuaria del 1990 4) regolano il seppelimento nel cimitero dei prodotti abortivi dando una specifica regolamentazione a seconda dell’età del feto: «i prodotti abortivi di presunta età di gestazione dalle 20 alle 28 settimane complete e dei feti che abbiano presumibilmente compiuto 28 settimane di età intrauterina» sono competenza dell’unità sanitaria locale che ne regolano i permessi di trasporto e di seppellimento mentre, «su richiesta dei genitori nel cimitero possono essere raccolti con la stessa procedura anche prodotti del concepimento di presunta età inferiore alle 20 settimane».

Nei casi riportati sopra «i parenti o chi per essi sono tenuti a presentare, entro 24 ore dall’espulsione od estrazione del feto, domanda di seppellimento alla unità sanitaria locale accompagnata da certificato medico che indichi la presunta età di gestazione ed il peso del feto.» In altre parole, fino alla 28esima settimana, il regolamento prevede che si possa fare esplicita richiesta entro le 24 ore dall’aborto in modo da stabilire un seppelimento diverso da quello effettuato altrimenti dall’ASL che ha un suo protocollo di gestione dei rifiuti sanitari (regolato dal Decreto del Presidente della Repubblica n.254 del 15 luglio 2003 5)).

L’associazione ribalta questo quadro interpretativo avvalendosi abilmente della possibilità di poter essere delegati al seppellimento in virtù di quella locuzione “chi per essi” presente nel regolamento di polizia mortuaria. Non solo. Proprio in virtù del fatto che all’interno del D.P.R n.254/2003 sulla gestione dei rifiuti sanitari si fa esplicito riferimento alla possibilità di seppellire o cremare «parti anatomiche riconoscibili», l’associazione si spinge oltre: il feto non è solo un rifiuto sanitario ma, senza alcun dubbio, «manifesta infatti, fin da epoca molto precoce, forme morfologicamente umane e, pur quando si distacchi in modo non integro dal corpo materno, le sue piccole parti manifestano egualmente forme morfologicamente umane».

È proprio questo passaggio che tradisce la retorica anti-choice che è al centro di quello che racchiude tutta la questione dei “cimiteri dei feti”: il diritto del feto ad essere considerato una soggettività giuridica e dunque il suo “diritto alla vita” come concepito. A mettere le basi di questo concetto è lo storico processo a Gigliola Pierobon 6), sentenza con la quale viene depenalizzato di fatto l’aborto, al tempo illegale, ma che allude anche al conflitto di interessi tra il diritto alla vita del feto e a quello di poter decidere come madre sul proprio corpo fecondato ed interrompere una gravidanza. Oramai da decenni, le associazioni anti-choice hanno rinunciato ad agire per l’abrogazione diretta della legge 194/78, agendo invece attraverso altre strategie 7)): non potendo muoversi sul piano formale, lo smantellamento della legge avviene su un piano meno visibile, celato spesso alla vista dell’opinione pubblica nazionale. Le azioni delle associazioni anti-choice sulle amministrazioni comunali sono molteplici 8) ma hanno tutte lo stesso obiettivo: quello di limitare la libertà di scelta e rendere inapplicabile nei territori la legge 194/78 e dunque il diritto ad un aborto sicuro e garantito.

Vediamo messo in pratica questo principio, ad esempio, quando vengono approvate le ordinanze “a favore della cultura e della difesa della vita” o assegni per chi decide di non abortire. Oppure attraverso i finanziamento pubblici elargiti ai Centri di Aiuto alla Vita (CAV) che invece di aiutare a prendere liberamente una scelta tentano di convincere chi vi si rivolge a non abortire proponendo soluzioni alternative. O, infine, lo vediamo messo in pratica quando un’amministrazione comunale decide di stipulare convenzioni con Advm per l’inaugurazione nel proprio territorio comunale di un “cimitero dei feti”. Convenzioni che continuano ad essere stipulate anche ora 9), a mesi di distanza dalla denuncia pubblica di Marta, e che consistono in accordi tra il Comune e l’associazione. Mentre il Comune si impegna a mettere a disposizione un terreno all’interno di un cimitero pubblico, Advm provvede a titolo gratuito all’inumazione del materiale abortivo prendendo di fatto il posto dell’ASL nello smaltimento di questi rifiuti sanitari. All’interno dei protocolli, è ovviamente presente un accordo privilegiato per poter usufruire della possibilità di fare richiesta esplicita in quanto “chi per essi” che entro le 24 ore dal momento dell’operazione hanno diritto per legge e possono quindi farsi carico dell’inumazione del materiale abortivo.

