TOP
Il complotto

Racconto: Il complotto

CAPITOLO UNO

“Nonno, mi vedi? Io ti vedo”

“Sto cercando di inserire Skype”

“Non devi inserire nulla, mi vedi?”

“Mi dice scatta un’istantanea e poi c’è una faccia”

“Non cliccare nulla, ma mi vedi?”

“Senti io ci rinuncio, riproviamo domani”

“Ma se tu mi…”

Se c’è una cosa che questa pandemia ha messo in chiaro, oltre alle tremila che ha già messo in chiaro e lo sapete, è che questa cosa del remoto con i nonni non funziona tanto bene. I nonni ci hanno rimesso a questo giro sotto ogni punto di vista. Il mio mi riattacca in faccia regolarmente e neanche mi richiama perché gli viene proprio a schifo la vita. Mi sembra di essere tornata al liceo, con il tormentato di turno su cui mi struggo. Oh, una chiamata. No, non è mio nonno.

“Eri davanti al pc?”

“No, sono telepatica. Dove cazzo vuoi che sia: davanti ad uno schermo”

“Io sono fuori”

“Ma perché te sei un complottista di merda”

“Eccola, la serva del potere. Senti non ci sentiamo da un po’ e”

“Eh. E che ti aspetti? Mi sono rotta di fare l’attivista contro gli omeopatici antipatici come te”

“Senti ma non è che puoi sempre riversare tutta questa negatività nella conversazione. Comunque, è successa una cosa”

“Ne sono successe parecchie. Non si fa in tempo ad alzarsi la mattina che ci scappa l’evento storico”

“Se hai finito con le battutine sagaci”

“Ok”

“Sono in pericolo di vita”

“E chi non…ok, scusa”

“Non posso parlare su Skype, non è sicuro. Non scrivermi nulla neanche su WhatsApp. Ci vediamo alla S-Bahn di Tempelhof fra un’ora”

“Che ne sai che non ho da fare?”

“Ma se sei sempre davanti ad uno schermo, hai detto”

“Sì, ma studio e lavoro anche”

“Vieni o no?”

“Se prometti di metterti la mascherina”

Mi promise di sì e io mi iniziai a preparare, nel terrore che in qualche modo tutto questo avesse a che fare con Capitol Hill. Se qualcuno si sta chiedendo perché lo seguo, sarebbe il mio migliore amico, più o meno. Però la gente con questa pandemia è cambiata. Anche io, mi vesto del mio cinismo e delle mie mascherine super rad, mi piace distanziarmi dalla gente e passo le giornate a studiare come codificare con Pyton e come fare il culo al mio proprietario di casa: 200 euro in più della cifra legale mi fa pagare quel pezzo di tofu. Fuori fa un freddo terribile, ma la neve non attacca, come il buonsenso, e quindi ho solo 15 km di raggio di libertà grigia e umidiccia. C’è un tizio che lancia sassolini per non scivolare. Come da qualche tempo è tutto chiuso e fa un po’ tristezza, ma alle volte mi piace immaginare di trovarmi in una post-apocalissi dove abbiamo capito che il progresso dell’umanità non è Amazon prime e abbiamo bloccato la produzione inutile. Stavo godendomi uno dei rari momenti di idealismo quando lo vedo. Per poco non lo riconoscevo, con mascherina nera, guanti in lattice neri e visiera. “Sembri uscito da un porno bdsm low budget” “Shh…”” Ma non avevi detto che il Covid non esisteva, che diamine ci fai tutto bardato così?” “Eccome che c’è” “Non so bene come reagire a questa tua conversione alla realtà” “Spengi il cellulare” “No, perché mai” “Non voglio che ci sentano” “Senti o mi dici che cavolo sta succedendo o me ne torno a casa” “Che stavi facendo?” “Ero su Skype con mio nonno”

Alla parola nonno sembrò riprendersi un pochino. Il respiro affannoso si fece più dolce e potrei azzardarmi a dire che sotto quegli strati c’era il suo solito sorrisetto stupido. Mi disse che era contento di sapere che mio nonno fosse ancora vivo. “E i tuoi?” Tutto ok, gli ripeto, ma non è andata a tutti così. Fa un segno di assenso con il testone e mi indica il cancello del parco. Annuisco anche io, per risparmiare fiato, e mentre ci avviamo inizia a sciorinare la teoria complottista più bella che avessi sentito fino ad allora. E considerate che avevo passato il Capodanno a leggere le analisi dello Spiegel su Qanon e le pizzerie dei pedofili. Secondo Giovanni, di coronavirus si ammalavano solo quelli che loro volevano fare fuori. Loro erano loro, insomma, quelli che non ce lo dicono. E ora anche lui era nella lista. Perché aveva scritto delle cose prima che Parler chiudesse e ora loro sapevano tutto. “Ma che ci fai nei social di estrema destra lo sai solo te” “Non è questione di destra o sinistra qui. Io ho paura. Ieri l’altro ho letto un post e descriveva la mia routine e tutto quello che avrei fatto il giorno dopo. E l’ho letto dopo per caso. Capisci?” “No, onestamente non tanto” “C’è qualcuno che predice il futuro o che mi conosce così bene che mi sta manipolando, adesso” “Un tantino inquietante lo è” affermai, mentre osservavo con quale grazia una ragazza tedesca stava facendo windsurfing sull’asfalto a meno due gradi. Figurati che le fa il corona a questa.

“Mi stai ascoltando?”

“Sì, scusa. Dicevo, molto inquietante. Ma hai provato a denunciare alla polizia? Nel senso, se è stalking puoi” “Ma allora non mi ascolti” La ragazza si era levata il cappello e si stava scrollando i capelli che Garnier spostati. “Che palle le lesbiche” “Lo sai che sono bisessuale” “Si vabbè, hai capito che la polizia potrebbe essere piena di infiltrati?” “Fascisti ce ne sono sicuro” “Vedi!” “Ma io denuncerei comunque, senza pensarci due volte” “E io invece non lo faccio. Cerco solo di sopravvivere”. Oh, la ragazza se ne sta andando. “Ma da quanto va avanti questa cosa? Solo due giorni fa?” “C’è scritto che domani morirò di coronavirus” “Lo hai fatto un test?” “Eh, il test. Manderanno sicuramente qualcuno ad infettarmi. Anzi, potresti persino essere tu”. Il solo fatto che avesse potuto pensarlo mi fece ridere da matti. Urlò, dicendo che così lo inondavo di aerosol. “Non la prendere sul personale ma io non so quanto sono influenti questi e non so chi frequenti ora tu…” Non riuscii a mascherare la tristezza che mi colpì. Come una pandemia nel mezzo di una crisi ecologica mondiale. Marie se ne era andata via assieme alle mie speranze per il genere umano. “Scusa, lo so” “Cosa sai?” “A Marzo avevo ancora Facebook, sai, lo so di Marie”. Eravamo state assieme cinque anni, avevamo un contratto d’affitto a tempo indeterminato in zona Kotti. Ma Internet era a nome suo, e io ero dovuta ripiombare nelle fauci della gentrificazione e delle dating apps.

“Ma ora non vuoi perdere anche me, no?”

“Sai che mi stai facendo preoccupare davvero. Ma non ho capito cosa vuoi fare”

“Devo trovare il vaccino entro stasera e tu mi devi aiutare”

“Io?”

“Voi ipocondriaci avete sempre amici medici. Quello del Charitè che lavorava in dermatologia lo senti sempre?”

“Non sento quasi più nessuno ma ci posso provare. Ma è tutto senza senso, che mi invento?”

“Sono sicuro che qualcosa ti verrà in mente, sei un sacco intelligente”

Un po’ fu il complimento, un po’ no. Mi era veramente mancato. Ero certa che nessuno volesse attaccargli il covid ma allo stesso tempo non mi piaceva affatto quella storia dei social, e così decisi di aiutarlo. Tanto non avevo moltissimo da fare e mio nonno non mi avrebbe chiamata fino a domani.

