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Paolo Monti, CC BY-SA 4.0 , via Wikimedia Commons

Decolonializzare la crisi ecologica a Taranto: colonialità, patriarcato ed ecologia-mondo (prima parte)

In copertina: Paolo Monti, CC BY-SA 4.0 https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0, via Wikimedia Commons

Le radici strutturali del ricatto salute-lavoro-ambiente

La scrittura di questo contributo analitico nasce da due suggestioni complementari. La prima riguarda la necessità di provare a riconcettualizzare le radici strutturali del ricatto salute-lavoro-ambiente nel contesto di Taranto analizzandole attraverso un dialogo tra la prospettiva femminista, l’analisi decoloniale e i concetti dell’ecologia-politica. La seconda suggestione, invece, rimanda ad una riflessione sulla necessità di elaborare un immaginario collettivo in grado di ri-politicizzare le pratiche di resistenza quotidiana di una comunità locale che, da decenni, prova a resistere alla violenza capitalista e al colonialismo del potere.

In questi termini, mentre l’ecologia-politica definisce il campo di ripensamento del conflitto socio-ambientale in Taranto, la prospettiva femminista e l’approccio decoloniale consentono di riflettere sulla relazione tra potere, modernità e capitalismo. Il metodo di analisi di questi approcci, infatti, permette di leggere le trasformazioni e i desideri che le comunità riescono a produrre ‘dal basso’ come vere e proprie prassi contro-egemoniche. Approccio femminista e approccio decoloniale, operando una decostruzione e decentramento della conoscenza scientifica, pongono la necessità di riconoscere delle geografie ‘altre’.

Quest’ultime trovano la propria enfasi nella capacità di quelle soggettività di produrre nuovi discorsi e pratiche al fine di poter immaginare e concretizzare nuove forme di essere e dell’abitare. Nuovi modi e prospettive che mettano in luce la necessità e l’interconnessione di riappropriarsi e reinventare il rapporto che vi si instaura tra corpi e territorio. Infine, guardare alla crisi ecologica tarantina attraverso una prospettiva femminista e decoloniale riflette il mio posizionamento di soggettività e corpo che vive Taranto nella sue plurime forme: terra natía, terra migrante e terra di ripensamento radicale dell’essere e dell’abitare.

Quella di Taranto è la storia di una città del Sud-Italia storicamente militarizzata e industrializzata in virtù della sua posizione strategica a livello geografico. La storia della crisi ecologica di Taranto è, quindi, una storia ‘antica’, incominciata molti decenni fa, imponendosi, fin da subito, come il risultato di una progettualità politica patriarcale e coloniale che ha imposto sul territorio tarantino la modernità come sistema culturale dominante e la logica capitalistica come sistema socio-economico egemonico.

In questa prospettiva, il territorio tarantino è un luogo attraverso cui analizzare i processi materiali e discorsivi che trasformano un certo spazio socio-geografico una “zona di sacrificio” (Harvey). La trasformazione di Taranto in zona di sacrificio, infatti, può essere compresa solo guardando contemporaneamente al piano materiale – che creando le condizioni del ricatto salute-lavoro-ambiente, incatena la comunità di Taranto producendo precarietà economica, sociale, sanitaria ed esistenziale – e al piano discorsivo – che normalizza e depoliticizzala violenza strutturale (Farmer) prodotta dalla crisi ecologica. Per comprendere come è avvenuto il processo di appropriazione dello spazio fisico, vitale, politico di Taranto è quindi necessario analizzare la narrazione dominante che, imponendosi sulla progettualità politica tarantina, ha privato la comunità delle risorse necessarie ai processi di autodeterminazione e benessere collettivo minandone le possibilità di “emancipazione e civilizzazione”.

Nel 1965 venne inaugurato il IV polo siderurgico ILVA, imponendo sul territorio tarantino non solo una struttura architettonica di dimensioni superiori alla città stessa (1500 ettari) ma, soprattutto, un progetto economico-politico che, con il passare degli anni, risulterà fatale per la popolazione.

Fin dall’inizio, il progetto di costruzione dell’Ilva portava con sé delle conseguenze irreversibili che solo a partire dall’inizio degli anni ’90 (DPCM 30/11/1990 dichiara Taranto ad elevato rischio di crisi ambientale) iniziano ad essere tangibili e problematizzate. Tra queste, le più rilevanti si riferiscono all’emigrazione di una fetta di popolazione contadina estradata dai quartieri limitrofi per occupare l’offerta di lavoro delle industrie; alla monopolizzazione e maschilizzazione del mercato del lavoro e dell’economia tarantina con conseguente forte migrazione giovanile e marginalizzazione socio-economica della popolazione femminile; alla diffusione di tumori, patologie cardiovascolari e malattie rare infantili collegate all’inquinamento del latte materno; all’inefficienza dei servizi minimi di welfare: istituzioni sociali fondamentali per la riproduzione sociale della vita come le scuole e i presidi sanitari completamente precarizzati e subordinati alla logica del ricatto imposto. Quest’ultimo non solo ingabbia la sopravvivenza di una comunità ad un modo di produzione sociale incompatibile con la sussistenza della comunità stessa ma al contempo viene espropriata delle risorse fondamentali per l’accesso alla cura delle molteplici patologie prodotte dal sistema produttivo egemone.

