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Intersezionale

Fotoreportage: Io sono l’altro

Nell’epoca delle canzoni poco impegnate, del maniacale bisogno di apparire belli e intelligenti, nell’epoca delle serie TV, dei mental  coach, degli squat, nell’epoca dei selfie ho preferito girare la  fotocamera e guardare qualcosa di diverso da me.

Quel giorno ero in  giro per Lisbona e anziché focalizzarmi solo sulla città, mi sono  guardata attorno e ho cominciato a fotografare. E allora mi sono  accorta degli altri. Guardandoli, osservandoli, studiandoli,  rivedendomi nell’altro, ho scoperto che il tempo passa più lentamente quando ti focalizzi su qualcosa che non sei tu! Siamo così impegnati a  “spaccare” che ogni giorno c’è sempre un obiettivo da rincorrere e  costi quel che costi si deve raggiungere e quando lo hai raggiunto  subito se ne presenta un altro perché dobbiamo (di)mostrare quanto  siamo ardimentosi.“Se insisti e persisti, raggiungi e conquisti”, sui  social almeno una volta al giorno sbuca questa frase con tanto di  bicipite flesso in descrizione.

Cosa “conquisti” esattamente non si sa,  ma ci basta che chi sta dall’altro lato del telefono sappia dei nostri traguardi anche se noi non sappiamo bene in che direzione stiamo andando. L’importante è andare, andare e ancora andare, correre, non ci si deve fermare! E invece io, penso che oggi vinca chi si fermi un attimo. Non vince né soldi che accrescano il reddito, né follower;  vince la consapevolezza che alla fine, poi, siamo tutti uguali a  prescindere dal saldo in busta paga e dai like su instagram. E allora  impari a specchiarti nell’altro, a trovare te in lui e un po’ di lui in te. A  capire che non c’è niente che separa te da quell’uomo che rivolge lo  sguardo verso il mare perché è lì che trova pace.  

Non c’è nulla che separa tuo padre da quel ragazzo che durante una  pausa dal lavoro scrive a sua moglie.  

Non c’è nulla che separa quell’anziano signore che tutti i pomeriggi  esce in compagnia del suo bastone da passaggio ché a casa si sentiva  troppo solo da tuo nonno.  

E non c’è niente che separa chi per tetto c’ha il cielo da te che abiti in un attico a Milano.  

Empatizzare e solidarizzare sono le uniche due cose che dovrebbero  tornare di moda, perché ci si può nutrire dell’altro e arricchirsi  dall’altro da sé. Gli ultimi hanno bisogno dei primi, chi cade tende la  mano verso l’alt(r)o per rialzarsi e chi sta su, anziché correre più  veloce avrebbe bisogno di voltarsi, fermarsi e afferrare quella mano.  Avrebbe bisogno di andare contromano, perché è impossibile riuscire  a intendere noi stessi senza confrontarci con l’altro. 

L’identità è tale solo in relazione all’alterità!  

Che poi, alla fine, è questo quello che ci ha costretto a capire la  situazione che stiamo ancora oggi vivendo: sentirsi parte di una  collettività pur essendo costretti all’isolamento, sentirsi distanti  fisicamente ma uniti dalla stessa condizione, per uscirne più forti e più  

uniti quando tutto sarà un lontano ricordo. Sperando che la solitudine  lasci il posto alla solidarietà e all’empatia, e che la corsa in solitaria  verso un qualsiasi obiettivo si conceda qualche pausa durante la quale,  incontrando l’altro, si faccia un po’ di strada assieme. Ché da soli si va  veloce, ma insieme, seppur anche più lentamente, si riesce ad andare  più lontano!  

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