CAPITOLO DUE

Come all’inizio di ogni avventura che si rispetti, ideammo un piano. Il piano era che avremmo chiamato tutti i centri di vaccinazione e avremmo cercato di farcene dare uno. Un piano geniale, degno di due menti geniali.

“Mi faresti vedere i post, dopo?” “Ho il cellulare scarico” “Non mi stai prendendo per i fondelli, vero?” No, è vero, si scarica sempre col freddo. Stasera puoi venire a cena da me e ti faccio vedere tutto dal pc. Ti devi fidare”

Alla fine, non stavamo facendo niente di illegale ma avevamo, come spesso succede, sottovalutato il nemico, ovvero la burocrazia tedesca. Questo mi ricordò un sacco quando ci incontrammo per la prima volta io e Giovanni, davanti al Job Center in fila, una mattina d’estate. Ma ora non ho tempo per raccontarvelo, perché dobbiamo trovare un vaccino.

“Ci dispiace, ma se lei rientra nelle categorie a rischio sarà la sua assicurazione sanitaria a contattarla. Non gestiamo noi le liste. Riceverà la stessa risposta da tutti i centri. Si faccia un test e poi rimanga in casa in attesa che la chiamino”

Provammo con l’ambasciata italiana ma c’era la segreteria telefonica. Il mio stomaco cominciava a brontolare e non avevo altre idee. Le dita delle mani mi si stavano congelando a forza di tenere il cellulare in mano e proposi di andarci a mangiare qualcosa. Lui disse che non aveva intenzione di togliersi la mascherina a meno che non avessimo mangiato ad almeno due metri di distanza. Lo disse come se mi stesse minacciando mentre era quello che io normalmente in queste circostanze avrei fatto. Accettai e ci mettemmo in cammino alla ricerca di qualcosa di aperto. Dopo un po’ che camminavamo in silenzio, ci imbattemmo in un cancello gotico aperto che invitava una lunga coda di persone, abbastanza distanti l’una dell’altra, dentro le sue fauci serpentesche. “In che via siamo?” chiesi “Alla fine della Ringbahnstrasse, perché?” “Credo che questo sia un centro covid”

Mi avvicinai (ma non troppo) all’ultimo della fila e chiesi se fosse in fila per il test o per il vaccino. “Vacuna” mi risponde, e mi fa il verso di farsi un vaccino.

“Certo che qui solitamente se paghi hai tutto prima e pare che il vaccino sia l’unica cosa dove il privato non ha la meglio” commentai ad alta voce. Giovanni annuì con la testa. Stavamo per andarcene quando un tizio ci chiama da dietro un cassonetto arancione.

“Hey you, italian?”

“Yes” gli risponde Giovanni, prendendosi uno spavento per l’improvvisa apparizione.

“Se voi pagare, seguite me”

“Hai il vaccino?”

“O qualcosa di meglio”

“Senti non ci serve la droga. Ci serve un vaccino”

“Seguite me”

Guardai Giovanni e in quel linguaggio telepatico che si sviluppa nei mesi freddi, decidemmo che tentar non nuoce e seguire quell’uomo avrebbe potuto essere una buona idea. Dopo 20 minuti di camminata non ne potevo più, stavamo quasi oltre Südkreuz, il mio stomaco era ancora vuoto e il tizio rispondeva solo con frasi fatte a qualsiasi nostra domanda.

“Seguite me”

“Senti, ma hai imparato l’italiano su Duolingo?”

Si girò di scatto. “No, brutta stronza. Sono tirolese e mi piace rimanere nel personaggio. Sono nato bilingue e comunque quell’app è buona per imparare l’inglese ed è gratuita. Ce ne fossero, con quel gufetto verde simpatico”

Mi pietrificai e non dissi altra parola in nessuna lingua. Giovanni ridacchiava. Giusto prima che andassi in ibernazione, arrivammo nella zona industriale. Fuori c’erano delle insegne luminose di una palestra e un’insegna in legno molto antica. Credo ci fosse scritto Dox ma la O in cima era tutta rovinata.

“Prego. F è nella stanza in fondo a destra”

Non posso descrivervi in poche parole il terrore mio e di Giovanni. Erano mesi che non vedevo una roba del genere. Ci saranno state un centinaio di persone all’interno del locale, che era grosso come camera mia. Qualcuno stava copulando ed era vestita di lattice nero, probabilmente nostalgici del Berghain, due nazisti stavano seduti su un ceppo di legno e sopra al balcone sedeva una hippie con in mano un pendolo che continuava a far oscillare. “Fareste bene a togliervi le mascherine” ci intimò, con degli occhi crudeli accerchiati di brillantini verdi. Sul braccio aveva un simbolo della pace. Me lo spalmò quasi in faccia per indicarmi la via. “F. è in bagno”. Mi tolsi la mascherina, la levai anche a Giovanni e trattenendo il fiato gli presi la mano e lo spinsi fino in fondo al corridoio. A destra c’era una porta con la maniglia sfondata con su scritto “Scheißhäuschen”. “Avanti” ci intimò una voce. “Moriremo?” chiesi a Giovanni e presi per un sì il suo silenzio.

Aprimmo la porta e invece la situazione si ribaltò. “Fusà!” “Giovannino” esclamò un signore paffutello sulla cinquantina, inciampando su un tavolino pieno di carta igienica e rovesciandola ovunque. “Che bello vederti!” “Vi conoscete?” chiesi, iniziando a rilassarmi nel mio giubbetto di pelle imbottito e godendomi il riscaldamento a palla. “Che vi serve, ragazzi?” “Vi conoscete?” ripetei, e probabilmente cominciai a sembrare il personaggio stupido. “Giovanni è un mio vecchio cliente” “Guarda uno dei motivi per cui mi dispiace aver smesso, è aver messo in difficoltà gente come te” “Sei carino, Giovannino, ma sai io sono e rimango un imprenditore” “E quindi ora spacci vaccini?” “Un po’ di tutto, prima mia moglie mi aiutava a fare l’amuchina in casa, poi anche quel progetto è fallito e quindi ora punto sulla salute più che altro, sai il lifestyle, la mia figliola mi aiuta un po’ con Instagram e finché la palestra è chiusa mio cugino me la presta come quartier generale. Ma, prego, sedetevi! Cosa posso fare per voi?” disse, rimettendo in ordine i rotoli di carta igienica e sedendosi su un cesso dorato. “Senti Fusà, loro mi vogliono uccidere. Mi serve un vaccino, non voglio morire” “Pfizer o Moderna?” “Secondo te quale è meglio?” “Eh, io faccio i diavoli ma mica i coperchi.

Secondo me il Pfizer ha una bottiglietta più elegante” “Allora facciamo il Pfizer” “Duemila Euro” “Ma scherzi?” “No, Giovannino, che credevi che costasse come l’emmeddì?” “No, ma duemila mica ce li ho” “Il mondo è pieno di ingiustizie. In alternativa ti posso proporre dei milk-shake bio e un abbonamento ad un app yoga per 10 euro al mese, o una lettura del pendolo” “Fusà ma che mi stai a dire! Questi mi vogliono uccidere! Guarda che anche io al Covid prima non ci credevo, ma è un’arma di Soros!” “Senti Giovannino a me vanno bene tutti, basta che paghino. Duemila euro la prima dose e se metto le mani sulla seconda sono altri duemila, e nel frattempo mi fai il favore di non rompere le palle” “Ma uno sconticino per un tuo vecchio cliente?”. F ci pensò per circa due minuti, mangiandosi le unghie, poi indicò me con le sue dita appena uscite dalla pedicure. “Si potrebbe pagare in natura, è la tua ragazza questa?”

Ci furono degli istanti che mi parvero anni in cui Giovanni mi guardò sconcertato e dispiaciuto e questo tizio guardava me. “No, pezzo di tofu, non sono la sua ragazza e mi sono altamente rotta le ovaie di queste scene da gangster dove la donna sta solo lì a sentire quello che dicono gli altri fino a che improvvisamente non diventa un oggetto sessuale. No, dico, ma ti pare la maniera? Non sono una cliente anche io? “

“Mi stai dicendo che è un no?”