Questo aspetto a noi sembra rappresentare l’aspetto più violento e problematico celato dietro l’apparente silenzio di un cimitero. Non smetteremo mai di ricordare come le scelte politiche in ambito medico-sanitario, anche se prese a livello locale, hanno un effetto diretto sull’accesso alle strutture nei territori. Nel momento in cui la sanità pubblica, gestita a livello regionale, è definanziata e non ci sono risorse per supportare l’attività dei consultori e dei reparti di ostetricia e ginecologia, abbiamo quanto più bisogno di un’informazione adeguata e strutture all’altezza per garantire realmente il diritto alla salute sessuale. Le amministrazioni comunali che finanziano direttamente o che stringono accordi con associazioni anti-choice non solo forniscono agibilità politica ed economica alle loro retoriche antiabortiste ma vanno verso una direzione opposta a quella del pieno accesso ai servizi in tema di diritti riproduttivi. In questo senso, pensiamo che stringere accordi con queste associazioni sia senza alcun dubbio una presa di posizione politica contro la libertà di autodeterminazione e di scelta. Ed è proprio di questo che parliamo quando chiamiamo i “giardini degli angeli” una violenza silenziosa.

Violenza perchè è un atto prepotente e vigliacco che sovvradetermina la libertà di scelta di chi ha praticato un aborto e silenziosa perchè agisce nell’ombra e nella quiete di un cimitero con la connivenza di amministrazioni locali e ASL che preferiscono stipulare accordi gratuiti con associazioni anti-choice piuttosto che garantire un reale accesso all’aborto e alla contraccezione attraverso campagne di informazione o lavoro sulle strutture di medicina territoriale.

Al silenzio colpevole delle istituzioni, noi rispondiamo con l’organizzazione dal basso e la messa in rete delle esperienze. Non è un caso che la storia di Marta abbia squarciato il velo di questo silenzio, portando alla luce quello che è in essere da almeno 20 anni, ossia da quando nasce Advm. In moltə si sono riconosciute nella storia di Marta, avendo vissuto esperienze simili ed hanno cominciato anche loro a denunciare, facendosi forze l’un l’altrə attraverso una forza che solo un impulso collettivo come quello generato dalla marea femminista può generare. È anche per questo che abbiamo sentito la necessità di scrivere: non solo per rispondere a chi commenta sotto i nostri post Facebook sul tema ma anche, e soprattutto, per dare voce a chi ci ha scritto in seguito a quello che è successo a Marta. I messaggi erano spesso richieste di informazioni sulla presenza di “giardini degli angeli” in una città specifica ma anche esperienze vissute in prima persona. Una in particolare ci ha colpito e crediamo riassuma perfettamente ciò che noi finora abbiamo chiamato con il nome di violenza e del perchè per noi lo sia:

«Due anni fa ho avuto un aborto terapeutico alla 21esima settimana. Il primo giorno di ricovero mi consegnano una carta e a voce mi riassumono questo: posso scegliere se seppellire il feto dove desidero, se ad esempio ho una tomba di famiglia, al costo di circa 2 mila euro, oppure posso farlo mettere nel ‘posto dei bambini’, secondo le loro testuali parole.

Scelgo la seconda opzione, immaginando erroneamente che questo posto, che non conosco perché abito in un Comune limitrofo e non in città, sia qualcosa di simile a dei loculi a parete. Mi dicono infine che verrà messo in una piccola modesta scatola di legno. Mi dicono anche che la tumulazione non sarà immediata, ma ci vorrà un po’ di tempo perché ‘aspettano di metterne insieme un po’ perché non fanno le consegne di volta in volta’, sempre testuali parole.

Fatto sta che ben un mese e mezzo dopo mi chiamano dall’ospedale per darmi la data in cui il feto verrà portato al cimitero. Nel darmi gli orari di ritrovo mi chiedono se il mio compagno ed io desideriamo accompagnare, seguendo con la nostra auto, il furgoncino che porterà il feto al cimitero. Dico di no, che ci recheremo direttamente in cimitero all’ora stabilita. La signora al telefono, un po’ stupita, mi richiede: ‘Ma sei sicura?’. Sempre erroneamente, visto che a suo tempo mi avevano detto che ne consegnavano un po’, immagino di trovare altre coppie, ma invece siamo solo noi due, il custode mi consegna un bigliettino con sopra scritto ‘campo aborti’ e una serie numerica.

Arriva un furgoncino, aprono la porta laterale e l’operatore estrae una piccola bara di legno, si avvicina un giovane operatore del cimitero che, con aria mesta prende la bara con una mano, nell’altra ha una croce con una targhetta metallica che riporta una serie numerica e la data del giorno in cui ho partorito un feto nato morto. Il mio compagno ha una specie di shock e, lui che è più mite ed educato di me, ed è pure credente mentre io non lo sono, inizia ad imprecare e a dire: ‘Bastardi, sono dei bastardi!’.

Seguiamo l’operatore fino ad un posto nel cimitero a noi sconosciuto finchè davanti a noi si apre una distesa di piccole croci e lapidine. Sono centinaia, lo spazio è identificato da un cartello che dice ‘campo in rotazione’. Come non bastasse arrivati al punto dove ci hanno condotto troviamo un buco rettangolare scavato nella terra, il mio compagno ed io ci pietrifichiamo. Lui per il resto del tempo è rimasto almeno dieci passi indietro mentre io mi sono messa vicino a questo giovane ragazzo che ha posato la bara nel buco. Ci ha guardato come se si aspettasse che noi facessimo qualcosa, così ho preso un pugno di terra e gliel’ho gettato sopra, poi lui ha iniziato a spalare per coprire il tutto e infine ci ha piantato la croce.

