TOP
naufragi nel mediterraneo

Mediterranea Saving Humans: il Mediterraneo è un cimitero di invisibili

In copertina: Ggia, CC BY-SA 4.0)

La notte del 21 aprile al largo di Tripoli sono morte 130 persone. I loro nomi, come spesso accade in questi casi, sono sconosciuti. Viaggiavano per raggiungere l’Europa. Scappavano dalla Libia e dai centri di detenzione. Quella notte erano soli. Le autorità europee, nonostante le continue segnalazioni, non sono intervenute per salvarli. Quella del 21 aprile, purtroppo, è stata una tragedia annunciata: il Mediterraneo è un cimitero di invisibili, le operazioni di salvataggio coordinate dall’Unione Europea praticamente non esistono e a recuperare i corpi di chi si imbarca sono soprattutto le associazioni umanitarie.

Da quando si è conclusa la missione Mare Nostrum, cominciata il 18 ottobre del 2013 con lo scopo di salvaguardare la vita delle persone che partivano dalla Libia verso l’Europa (ma finanziata principalmente dall’Italia), a sorvegliare il Mediterraneo centrale non c’è più nessuno. Sono cambiate le finalità delle operazioni introdotte da Bruxelles: ora vengono finanziate missioni che servono soprattutto a proteggere i confini. Attualmente nel Mediterraneo centrale sono attive Themis e EuNavFor-Med Irini: missioni di sicurezza e difesa comune. Irini è coordinata dal Comitato politico e di sicurezza dell’Unione europea, ha come obiettivo il monitoraggio del traffico di armi verso la Libia. Ha sostituito nel 2020 l’operazione Sophia, che era nata per contrastare il traffico di esseri umani.

Themis invece è gestita da Frontex, l’Agenzia europea che si occupa di controllare le frontiere; è stata creata per sorvegliare il Mediterraneo centrale ed evitare che gruppi terroristici entrino nei territori europei. Sul sito dell’Ue viene sottolineato che «la ricerca e il salvataggio continuano a costituire un elemento fondamentale dell’operazione». Nei regolamenti che gestiscono i soccorsi sparisce, però, il riferimento al porto sicuro (nel linguaggio tecnico “Place of safety”, un luogo in cui vengono rispettati i diritti fondamentali). Si parla solo di «porto più vicino»: chi viene salvato può essere accompagnato in qualsiasi paese, basta che sia vicino al luogo del naufragio. Non importa come verrà trattato, se gli verranno garantiti cibo, acqua, accoglienza. Non importa se sarà detenuto illegalmente.

Per questi motivi, per i tipi di operazioni finanziate dall’Unione europea, le attività di soccorso delle associazioni umanitarie sono diventate indispensabili: a partire dal 2015, sono state le organizzazioni non governative e le realtà della società civile a far fronte alla progressiva assenza delle risorse istituzionali. Ora in mare c’è solo la Ocean Viking. La maggior parte delle altre navi umanitarie è in stato di fermo amministrativo per i controlli sugli standard di sicurezza, diventanti sempre più stringenti.

Quella sera il 21 aprile, a est di Tripoli, non c’era nessuno. Alarm Phone (AP) – l’organizzazione volontaria che attraverso l’istituzione di una linea telefonica raccoglie le segnalazioni dei migranti in difficoltà nel Mediterraneo per poi trasmetterle alle autorità competenti – riceve la prima richiesta di aiuto la mattina del 21 aprile. Viste le difficili condizioni meteo, alle 9:51 ha avvertito tramite mail la guardia costiera italiana, quella maltese, le autorità libiche, l’Unhcr e i soccorritori delle Ong. Alle 11 AP riesce a mettersi in contatto con le persone a bordo del gommone in difficoltà e a trasmettere la loro posizione Gps alle autorità competenti.

Per raccontare quello che è accaduto Alarm Phone ha scritto un report denunciando, ancora una volta, l’assenza di qualsiasi intervento. Scrivono i volontari: «Nelle ore seguenti, abbiamo ripetutamente contattato le persone in difficoltà e abbiamo trasmesso alle autorità le loro successive posizioni Gps e le loro testimonianze sulla situazione a bordo. La situazione andava notevolmente peggiorando […] Abbiamo trasmesso tutte le informazioni rilevanti alle autorità via email e le abbiamo contattate anche per telefono. Verso mezzogiorno, abbiamo informato Mrcc Italia (il centro di coordinamento dei soccorsi marittimi di Roma) che la nave mercantile Bruna era vicina al caso di emergenza e sarebbe potuta intervenire. Bruna, però, ha proseguito la sua rotta».

Il centro di coordinamento italiano ripeteva ad Ap di contattare le autorità competenti, quindi i libici, che però erano irraggiungibili da ore. Alle 17:53 la Ong Ocean Viking manda una mail ad Ap spiegando che avrebbe tentato di raggiungere la barca in difficoltà, nonostante le condizioni meteo avverse. Alessandro Porro, presidente di Sos Méditerranée Italia e soccorritore a bordo della Ocean Viking, racconta che le onde erano alte più di 6 metri e che la sua nave si trovava a diverse ore di navigazione dai dispersi. AP sa che alle 19 un aereo di Frontex ha sorvolato l’imbarcazione. Nessuno è intervenuto. Dalle 20 i volontari di Alarm Phone non erano riusciti a mettersi in contatto con le persone in difficoltà. L’Ocean Viking è arrivata sul posto soltanto alle 17 del giorno seguente (il 22 aprile). In una testimonianza scritta per la rivista online Vita, Porro ha raccontato di aver navigato tra i cadaveri. Il gommone era sparito: «Impotenti, abbiamo fatto un minuto di silenzio, a riecheggiare sulle terre degli uomini. Le cose devono cambiare, le persone sapere».

Per denunciare quello che è accaduto Mediterranea Saving Humans insieme ad altre associazioni umanitarie ha scritto una lettera al premier Mario Draghi chiedendo un intervento urgente: «Nelle oltre 24 ore trascorse tra la prima segnalazione di Alarm Phone e il consumarsi della tragedia, la Ocean Viking ha atteso un intervento delle autorità marittime che coordinasse le operazioni, ma nonostante le autorità italiane, libiche e maltesi fossero tenute costantemente informate, questo coordinamento non c’è stato, o almeno non ha coinvolto l’unica nave di soccorso presente in quel momento.

Che questa mancanza sia stata fatale è sotto gli occhi di tutti: oltre 100 persone hanno perso la vita. Questa, Presidente, è la realtà del Mediterraneo. Dal 2014, più di 20.000 uomini, donne e bambini sono morti o scomparsi nel Mediterraneo centrale, che conferma il suo triste primato di rotta migratoria più letale al mondo. Nessuno degli accordi e provvedimenti adottati dagli Stati, dopo la fine dell’operazione Mare Nostrum, è mai riuscito a far diminuire il tasso di mortalità. Da allora le Ong hanno cercato di colmare il vuoto lasciato dagli Stati, ma in assenza di un coordinamento centralizzato, tempestivo e coerente di ricerca e soccorso, tragedie come quelle di giovedì scorso sono le conseguenze da portare collettivamente sulla coscienza».

Il giornalista Nello Scavo, nel suo ultimo articolo su Avvenire, ha chiamato queste 130 persone Desaparecidos: uomini e donne spariti nel nulla, tra le onde.

Post a Comment