“Molto più di un no, è una rivoluzione, stupido idiota” dissi e gli tirai un pugno. Lui, col sangue che gli colava dal naso, urlò: “Guardie!”. Presi di nuovo Giovanni per mano, e uscimmo alla velocità della luce letteralmente inseguiti dai nazisti. Li superammo dopo circa cinque minuti, nascondendoci dietro un’auto.

“Te sei di fuori” commentò Giovanni “non avrei mai lasciato che ti toccasse, ma magari ci si poteva ragionare, ora siamo spacciati” “Senti io mio salvo da sola” gli risposi con il sorriso più malefico che potessi inventarmi “e non siamo affatto spacciati” aggiunsi, aprendo il mio palmo destro e rivelando una dose di vaccino Pfizer. “No, ma io ti amo, come diamine hai fatto?” “Mentre aiutavo con la carta igienica in terra ho notato una boccetta in un angolo e non solo” “Cosa?” Ravanai un po’ nelle tasche dei pantaloni e gli mostrai due pasticche. “Queste sono cadute al nostro amico Tirolese”. Giovanni mi guardò come si guarda un miracolo e disse che mi avrebbe offerto lui l’halloumi, che sapeva fosse il mio preferito.

CAPITOLO TRE

La seconda parte del piano geniale era trovare qualcuno che avesse studiato infermieristica o medicina e che si fidasse di noi fino al punto di iniettare nel braccio di Giovanni quella fialetta, o almeno un pochino.

“Ah ma non c’è problema per quello” biascicò con la bocca piena di Döner. “La mia coinquilina è una tirocinante” “E cosa ti fa pensare che accetti?” “Credo che le farà piacere” “Addirittura”

L’halloumi scricchiolava sotto i miei denti mentre pensavo a quanto stessi bene. Era dalla prima ondata che non sentivo una carica di adrenalina per qualcosa di bello. Perché tutto sommato era stato bello. Forse era stato tutto finto ma a me stava iniziando proprio a piacere. Quando mia sorella mi venne a trovare il primo anno a Berlino disse che l’halloumi non era formaggio e che sembrava plastica. Certamente non è una burrata, ma io avevo già iniziato ad averlo come standard e in alcune hamburgherie lo trovavo in realtà assai buono. Non saprò mai se l’halloumi mi piace davvero o voglio far finta che il formaggio più facile da trovare ai take away per una vegetariana a Berlino sia una cosa buonissima. Non lo saprò mai. Mi godevo ogni morso mentre le mani fuori dai guanti cominciavano ad arrossarsi e i fiocchi cominciavano a scendere. Il rumore che l’halloumi fa sui denti è molto simile a quello degli scarponi sulla neve. Non so se ci avete mai fatto caso.

“Lo vuoi l’ultimo goccio di Mate?” “No, grazie, tengo le mani in tasca” dissi e, invece di tirarmi su la mascherina, iniziai a cercare di catturare i fiocchi di neve con la lingua. “Sei silenziosa” commentò Giovanni. “Sto bene” risposi “sto stranamente molto bene”. Erano circa le tre e ci ritrovavamo al punto di partenza, nella stazione di Tempelhof.

“Io non prendo la S-bahn, vado a piedi” gli spiegai. “Ah, anche io” “Ma come? Dove stai?” “Mi sono trasferito su Tempelhofer Damm, parecchio in fondo in quella direzione, tre stazioni, ma preferisco andare a piedi” “Ma allora stiamo vicini! Ti accompagno” “Allora già che ci sei rimani fino a cena, mi sei mancata come non so che” “Sì, alla fine non ha senso fare avanti e indietro”. Si levò la mascherina per farmi la linguaccia. “Ok, mi sei mancato anche tu”. Eccome se mi era mancato.

La strada non era completamente deserta. Per pranzo qualcuno aveva aperto per l’asporto e quelle poche lucine di Natale dimenticate sui balconi rendevano più piacevole il fatto che il buio arrivasse così presto. Una parte di me era curiosissima di vedere i post del complotto e svelare l’arcano, l’altra aveva il terrore di farlo. Che c’è al di là, una volta levato il velo? Uno stalker, una pandemia, un sacco di morti a caso. Io volevo continuare a tirare i pugni ai cattivi. Giovanni mi stava parlando del pacco che gli aveva mandato sua madre e del menù che poteva offrirmi per la serata. La prospettiva del latte con i pan di stelle era qualcosa di simile al nirvana, ma più che altro non vedevo l’ora di passare un pomeriggio di scazzo e avventura.

“Arrivati. Allora togliti le scarpe ma la mascherina no fino a che non vai in camera mia. Entra e butta la mascherina nel secchio verde, poi apri la finestra e lavati il viso nel lavandino. Sì, ho un lavandino in camera. Quando hai fatto mi chiami e vengo io” “Ho paura di sbagliare l’ordine delle cose” “No, non lo sbagli” “Ero ironica”. Mi meritai quel calcio negli stinchi, e feci come mi diceva. Dopo circa dieci minuti eravamo entrambi pronti, seduti su un divano letto a tre piazze, a ricordare i vecchi tempi.

Suona strano dire i vecchi tempi. I vecchi tempi sono sempre i migliori per qualche oscura ragione. Ma qui non si parlava neanche di tanto tempo in là. L’epoca dei cinema, dei teatri, di noi due che si lavorava assieme al ristorante senza avere abbastanza soldi per pagarci l’affitto. I bei vecchi tempi in cui ci si poteva far abbracciare e il job center ci respingeva come fossimo moscini su una torta. I vecchi tempi delle cannette a fine turno, passate senza il pensiero di contagiarci a vicenda di malattie più o meno mortali, vecchi tempi in cui non avevamo neanche l’assicurazione sanitaria. I vecchi tempi sono sempre i migliori perché c’è una manipolazione costante nel nostro cervello e non si sa bene a che scopo. Mentre ci scambiavamo confidenze d’integrazione, si sentì rientrare qualcuno nell’appartamento.

“Eccola” “Chi?” “L’infermiera” “Hai chiamato un’infermiera?” “No, è la mia coinquilina ti ho detto, una ragazza tanto cara e carina” “Ah, per quello dicevi di avere tutto sotto controllo” “Sì, lei ci crede al Covid e ci aiuterà” “E certo che ci crede” “Mettiti la mascherina che apro la porta” “Ja”

Aprì la porta e mi trovai di fronte una fata verde. La ragazza aveva il velo in testa di un tono di verde leggermente diverso della divisa, la mascherina in tinta, le unghie di un celeste chiaro che ci stava benissimo, aveva il septum al naso e una faccia decisamente simpatica. Stavo per cominciare a credere che la fata turchina ci avrebbe davvero aiutati, quando non sentii un no secco, in tedesco.

“Ma warum” “La legge, io non voglio responsabilità, dove lo avete preso, non va affatto bene” disse nella lingua autoctona, ma vi lascio la conversazione in traduzione anche perché il tedesco di Giovanni fa così schifo che meglio risparmiarvelo. “Ma è sicuro” “Non è sicuro per nulla, è una cosa illegale, e se poi ti senti male?” “Allora vedi che ci sono gli effetti collaterali!” “No, dico, se hai uno shock anafilattico io non ho il materiale, dovresti venire almeno in ambulatorio. Sono di turno dopodomani, anche se” “Fa nulla, mi serviva stasera” “Ma che vuol dire ti serviva stasera? Lo stai tenendo al freddo?” “Fa nulla ho detto, grazie” “Giovanni, senti devo studiare, non fare stupidaggini”. Così come era apparsa la fata madrina se ne andò, lasciando Pinocchio al suo destino.