Ci ha lasciato soli, tra le lacrime e l’incredulità, non eravamo pronti a nulla del genere e sì che, quando facemmo il colloquio prima di affrontare l’interruzione, ci era stato spiegato tutto nel dettaglio eccetto questa parte. Siamo usciti dal cimitero frastornati e io ho voluto andare a prendere dei fiori, siamo rientrati e li abbiamo posati sul mucchietto di terra. Insomma, senza nemmeno saperlo prima, ci siamo ritrovati in una situazione surreale. Era trascorso un mese e mezzo e piano piano mi stavo riprendendo da ciò che avevamo vissuto (quando feci l’interruzione ho avuto un collasso e in seguito a casa degli attacchi di panico) e questo episodio ci ha ulteriormente straziati. Nell’anno successivo qualche volta su quella tomba ci sono ritornata, mentre il mio compagno in quel posto non ci ha più voluto mettere piede.»

Come nella storia di Marta e in quella di molte altre, è evidente che in questa testimonianza emerga la totale assenza di informazioni chiare da parte dell’ASL e una sensazione costante che la scelta di come vivere la fase post-IVG sia stata presa da altri, senza alcuna reale richiesta di un consenso informato.

La forza del movimento tranfemminista ci insegna che ribaltare il presente è possibile. In una data simbolica come quella dello sciopero globale transfemminista dell’8 marzo di quest’anno 10), abbiamo festeggiato la revoca da parte del Comune di Civitavecchia della determina dirigenziale che prevedeva la concessione di una parte del cimitero pubblico ad Advm che è un primo passo avanti. Nel momento in cui la polifonia di voci che racconta le molteplici storie di violenza prende forma in una mappa 11), pensiamo che la strada da seguire sia quella di imparare ascoltando dalle nostre sorelle e di cercare collettivamente delle strade per darci insieme delle risposte.

Perchè solo attraverso le lotte quotidiane e territoriali a partire dalle esperienze che viviamo sulla nostra pelle possiamo trasformare una singola voce in un grido di rabbia e di sfida contro il silenzio assordante che avvolge storie come quella dei “cimiteri dei feti”. Perchè a raccontare i nostri aborti e a viverli in prima persona, continuiamo ad essere noi. Le stesse persone che, in definitiva, esigono di essere liberə di scegliere sulla propria vita prima, durante e dopo l’IVG!

Note

Note
1 https://www.facebook.com/marta.loi.92/posts/10224039707042913
2 [2] https://www.facebook.com/marta.loi.92/posts/10224485463106536
3 https://thevision.com/attualita/cimiteri-feti-donne/
4 http://presidenza.governo.it/USRI/ufficio_studi/normativa/D.P.R.%2010%20settembre%201990,%20n.%20285.pdf
5 https://www.ambientediritto.it/Legislazione/Rifiuti/2003/dpr%202003%20n.254.htm
6 Corte Costituzionale della Repubblica Italiana, sentenza n.27, 18 gennaio 1975
7 Per un approfondimento di come le associazioni anti-choice si stanno organizzando a livello nazionale ed europeo, consigliamo la lettura di “Dai consultori italiani al Parlamento Europeo. Neofondamentalismo pro-life: storia, alleanze, tecniche e discorsi” (T. Roma, “Obezione Respinta! Diritto alla salute e giustizia riproduttiva” (2020), Prospero Editore, a cura di C. Settembrini
8 Jennifer Guerra di The Vision racconta molto bene di come agiscono le associazioni anti-choice a livello locale in questo articolo: https://thevision.com/politica/piemonte-aborto-farmacologico/
9 L’ultima di cui abbiamo notizia diretta è stata stipulata ad inizio aprile 2021 a Vercelli: https://torino.repubblica.it/cronaca/2021/04/12/news/aborto_al_cimitero_di_vercelli_un_area_per_la_sepoltura_dei_bambini_mai_nati_-296197337/
10 https://www.facebook.com/nonunadimenoroma/posts/1864772957010896
11 Ringraziamo Jennifer Guerra per il lavoro fatto verso la creazione di questa mappa: https://www.google.it/maps/@41.6639651,8.608659,6z/data=!4m2!6m1!1s1lYzwnV6_gTzlwBQ1WpPACj3EM0C_MKSa

Obiezione Respinta è un progetto che dal 2017 mappa dell'obiezione di coscienza in Italia a partire dalle esperienze di chi l'ha vissuta sulla propria pelle. Negli anni ci siamo occupate di divulgazione su sessualità, contraccezione, IVG, tecnologie digitali, femminismo. Online ci trovi su obiezionerespinta.info, mentre offline ci trovi alla Limonaia-Zona Rosa di Pisa.

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