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intersezionalità

Strumenti pratici per rendere l’intersezionalità operativa

Cartoon – @miriamdobsonCreative Commons

Ecco il link all’articolo in Inglese: https://www.gioseftorino.eu/tools-for-intersectionality/

Quando a maggio 2018 presi un aereo per Alicante era la prima volta che andavo all’estero da sola. Partii per un Training Course di una settimana, finanziato dal programma Erasmus+, in Caravaca de la Cruz a Murcia. Il titolo del progetto era “Identit[ies] -Gender meets culture” e fu una delle esperienze più belle della mia vita. C’erano partecipanti provenienti dall’Estonia, dall’Armenia, dalla Grecia, dall’Italia, dalla Polonia e dalla Spagna.

L’obiettivo del corso era fornire agli Youth Workers e trainers una comprensione dell’intersezionalità delle identità e delle relazioni tra genere e cultura al fine di includere e affrontare le questioni di genere nel lavoro con i giovani in contesti interculturali. Io partii con Giosef Torino, ero co-coordinatrice del Gruppo Giovani di Antinoo Arcigay Napoli e mi ero da poco laureata con una tesi sui migranti LGBTI, che ho poi pubblicato con il titolo “Orientamento sessuale e Identità di Genere. Immigrazione e Accoglienza”.

L’intersezionalità era il framework teorico che avevo adottato per la mia ricerca e che provavo a tradurre in pratica nell’ambito dell’attivismo queer. A Murcia venni a conoscenza di uno strumento usato nella educazione non formale, che poi ho utilizzato ai fini di ricerca e di didattica: la molecola dell’identità. A questo link trovate la spiegazione dello strumento, che non approfondirò in questa sede.

Quel che vorrei condividere di quella esperienza fu la sfida di confrontarsi sul tema dell’identità con persone che avevano background molto diversi dal mio, per religione, genere, etnia, orientamento sessuale, conoscenze pregresse sull’intersezionalità. Applicare un concetto teorico a un contesto così practice-based come lo Youth work è una sfida ardua. Per affrontare questo tema ho intervistato Annamaria Simeone, presidente di Giosef Torino – Marti Gianello Guida A.P.S., Federica Milano di Euroaccion Murcia e Mary Shaheen di New Generation Palestina, che insieme all’associazione olandese YES – Youth Exchange Service stanno portando avanti un progetto Erasmus + KA2 gioventù per l’innovazione per creare un approccio educativo innovativo e strumenti per lavorare concretamente sull’intersezionalità nell’animazione socio educativa.

La prima lunga chiacchierata l’ho fatta in videochiamata con Annamaria. Abbiamo iniziato a parlare del progetto MARTI – MAke it Relevant: Tools for Intersectionality, dedicato a Marti Gianello Guida, già presidente di Giosef Unito, persona non binaria, morta di cancro in giovane età, mentre portava in Italia le riflessioni sul queer e l’intersezionalità.

Anna mi aveva già parlato di Marti e dei suoi lavori, mi aveva detto che questo progetto era nato grazie al suo impegno e alla sua passione e mi ha iniziato da subito a parlare della discriminazione sistemica che sussiste nell’accesso allo youth work. Il processo per diventare youth worker è escludente; si tratta per giunta di una professione non riconosciuta e spesso “one struggle oriented”, avere un approccio intersezionale è fondamentale per affrontare le ambiguità di identità complesse, soprattutto nall’area Euromediterranea.


Di intersezionalità si parla – dice Anna – applicando un concetto teorizzato negli Stati Uniti, quando in Europa e soprattutto in Italia le persone che fanno youth work non bianche sono pochissime. In Europa le questioni identitarie necessitano di una rielaborazione a partire dai processi di decolonizzazione. L’altro, sia esso non bianco, disabile, LGBT+ è sempre visto come l’utente e persiste un atteggiamento paternalistico tipico del volontariato e del white savior approach. La conversazione nostra si è conclusa con una riflessione congiunta sulla necessità di rendere operativo il concetto di intersezionalità e di parlare di intersezionalità delle lotte per la giustizia sociale; in questo senso ha sottolineato il ruolo fondamentale della prospettiva Palestinese in tutto il progetto, come dice spesso, un’altra madre dell’intersezionalità Angela Davis la Palestina gioca il ruolo centrale che il Sudafrica giocò negli anni 80.