“Piano geniale” commentai, non appena ebbe chiuso la porta. “Googla: come fare un’intramuscolo sul braccio” “Stai scherzando, vero?” “No” “Prima voglio vedere i post” “Che post” “Quelli dove c’è scritto che morirai” “Ah, già, ancora non mi credi” “Non è che non ti credo, è che…fammeli vedere”

Giovanni aprì il pc, mi triggerò con tremila finestre lasciate aperte e poi mi fece entrare col suo account in questo social nuovo. C’era una pagina che si chiamava “Big Brother is watching you” che lasciava almeno un commento al giorno. Alle volte era la descrizione della sua giornata, alle volte una foto di un posto dove era stato. “Che nome originale” “Che ne dici?” “Dico che è creepy. Facevi parte di qualche chat strana?” “Ero in quelle degli antivaccinisti, ma mi sono subito levato” “Avevo letto che quelli di Qanon sono molto vendicativi quando te ne vai” “Sono fottuto” “Ma no, senti queste cose sono punibili a livello penale, devi solo conservare tutto” “Ho gli screen” “Ma da quanto va avanti” “Il primo giorno che hanno predetto la mia vita è successo quattro giorni fa, la cosa è andata avanti uguale fino a stamattina. Il fatto è che i post io non li vedo fino al giorno dopo, ma la data è giusta. Secondo me sono americani e scrivono col fusorario” “E cosa hanno predetto per adesso?” “Che mi sarebbe arrivato un pacco dall’Italia, per esempio” “Uhm, e poi?” “Poi avevano il tuo numero di telefono” “Il mio cosa?” “Il tuo numero di telefono tedesco” “E me lo dici ora?” “Leggi”

Domani riceverò un pacco per posta. Sarà molto importante e mi renderà molto felice. Poi però sarò molto triste perché capirò di essere in pericolo. Dopo aver pulito il bagno ed essere stato dalla Lidl, deciderò di chiamare il numero 032554698 e chiederò a RacheleCell di aiutarmi a trovare un vaccino entro 24 ore o morirò.

“Sì, è assai inquietante. Qualcuno ha accesso persino alla tua rubrica. L’infermiera non ce la vedo. C’è nessun altro in casa?” “C’è Brexit” “Brexit?” “Nulla, ma è innocuo, sta sempre chiuso in camera sua perché ha paura del covid” “Ah, ma si chiama Brexit?” “No, è che quando mi sono fatto i baffi ha iniziato a chiamarmi super Mario e io ora mi vendico. Ma lui è innocuo, sta sempre a giocare ai videogiochi. Ora per piacere googliamo come si fa un’intramuscolo”

L’era dell’Internet offre un tutorial per qualsiasi cosa, dal colpo di stato a come decorarsi le unghie a tema Spongebob. Ogni cosa successivamente narrata NON è sicura, NON imitatela ma leggete fino in fondo. In realtà fare un’intramuscolo è una cazzata e il foglietto illustrativo della Pfizer è online in pdf fruibile a tutti. Non solo c’è l’elenco di banali effetti collaterali, ma c’è anche scritto come prepararlo. Insomma, fattibile. Dopo aver guardato due volte un video di un tipo che apre l’ago come se si trattasse di una banana in un corto di Andy Warhol, con una colonna sonora parecchio discutibile, mi accingo a svelare il velo di Maya

“Ma come fai a fartelo da solo” “No, ma infatti devi farmelo tu” “Ma io ho paura degli aghi” “Ma non devi infilarlo nel tuo braccio” “Non sono abbastanza forte” “Ma che ci vorrà mai” “No, ma se poi ti senti male?” “Stai dicendo anche tu che il vaccino non è sicuro?” “L’ho trovato per terra, so una sega che cosa c’è dentro” “Perché nel vaccino lo sai?” “L’Rna messaggero” “Cosa?” “Una roba di proteine. L’ho visto nel video di cartoni morti” “Dai, che ti ci vuole” “Ho paura di ucciderti” “Muoio se non me lo fai” “Non è vero, se qualcuno ti spia non vuol dire che muori” “Non ti faccio mangiare i pan di stelle” “Sei un mostro”

Mi lanciai sul letto in preda alla disperazione, con la testa dentro il cuscino.

“Guarda che se non me lo fai tu allora ci provo davvero da solo e se muoio nessuno ti crederà mai comunque”

La mia testa aveva raggiunto la fessura fra i due materassi, e a breve ci sarebbero state le doghe. Tuttavia, in mezzo a quel casino, in quel pomeriggio di avventure, continuavo a non riuscire ad andarmene.

“Sciolgo della scamorza e faccio una pasta” “Mhmm” mugugnai, sprofondando il naso nelle fessure delle doghe del letto. Mentre pativo in preda ad una crisi esistenziale, mi accorsi che sotto il letto attaccato al muro c’era qualcosa di piccolo e nero, tipo una mosca, ma visto che non si muoveva non mi preoccupai troppo.

Mangiammo quella bontà rara che è la scamorza in Germania. Filava dalla forchetta al piatto e avvinghiava ogni fusillo e ogni zucchina. “Ne vuoi di più?” mi chiese, con la grattugia e il grana in mano. “Ma sì” dissi, e continuò a nevicare sul mio piatto come fuori dalla finestra. Non sono mai stata una grande fan del cibo, neanche Giovanni in realtà. Nel senso, ce la ridevamo come dei matti quando la gente chiedeva l’ananas o la panna al ristorante ma per etichetta, perché secondo me se vai in un ristorante italiano e fai una domanda tale è perché vuoi la rissa. Ti annoi, vuoi il filmato per aumentarti i follower. Non puoi essere così scemo. Non sono mai stata una fan del cibo ma l’ananas non è possibile. E poi, almeno uno in qualcosa ha delle certezze. Non sulla casa, sul lavoro, non sulla salute ma sulla pizza sì.

“Non mi aspettavo che saresti venuta oggi in realtà” “Neanche io” “Quindi ti manco” “Mi hai anche fatta un sacco arrabbiare” “Ma per quello che postavo?” “Sì” “Mi dispiace, sto così bene adesso, in questa cenetta a lume di fornellino” “Non capisco bene come tu ci sia finito” “Dove?” “Nel complotto” “Il termine è molto vago” “Hai capito, però. Tutta questa storia del vaccino non sarebbe successa se tu non ti fossi andato ad infilare in gruppi di Qanon, per esempio” “E non ti dispiacerebbe?” “Di che? No” “Non ci credo. All’inizio non ci credevo neanche io ma poi più entravo nel complotto e più era bello” mentre lo diceva, faceva girare la forchetta per arrotolare la scamorza. “Avevamo anche la t-shirt. E potevo riconoscere i miei compagni. Sai, tipo la massoneria, ma dalla parte dei buoni” “Ma sono nazisti” “Ma non tutti, quando ci entri te ne accorgi” “Non ci entro” “Sì, lo so, lo so. Mi perdoni?”. Di nuovo quel suo sorrisino stupido e irresistibile. “E va beh” “Grazie” “Tutto merito della tua faccia da pizza” “Che vorrebbe dire?” “Mi dai sicurezze, in un modo molto strano ma me le dai” “Bene, ora passiamo alla fase due piano B” “Oh, no”

CAPITOLO QUATTRO

“Credo che sul sedere sia più facile” “Non intendo farti un vaccino sul sedere” “Ma qui dice che è più facile, non capisco perché facciano sempre vedere l’iniezione nel braccio” “Non capisci?” “Ah, cioè ok ma…” “Se ti può interessare ci sono medici cinesi che propongono i test covid nel retto” “Interessante” “Senti ma qui dice che dovrebbe stare sotto un tot di gradi” “Ma è come quando dicono che i biscotti scadono e poi non è vero” “Un complotto” ironizzai, ma lui non la prese. Preparò la soluzione e la siringa e si liberò il braccio. “Se riesci, questo pacco di pan di stelle è tutto tuo”

La gente parla sempre di come ti passi la vita davanti quando stai per morire. A me di rischiare di morire è capitato due volte e in nessuna delle due ho avuto grandi flashback rivelatori. Quando andavo all’università un giorno mi ha quasi schiacciata una macchina e l’unica cosa che ne ho ricavato è stata una banalissima scarica di adrenalina. E quando ero piccola mi vennero le mestruazioni in piscina, che cosa tremenda, ero proprio sicura di stare morendo. Dicevo, in realtà però i feedback del cervello che arrivano durante la luce in fondo al tunnel sono molto simili a quelli di chi sta guidando il treno. Specie se è una persona buona. E io sono abbastanza buona. Il fatto è che se stai guidando un treno o stai per fare un intramuscolo illegale dopo aver dato solo qualche esame di sociologia, alla fine per il tuo cervello è uguale. Appoggiai almeno una decina di volte l’ago sul suo braccio e mi accorsi che sicuramente di recente non si era fatto.

“Sei pulito!” “Sì, ma che c’entra adesso, infila quel maledetto ago!”

E se lo avessi ucciso con la dose sbagliata dopo che era scampato alla dipendenza? Meglio l’overdose, molto più bohemienne. Che pensiero idiota. Non succede nulla, qualcuno le ha anche già sbagliate le dosi. E poi male non gli fa, e poi magari altrimenti non se lo faceva. Ma io me lo farei? Adesso? Così? Forse non gli ho mai detto quanto gli voglio bene.

“Ti voglio bene” “Dai, è solo un vaccino”

L’ago risplendeva, una gocciolina si avventurava sul cilindro della siringa e una sul mio naso. Al massimo non funziona. Ma se invece ha uno shock? La percentuale è minima ma io…

“Non ce la faccio. Non è l’ago, è tutto” “Vuoi provare sul sedere” “No, non ci voglio proprio entrare in sta cosa” dissi mentre Giovanni si tirava giù i boxer e mi mostrava la chiappa destra.

“Ma cosa diavolo fai?” “Questa mano pol’essè de piuma o de ferooooooooooo” urlò, letteralmente pugnalandosi la chiappa col vaccino. Svenni alla Vanzina, con un cerchio nero che si restringeva intorno a me.

Quando mi risvegliai non lo trovai morto bensì raggomitolato in un plaid vicino al fornellino dove stava scaldando il latte. “Buongiorno principessa, te li do lo stesso i biscotti” “Come stai?” “Normale, mi pizzica solo un po’ la chiappa” “Non mi stupisce. Devo andare in bagno” “In fondo a destra, mettiti la mascherina”. Mentre attraversavo il corridoio sentii una voce molto simile alla mia, ma pensai di essermela inventata. Svenire comunque non fa molto bene. Per secoli si è pensato che fosse normale che le donne svenissero, solo dopo un po’ è venuto in mente a qualcuno che forse il corsetto le stava uccidendo. Sentendomi come un elegante dama dell’Ottocento che rinsavisce in un capitolo della Austen, mi chiusi nel bagno a fare la cacca. Non è bello fare la cacca in un bagno non proprio, ma mi scappava. Di nuovo una voce lontana. La parete destra del bagno era la stessa della camera di Brexit probabilmente. Tirai lo sciacquone e le mie cellule grigie comunicarono in maniera quasi orgiastica. Mi arricciai i baffetti che più che Poirot facevano Frida Kahlo e provai a svelare il mistero.

Bussai verso la scena della rivelazione.

Quello che mi aprì non era il Brexit che mi aspettavo. La prima che cosa che notai furono le gambe, lunghi stecchi ricoperti da un jeans nero attillato. Poi la mano, con lo smalto nero, che stava appoggiata solo grazie al pollice alla tasca. Nonostante le temperature polari, aveva addosso solo una t-shirt attillata con un coniglio bianco e la scritta Illuminati con una l sola. Anche se portava la mascherina chirurgica non potei fare a meno di notare la somiglianza con il cantante dei Blur. Con quegli occhi mezzi aperti e mezzi chiusi, dall’alto del suo uhm saranno stati un metro e ottanta minimo, mi salutò.

“Hey, luv”

D’ora in poi la conversazione verrà riportata in italiano anche perché non so come riportare l’accento di Manchester, quel suo essere incomprensibile e incredibilmente sensuale allo stesso tempo.

“Brexit!” “John” “Lo so che sei stato te” “A fare cosa” “Lo sai”

Continuavo a mantenere un certo aplomb nonostante il tipo fosse estremamente affascinante e io balbetti sempre con gli gnocchi.

“Cosa vuoi?” mi chiese.

A questo non ero preparata. Continuavo a fissare il coniglio sulla mia maglia e dubitare su questa catabasi.

“Non va bene spiare la gente”

Il moralismo. Che genio.

“Mio nonno è morto di Covid” commentò, spostando lo sguardo a terra.

Oh, cazzo.

“Mi dispiace, ma non è che se uno nega di…”

Mi interruppe dicendo che la nonna era morta nei campi. Mi ritrovai spiazzata, la catabasi non me l’ero immaginata coordinata dai sensi di colpa, come ogni altra cosa.

“Non è vero” aggiunse, ridendo.

“Cosa non è vero?” chiesi.

“Quello che ho detto dei miei nonni, sono entrambi a Cambridge vivi e vegeti”

“E ti diverte scherzare sulla loro morte? Che razza di psicopatico sei?”

“O forse un iperempatico che si è rotto le scatole. Cosa vuoi, ti ho chiesto”

“Giovanni si è appena iniettato un vaccino illegale nella chiappa” “Nella chiappa?” Non è il dettaglio importante” “Ok, non pensavo sarebbe arrivato a questo punto. Ma io i complottisti non li tollero. Ora gli dirai tutto e dovrò cambiare appartamento, immagino”

Non avevo idea di come fosse arrivato ad ogni informazione ma quel soggetto aveva decisamente del potenziale

“Scusa, ma non c’è nessuno che ti sta antipatico e che vorresti perseguitare? Mai successo? Mi chiama Brexit, voglio dire” “Ma tu lo chiami super Mario” “Ma non si può neanche fare il paragone” “Ok, senti una persona la ho in mente: il mio proprietario di casa” “Allora facciamo un patto: tu stai zitta e io faccio qualche dispetto al tuo landlord. Ora però devo andare” “Ok” accettai impulsivamente “Si chiama…” “So tutto, vai tranquilla” e richiuse la porta, lasciandomi tutto fuorché tranquilla.

“Ci hai messo un secolo” “Era quella grossa” “Ah” mugugnò Giovanni passandomi del latte caldo col miele e la busta coi pan di stelle. “Ti va di rimanere a dormire?” “Ma sono appena le cinque” “Sì, nel senso se ti va di rimanere fino all’ora di dormire e poi rimanere qui” spiegò, aiutandosi con i gesti non si sa per quale ragione. “Solo se ti va” e ancora quella faccia da pizza “è che ho paura mi succeda qualcosa stanotte per via del vaccino” “Certo, va bene”

Un tempo lo facevamo spesso, almeno tre volte a settimana, poi dopo qualche tempo era diventato un po’ imbarazzante. “No, ma io non faccio sesso”. Non mi scorderò mai quando me lo disse. Ero convintissima volesse venire a letto con me e mi ero messa le mutande di pizzo verde per l’occasione. Sedevo sul bordo del letto, raggomitolata dentro me stessa. “Ma non la devi prendere sul personale, io proprio non faccio sesso. Non mi interessa per nulla”. Inizialmente pensavo che la cosa si potesse sostenere, avevo più spesso la canottiera di lana e, se non fosse stato per quel piccolo particolare dei rapporti carnali, sarebbe stato il mio fidanzato ufficiale. Mi voleva bene come nessuno me ne aveva mai voluto e anche io ci mettevo del mio. I vecchi tempi dorati. Ma non poteva andare avanti a lungo, e dopo un po’ era comparsa Marie e piano piano le nostre dormite assieme erano state vietate, le coccole si godevano solo col prezzo della gelosia, e quindi era diventato il mio migliore amico, fino al punto di sentirlo solo una volta al mese. Non so se fossi stata una stronza, nessuno dei due sapeva che diamine fare, non avevamo nessun esempio da seguire, eravamo privi di letteratura e di autostima.