Era impensabile fare un progetto sull’intersezionalità nell’ambito del Programma Erasmus Plus, senza la prospettiva del popolo palestinese che vive oggi una drammatica e intersezionale forma di oppressione determinata dall’occupazione, colonialismo e aparthaid israeliano. Anna poi mi ha consigliato di contattare anche Federica, che era a Murcia e con la quale ho programmato una Skype call nel finesettimana. Dopo aver ricordato l’esperienza in Spagna con il progetto Identities, Fede mi ha parlato subito di Marti. Mi ha raccontato del loro incontro e dell’importanza che per lei ha avuto averci a che fare. Marti aveva tradotto gli scritti politici di Audre Lorde e le aveva fatto conoscere per la prima volta l’esperienza non binaria e il corpo politico. Anche Federica mi parla di antirazzismo e di anticolonialismo, di un’Europa ricca e bianca e dello Youth Work come lavoro senza riconoscimento professionale.

Fede è esperta di adult education e di self learning to learn, e mi spiega di quanto sia difficile valutare l’impatto a lungo termine dell’educazione non formale. Cominciamo a parlare di povertà e di neoliberismo, la conversazione va in profondità, allora mi accendo una sigaretta. Con un welfare che non garantisce un’educazione di qualità gratuita, persiste un ciclo di povertà. Se vivi in povertà materiale e culturale, per fare networking impiegherai più tempo di una persona coetanea che non ha queste difficolta. Se sei richiedente asilo, oltre a sopravvivere, il tuo tempo passerà tra questura e prefettura. Quel che serve assolutamente è aprire dei dibattiti interni allo youth work. Anche Fede problematizza l’applicazione del concetto di intersezionalità, nato come concetto legale, per parlare di discriminazioni multiple non sequenziali. Nel nostro piccolo – dice Fede – con questo progetto speriamo di creare degli strumenti pratici per rendere l’intersezionalità operativa.

Infine intervisto Mary, che si definisce a Palestinian Arabian Mediterranean woman, youth worker e trainer.

Per una donna palestinese – mi spiega Mary, lo youth work non è un lavoro semplice, perché in Palestina c’è uno stereotipo forte, secondo cui gli uomini sono molto più competenti delle donne come youth workers. Forse – spiega – per il fatto che la maggior parte delle donne quando si sposa si allontana il più possibile dall’animazione socio educativa perché richiede molti spostamenti, anche questo è riconducibile al fatto che le donne dovrebbero occuparsi di più delle loro case (altro stereotipo) ma non è facile per una donna qui costruire una carriera ed è richiesto il doppio dello sforzo necessario a un uomo per farlo.

Le chiedo cosa vuol dire per lei l’intersezionalità e mi risponde che l’intersezionalità per lei è guardare alle oppressioni su più livelli. Quando la gente ha a che fare con me e comincia a trattarmi in maniera differente perché sono una donna, perché sono araba, perché sono bruna questo mi causa meno opportunità. Anche il fatto che devo fare un triplice sforzo rispetto al mio collega musulmano palestinese maschio, o in un altro contesto non nazionale al mio collega europeo bianco maschio è un’oppressione intersezionale, per cui occorre contrastare la mancanza di opportunità sulla base di tutti i fattori di oppressione.

Dopo questo intenso viaggio dall’Italia alla Spagna alla Palestina all’insegna dell’intersezionalità, per giunta su un magazine che si chiama proprio Intersezionale, vi lascio il link per ricevere aggiornamenti sul progetto: https://www.facebook.com/KA2Marti/.

Carmen Ferrara, 26 anni, non binary, terrona. Sta facendo un dottorato in Mind, Gender and Language all'Univeristà di Napoli "Federico II". Attivista in Antinoo Arcigay Napoli e ricercatrice associata a GenPol - Gender & Policy Insights

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