Quella sera avevo di nuovo la canottiera di lana e di nuovo nessuna idea del perché stessi facendo cosa. Ah, sì, dovevo levare la cimice da sotto il letto, quello era il mio vero scopo. Quasi mi slogai l’avambraccio ma senza che lui se ne accorgesse staccai il microfono e me lo misi dentro ad un calzino. “Devo tornare in bagno” esclamai, fingendo una colica. “Ma stai bene?”. La domanda rimase senza risposta perché mi rifiondai in bagno per collocare la cimice esattamente sotto la tavoletta del cesso. Mi guardai allo specchio, osservai i miei occhi terrorizzati dall’ansia da non prestazione. La neve mi aveva rovinato il mascara, waterproof una ceppa. Dovevo semplicemente resettare, rassettarmi e godermi la serata senza quella vocina da telefilm che mi dice che qui manca qualcosa. Mancava solo la seconda dose di vaccino.

Quando rientrai lo trovai in pijama intento a scrivere delle cose su quello che pareva un diario. Aveva uno di quei pigiami a tuta col cappuccio, ed era una scena molto tenera. Avrei dovuto dirgli che il complotto era solo una vendetta fra coinquilini? Sì, avrei dovuto ma non lo feci. Decisi che era solo temporaneo, perché Brexit mi tornava comodo. Poi glielo avrei detto e ci avremmo riso.

“Lo so che ti fa strano” mi disse, con quella sua faccia da pizza. “Cosa esattamente?” “Questo” “Ci sono almeno una decina di cose che mi fanno strano da stamattina” “Dai lo sai a cosa mi riferisco” “Domani dice che ci saranno meno dieci gradi e ti è finita la carta igienica”

Avevo tutto il tempo di rivestirmi e scappare, invece decisi di rimanere e finalmente affrontare la faccenda da adulti. Cioè cambiando argomento.

Aveva un diario pieno di disegni con la stilografica. Erano schizzi dei passanti, una quantità notevole di aquiloni e dei volti con un acquarello molto leggero. Lo sfogliammo in silenzio, come leggono le storie i bambini quando non sanno ancora l’alfabeto. Erano più o meno tutte ambientate nello stesso punto, e dopo un po’ riconobbi la torretta rossa all’ingresso di Tempelhof.

“Sai che non fanno tanto schifo?” “Grazie” “Quant’è che li fai?” “Da un annetto, li ho fatti finché era possibile disegnare senza congelarsi le mani” “Prima che il terribile Qanon ti fagocitasse” “Chiamalo come ti pare, mi piaceva un sacco camminare anche al buio, vedere fino a che punto potesse ingoiarmi. Sai quando sei arrabbiato e cammini nella speranza che qualcuno ti salvi ma invece ti stanchi e basta?” “Spero tu adesso stia meglio” “Abbastanza” “Hey ma questa mi somiglia?” “Sì, ho provato a copiare la tua foto profilo” “Questo deve diventare la mia nuova foto profilo! E quello coi capelli rossi chi è?” “Aron” disse con la potenza vocale di una rana della pioggia. “Aron” ripetei, come per evocarlo nella stanza. Ma non funzionò. Il pacchetto di Pan di Stelle era finito, la siringa giaceva accanto di contrasto e qualcuno stava continuando a grattare parmigiano su Berlino. La temperatura di stava abbassando lentamente, di lì a poco sarebbe diventato buio. Si alzò di scatto e accese due candele sul davanzale. “Lui sì che era un complottista” “Per quello è finita?” “No, perché voleva quello che vogliono tutti, il complotto dei complotti” “Qaron” esplosi, ridendo come una deficiente. “Q…aron” ripeté e mi seguì in quella che dal fuori poteva apparire come una risata isterica. Ma non credo lo fosse. Mentre ci stavo rimuginando ulteriormente mi arrivò una cuscinata in faccia e la serata si chiuse nel migliore dei modi, ovvero con noi due che tentiamo di spegnere l’incendio che stava divampando sulla finestra e che poi esausti, dopo qualche video idiota totalmente random, ci addormentiamo come due sacchi di kartoffeln.

CAPITOLO CINQUE

“Spegni, ma che cavolo di ore sono?” “No, scusa, sono le nove ma è mio nonno” “Digli di richiamare, dai” “No, se mi chiama rispondo” lo fulminai. Mio nonno ha delle volte in cui non capisce un tubo e odia il genere umano, delle volte in cui si ricorda la marca di biscotti di cui mi rimpinzava nonna nei bei tempi andati. Quando mi chiama spontaneamente vuol dire che c’è con la testa e non importa se un meteorite stia per distruggere casa mia o ci sia solo una pandemia, cascasse il mondo o anche solo il governo, io rispondo. “Ma accidenti a te e a tuo nonno” “Buongiorno anche a te”.

“Buongiorno Bea” “Ciao nonno” “Ma non sei a casa tua” “No, sono da un’amica” “Ah sei da Marie? È un po’ che non te la sento rammentare” “Sì, sì, sono da Marie. Tu come stai? Hai sempre il raffreddore?” “Un pochino ma sai devono essere quei fiori di merda nuovi che ha piantato tua nonna. S’annoia siccome, dice, allora mi avvelena. Ma quello dietro di te chi è?” “Nessuno” “Ciao nonno di Bea” “Lui è il coinquilino di Marie, Giovanni” “Ah, salve. Hai già fatto colazione?” “No, aspettavo Marie” “Fammela salutare” “Magari domani, ora dorme” “Ah va bene, allora ti lascio e ti richiamo. Ho visto alla tv che in Germania sta nevicando molto” “Sì, ti mando qualche foto su WhatsApp dopo quando usciamo” “Oddio quell’aggeggio infernale” “Se non vuoi non le mando” “No, no, mandale pure. E mangia eh, non solo quelle robe vegane lì, che se fa freddo non ti bastano” “Lo so, lo so” “Ti mandiamo un salame, di quelli di paese qui” “Stai in casa che c’è il Covid” “Eh il Covid e il Covid, io devo vivere” “Va beh, dai ci sentiamo in settimana. Saluta la nonna” “Presenterò, ora è in cucina non può” “Stacco io?” “Devo pigiare sul ro”

Pfiuu. Sospirai mentre sentivo che la moka borbottava sul fornellino. Giovanni stava ripulendo la scrivania per fare spazio a due minuscole tazzine della Segafredo degli anni 80. Era bello stare in pigiama e fare colazione assieme. “Perché non hai detto chi ero?”. Improvvisamente divenne meno bello. “E chi saresti?” “Un tuo amico” “Se dico così pensa che facciamo sesso”. Silenzio. Non volevo dirlo, non sapevo più a chi dire cosa. “Scusa, è che non ero pronta. Non sa neanche di Marie” “Nulla?” “No, come faccio, non mi riesce. Poi in realtà questa cosa di avere una doppia vita mi fa sentire un supereroe” “Sarà” commentò “io invece avrei detto che eri la mia ragazza e che avevamo appena trombato come conigli” “L’importante è mentire”

Il caffè era di quello buono, ma non ci sarebbe stato nulla da mangiare fino a che non fossimo andati a fare la spesa. E l’espresso nero la mattina mi sveglia, ma non mi basta. Mi affacciai alla finestra e tirai un urlo di gioia. Giovanni accorse e iniziò ad urlare e saltellare. Davanti a noi c’erano almeno cinque centimetri di neve. Berlino si era risvegliata completamente bianca e la neve si era democraticamente posata su ogni cosa, disegnando il contorno degli alberi e coprendo il sudicio della strada. Un vasto manto temporaneamente idilliaco. “Allora devo uscire anche io” “Che vuoi dire, Giovanni?” “Che non ti posso mandare da sola a fare la spesa. Questo è un’altra parte di storia di cui voglio far parte, prima che diventi scivolosa e grigia” “Come sei poetico” “Però non dobbiamo assolutamente avere contatti con nessuno” “Non era nei miei piani” dissi, aprendo leggermente la finestra in alto. “E Brexit?” mi domandò facendo finire l’ultima goccia di caffè sul tappeto. “Brexit che?” “Ho sentito che parlavate ieri” “Ah, sì?” Si può dire sudare freddo con meno dieci di temperatura? Alla fine, perché si dice sudare freddo in estate? Forse non dovremmo dirlo.

“Vabbè ho capito sai”

Ecco. Era molto più attento di quanto credessi. Ci stavo per fare una notevole figura di merda senza neanche riuscire a guadagnarci qualcosa. Bel piano del cavolo. Testa di tofu che non sono altro.

“Mi dispiace” “No, dai, me lo aspettavo” “Sembrava che tu lo avessi escluso a priori” “Macché, anzi, il contrario, ma non mi dà mica fastidio” “Davvero?” “No, macché, scopaci pure se è solo per quello”

Mentre io andavo letteralmente in cortocircuito e il mio corpo rispondeva solo a stimoli fisici che mi auto creavo asciugando in trance il caffè in terra, Giovanni mi spiegava come era facile prevedere i miei gusti e come questa cosa lo divertisse enormemente. Come un indovina-chi con cui si è giocato per intere estati e ormai non ha più segreti. Forse mi stavo infilando nella relazione più bella della mia vita ma ogni tanto per tornare coi piedi per terra non solo in senso letterale, pensavo al fatto che si era iniettato un vaccino illegale nel sedere la sera prima. Risi. Sì, era l’uomo della mia vita, maledetto lui.

Dopo un rituale igienico tanto rigido quanto inutile, uscimmo per fare la spesa. Brexit e l’altra probabilmente dormivano ancora, e si sentiva solo il rumore dei nostri piedi sul parquet. Mi sarebbero serviti due calzini, ma, nonostante il gelo che li colpì subito, si divertirono assai a sprofondare nella marea bianca. E menomale che ero alta e dinoccolata, come dice sempre mio nonno, altrimenti la neve mi sarebbe arrivata alle caviglie. Prendemmo il carrello d’obbligo ed entrammo, senza fare troppo caso ad un gruppetto di gente che stava decisamente improvvisando un illegale assembramento. Giovanni lanciò nel carrello della roba vegana a caso e mi fece l’occhiolino, quasi accecandosi con la parte metallica della ffp2. “Facciamo che offro io ma ti fai mandare quel salame da tuo nonno, il pane a chi non ha i denti, gli insaccati buoni ai vegani” “Sono vegetariana, comunque” “Ommioddio girati piano” esclamò facendomi girare di scatto abbastanza convinta che ci fosse Marie dietro di me. Invece mi trovai abbastanza distante da non condividere aerosol ma abbastanza vicina da vedere i miei occhi sbarrati, Angela Merkel. La cancelliera aprì il frigorifero come farebbe chiunque e prese del tofu Toskana dallo scaffale. Siccome non la smettevo di fissarla, povera donna se ne esce con un “Buonagiornata” “Guten Tag”

“Credi fosse un messaggio?” “Che diamine stai dicendo?” “Tofu Toskana. Secondo me era diretto a me. Sono di Pisa” “Che i toscani hanno rovinato il nostro paese è vero ma smettila con questa storia, nessuno sta cercando di ucciderti e poi secondo te mandano la Merkel? Cioè, ok le manie di persecuzione ma qui tocchi hybris pesa” “Che stai dicendo?”

Grazie Liceo Classico Mazzini, grazie a te sono in Germania, guadagno 600 euro al mese e faccio citazioni che la gente non capisce. Se al posto di quante volte caca Catilina avessi studiato altro forse adesso sarei in una posizione migliore. Ma almeno oh, capisco al volo i nomi delle malattie quando il nervoso me le fa venire. Ho fatto bene a non finire sociologia.

“Senti, esci da questa modalità Qaron per piacere” “Ok, andiamo a prendere la carta igienica”

Lo scomparto della carta igienica era vuoto. Ma questo in realtà non mi sorprendeva molto. Quello che mi inquietava è che al suo posto c’era una birra Corona e una scatoletta di Tofu Toskana. Non riuscivo a credere ai miei occhi. “Oh no, no, no, no” iniziò a disperarsi. “Dai, magari la Lidl ce l’ha o la ordiniamo su internet” “Tu non capisci o non vuoi capire” “Andiamo a pagare, svelto” “Tu non capisci” “Ti faccio montare un bidet in camera” tergiversai mentre la fila alla cassa scorreva lenta. Una tizia aveva già pagato ma ci stava mettendo un’eternità a mettere le cose nelle buste di tela. A cose normali avrei provato empatia ma non c’era tempo, così mi avvicinai, presi una borsa e la aiutai a mettere via tutta la spesa e a caricarla sul carrello. Un bambino di circa tre anni seduto dentro mi fece un segno di assenso e senti di poter ritornare in fila.

Giovanni aveva le palpitazioni, seduto sulla panchina fuori dal supermercato. Io ero un turbinio di emozioni. Cercavo di spiegargli che il Tofu era in sconto, e probabilmente era finito lì perché qualcuno aveva cambiato idea. La Merkel era un essere umano come altri che andava a fare la spesa, e magari qualcuno la fa finire su Twitter e questo aiuta la sua immagine di politica vicino al popolo come al banco dei latticini. Qualcuno si era divertito a mettere una birra corona al posto della carta igienica, ma non era riferito a lui. Era ironia generale come generale era la follia di comprare orde di carta per il culo. Tuttavia, durante questo Ted Talk improvvisato mi accorsi che in realtà stavo cercando di convincere anche me stessa.

“Questo è il momento in cui tiri fuori la droga” mi disse, improvvisamente illuminandosi. “Ah già, la droga” commentai “mi era passata di mente” “A me no, ma non volevo mischiarla al vaccino” “Comprensibile” dissi, ingoiando una pasticca che avevo in tasca. “Wow” commentò “non perdiamo tempo, eh” “Tieni” “Dopo, quando siamo a casa, potevi aspettare due secondi eh” “Hai detto te che era il momento in cui la tiravo fuori” “Non dentro. Era per dire” “Ok, senti ti va ti andare da me? Se mi dà noia allo stomaco come l’ultima volta, voglio un bagno con la carta igienica” “Abiti da sola?” “Sì, non ci sono problemi” “Ok” annuì Giovanni, aggiungendo che la Merkel col carrello era appena apparsa su Twitter, e che voleva fare il giro lungo per fare qualche foto a Tempelhof “Tanto non abbiamo roba che va in frigo, no?” “Non urgentemente, contando che c’è meno nove fuori”.

Ci mise meno di venti minuti a salirmi. Essere circondata dalla neve, da pargoli con lo slittino, anziani con gli sci di fondo, dalle risa e da quella faccia da pizza di Giovanni era qualcosa di orgiastico. Mi lanciai sulla neve e iniziai a fare una palla. Coi guanti era difficile, con le mani nude un masochismo interessante. Dovevo essere veloce o gli arti mi avrebbero fatto troppo male.

“Dovresti comprarti un piumino” mi urlò Giovani, lanciandomi un enorme bolo di fango e neve. “I piumini fanno schifo Scheiße” replicai, accarezzando le goccioline di acqua e i fiocchi di neve che lentamente scivolavano sulla pelle del mio giacchetto. Effettivamente avevo freddo di nuovo, ma mi piaceva, non volevo andarmene. Come se mi avesse letto nel pensiero Giovanni si lanciò sopra di me scaldandomi in maniera teneramente goffa. Giovanni era un bel ragazzo, aveva i capelli riccioluti e sotto il berretto spuntava qualche ciuffo ribelle. La sua faccia da pizza era sempre lì, non importa quanti strati di mascherine ci fossero. Aveva gli occhi color di foglia, e una fossetta a destra. Era un pochino più basso di me e aveva il naso leggermente all’insù. Baciò la non punta del mio naso a patata e poi nascose la testa nella mia sciarpa.

“Però tipo se tu volessi dei bambini potrei anche decidere di fare sesso”

Nonostante al momento non me ne fregasse nulla di riprodurmi, la presi come la dichiarazione d’amore più onesta che avessi mai sentito. Forse erano le sostanze chimiche che si stavano diffondendo sempre più velocemente nel mio corpo, quegli impulsi strani, tipo farfalle nello stomaco ma col turbo, farfalle steampunk e mutanti. Forse lo faci per quello ma non è importante perché lo feci. Žižek dice che se sai perché ami qualcuno vuol dire che non lo ami. Dovrebbero mettere le sue frasi nei baci Perugina. Abbracciai Giovanni strettissimo e con ogni fibra del mio corpo gelato confessai: “Anche io credo di amarti. Stavolta ci proviamo sul serio”.

Sulla via del ritorno continua ad abbracciarlo e ci tenemmo per mano con quella sicurezza scema che hanno quelli che si vogliono bene da tanto tempo ma non se lo dicono. Ero così felice che se fosse ripassata la Merkel, avrei probabilmente abbracciato anche lei. Era scomparsa la pandemia, avevo meno paura ed ero sempre più contenta di aver rubato la droga a Fusà. Volevo ballare, sentivo che dovevo ballare e saltellare. Dopo qualche selfie con e senza mascherina ci sentimmo una coppia ufficiale. Era tutto così stranamente perfetto. Eravamo quasi arrivati, stavamo attraversando la Ringbahnstraße quando dietro di noi si sentì un urlo.

Ci girammo di scatto e a neanche un metro da noi c’era un corpo, del sangue, e un enorme vaso di basilico. Una folla di mascherine si stava avvicinando, qualcuno a corsa che aveva visto il vaso cadere e qualcuno con la telecamera pronta. “Mi hanno mancato, mi hanno mancato, mi hanno mancato” continuava a ripetere Giovanni. Mi accertai che qualcuno stesse chiamando i soccorsi e mi avvicinai al corpo. Se il vaso avesse preso Giovanni, la scena precedente mi sarebbe sempre rimasta in testa come la scena rivelatrice, dove i personaggi vivono un idillio così ti affezioni ai loro sentimenti abbastanza da starci di merda quando la scrittrice decide di ammazzarne uno. C’era un sacco di sangue e non so perché mi sporsi a vedere. “Oh, no, non…può essere…” dissi, cadendo a terra e rovesciando la busta della spesa. “Vieni via di lì, saliamo, ti prego, saliamo a casa tua” mi supplicò Giovanni, mentre io osservavo inorridita la carotide aperta del mio landlord. “Dobbiamo andare a casa tua” “Cosa stai dicendo” “Devo parlare con Brexit” “Ma cosa cavolo stai dicendo? Mi stai spaventando” “Ti spiego quando arriviamo, seguimi” esordii prima di mettermi a correre verso Tempelhofer Damm.

CAPITOLO SEI

Me ne fregai altamente di tutte le prassi igieniche e corsi senza fermarmi fino a che non raggiunsi la porta di Brexit. “John” urlai, continuando a tirare pugni alla porta. Giovanni stava ancora in strada. “Che diavolo vuoi? Ah, sei tu” “Assassino di merda” urlai, mentre mi saliva il vomito per la corsa, per l’emmeddì, per l’ansia, per tutto quel sangue per strada. “Ma cosa stai dicendo? Sembri un pochino fuori di testa” “Il mio landlord è appena morto per strada e.…” E niente, alla fine ero riuscita ad avere problemi di stomaco in una casa senza carta igienica e vi assicuro che vomitare con la mascherina è un’esperienza che non ripeterei. Giovanni arrivò col fiatone mentre John mi accompagnava in bagno tenendomi per i capelli. “Io non ucciderei mai nessuno. La gente muore, a valanghe, e nessuno c’entra nulla”

Quando mi ripresi ero sul divanetto. John mi aveva dato un bicchiere d’acqua e mi guardava sgomento mentre Giovanni stava finendo di ripulire per terra senza lamentarsi di nulla. C’era silenzio e nessuno sapeva bene che dire.

“Grazie, Brexit” iniziò Giovanni, disinfettando tutte le superfici “lei è Rachele, la mia ragazza” “Siete fatti l’uno per l’altra. Come si fa a pensare che io possa ammazzare uno tanto per. Ma come è morto?” Il mio ragazzo sembrava alquanto spaesato. “Chi? Il tizio per strada? Perché avrebbe dovuto ucciderlo Brexit? Cosa mi state nascondendo voi due?” “Giovanni, nessuno sta cercando di uccidere te. È John, che ti spia e ti ruba i dati. Insomma, basta una roba come Creator Studio per fregarti” “E lo hai saputo per tutto questo tempo?”. Cercai di scomparire nel cappuccio della felpa e sotto la frangia, ma non funzionò per nulla. “Giovanni è colpa mia. Le ho detto che se stava zitta l’avrei aiutata a spaventare il suo landlord. Ma non l’ho ucciso io, non lo farei mai” “Però me mi hai torturato, brutto stronzo. Quindi è morto il tuo landlord, Rachele?” “Sì” “Bisogna stare attenti a cosa si desidera” commentò con quel fare da pizza saggia. “Ora se non vi dispiace, io stavo seguendo un seminario prima che qualcuno mi vomitasse sulla soglia” concluse Brexit, andandosene elegantemente.

Tornammo in camera e mi sentii estremamente scema. “Magari sta mentendo” mi lesse nel pensiero Giovanni. “Potrebbe” confermai “ero così felice” “Quanto ti prendeva di affitto?” “200 in più della soglia legale. E no, non aveva una grande famiglia da mantenere. Lo spiavo su Instagram, è un single con la barca. Era” “Mi dispiace però che è morto così. Cioè è proprio sfiga” “O proprio karma” “Vabbè ma ora ci mettono un altro stronzo, mica può fare l’anticapitalismo così” “Mica l’ho ucciso io” “No, ma dicevo per dire”

Mentre cercavo di scacciare l’immagine divertente di Lenin che tira vasi dal balcone e mi accorgevo che dell’esame di storia moderna non mi era rimasto quasi nulla in testa, mi tornò in mente che avevo fame e che adesso il mio stomaco ea decisamente vuoto. “Mi passi un Schokobrötchen?” “Mi passi la pasticca?” “Come pensavo” commentò non appena lo scambio fu concluso, annusando quella che a detta sua era una semplice mentina. Mi prese in giro.

“Eppure ero così felice” “Alle volte capita, lo so che fa strano” “Ero proprio davvero felice” “Anche io” “Però ora quella scena mi ha un pochino rovinato la giornata e non riesco proprio a spiegarmelo” “Anche a me l’idea che mi hai preso in giro quando sapevi tutto non mi fa stare tanto bene” “Sai, ci saremmo divertiti molto meno” “Anche questo è vero”

Mi tolsi le scarpe e accesi il fornellino per fare del tè caldo. Le mie mani stavano riprendendo il colore normale e non mi facevano più così male. Giovanni si tolse finalmente la giacca e ripose la spesa in una scatola sotto la scrivania. Prese le nostre scarpe e le scosse fuori dalla finestra, asciugò in terra e si mise a guardare il cellulare. Lo seguii anche io. 453 morti oggi in Italia, un video su come cucinare un flan col microonde, memes su Brunetta, mia madre che posta i fiori in giardino, una famiglia cinese che fa uscire un serpente da quella che pare una piñata, due likes al mio status di ieri, due femminicidi nel giro di una settimana, la cancelliera che fa la spesa, no, perché dovrei aiutare gli inserzionisti di YouTube?

“Ah, quasi mi scordavo. Nel mezzo del terriccio ho trovato questo” “Terriccio del vaso?” “Sì, prima di mettermi a correre l’ho raccolto. Sembra un bigliettino” Gli strappai dalle mani un foglietto pieno di terra e lessi a voce alta:

Platz der Luftbrücke 6

12101

Ci guardammo come solo gli innamorati si sanno guardare, accesi dall’ indecenza di avere gli stessi pensieri. La morte è una brutta faccenda ma il caos ha qualcosa di divertente. Alle volte è un vaso, alle volte un pipistrello. Un effetto Butterfly nello stomaco era quello che noi ostinatamente continuavamo a chiamare senso. Perché in fondo la vita è un pendolo tra il complotto e la noia.

“E ora che si fa?” mi domandò. Decisi di appellarmi alla mia unica sacra certezza nella vita. “Si ordina una pizza”

Post a Comment