Il quadro che si delinea successivamente alla costruzione del IV polo siderurgico condanna la comunità tarantina ad una vita segregata dalla crisi ecologica intesa, da un lato, come la conseguenza di un sistema socio-economico basato sulla monocultura imposta alla produzione d’acciaio e, dall’altro lato, come una crisi sanitaria che rende patologica la complessità del tutto naturale del vivere. È in questo senso che la città resta intrappolata nel ricatto salute-lavoro-ambiente.

Lo sfruttamento salariale che lega la forza-lavoro operaia alla produzione industriale permette di guardare alla storia della crisi ecologica di Taranto non come l’eccezione, ma la regola nel sistema capitalista attuale. L’analisi dell’ecologia della classe operaia tarantina, ovvero lo studio della rete di relazioni che si instaurano tra lavoratori e habitat lavorativi, rende infatti evidenti le contraddizioni ecologiche e sociali che si inscrivono nei processi di sfruttamento e insubordinazione delle comunità di lavoratori nel sistema capitalista.

Sebbene le relazioni che si instaurano tra la classe operaia e l’ambiente circostante siano sempre mediate da molteplici elementi (non solo reddito e occupazione, ma anche subordinazione razziale e di genere, sistemi socio-politici locali), Merchant ritiene che le crisi ecologiche che caratterizzino differenti contesti territoriali nella contemporaneità debbano essere interpretate come conseguenza delle contraddizioni che sorgono tra produzione, riproduzione ed ecologia. In questo senso, seppur le ecologie della classe operaia siano caratterizzate da contraddizioni specifiche, a seconda del tipo e della combinazione di attività sulle quali la comunità fa affidamento per la sua sussistenza, tutte le comunità della classe operaia condividono una comune vulnerabilità al ricatto salute-lavoro-ambiente che, a sua volta, compromette fortemente la loro capacità di reagire allo stress ambientale e prevenire il verificarsi di crisi ecologiche1. A Taranto così come altrove, questo ricatto sociale struttura la quotidianità delle comunità in virtù della sua capacità di distruggere ogni immaginario alternativo, intrappolando i processi di autodeterminazione delle soggettività subalterne all’interno di un modo di produzione capitalista.

Guardare alla storia di Taranto attraverso una prospettiva decoloniale permette inoltre di evidenziare l’imposizione discorsiva della monocultura dell’acciaio come unica possibile economia per la città rappresenti una questione immanentemente geografica e politica. Lo sviluppo delle industrie pesanti in aree selezionate della periferia meridionale era ed è, infatti, funzionale alla competitività del “vero cuore” del capitalismo italiano, cioè del triangolo industriale Genova-Milano-Torino.

Fin dall’inizio, il governo italiano ha previsto un piano di parziale industrializzazione nel Sud finalizzato a rendere il meridione non autonomo e competitivo rispetto al Nord, ma strumentalmente compatibile alle esigenze delle industrie settentrionali. Sul piano materiale, la colonialità dell’approccio all’industrializzazione del Sud si esprime in una progettualità economico-politica che struttura il meridione come fornitore di prodotti di base (principalmente acciaio e prodotti chimici) e riserva finale di manodopera a basso costo per l’industria settentrionale.2 Sul piano discorsivo, la colonialità si esprime parallelamente nella costruzione del meridione come terra da salvare e liberare dall’arretratezza agricola e dei meridionali come popolo chiamato a dimostrare docile gratitudine per le possibilità di lavoro “concesse” loro dal settentrione.

Come suggeriscono Adorno e Sernieri, la scelta di localizzare impianti industriali di grande impatto nel Sud era principalmente dovuta a vantaggi geografici: abbondanza di acqua e porti già operativi, ma ebbe come risultato invariabile la distruzione di attività economiche preesistenti e la cancellazione di alternative economiche possibilità, trasformando ogni sito in una specifica monocoltura industriale.3

Rispetto a ciò, Gramsci evidenziò, in alcune righe de La Questione Meridionale, il processo di razzializzazione del Sud Italia e delle isole, definendole “colonia da sfruttamento” e affermando che nell’ideologia del Nord “il Mezzogiorno è la palla di piombo che impedisce più rapidi progressi allo sviluppo civile dell’Italia; i meridionali sono biologicamente degli esseri inferiori”4. Da queste parole, possiamo, quindi, comprendere come nello sviluppo industriale del sistema capitalistico italiano, si sia prodotta una narrazione neocoloniale basata sempre su quell’idea di esportare progresso e civiltà in quei popoli etichettati come arretrati.

Questi processi materiali e discorsivi rappresentano le radici strutturali attraverso cui si è imposto su Taranto uno specifico modello di organizzazione della vita e dell’abitare che, pian piano, ha trasformato il territorio tarantino in “zona di sacrificio”. Considerando la socioeconomia locale tarantina, ovvero quell’ “insieme di relazioni sociali specifiche, differenziate e localizzate […] tra persone e organismi che sono necessari[e] al funzionamento economico di [una] città”5, è possibile notare come, negli ultimi cinquant’anni, Taranto sia diventata gradualmente un’area sacrificale distinta da un’alta concentrazione di attività inquinanti variamente legate alla produzione di acciaio, alla raffineria e alle discariche di rifiuti illegali con un progressivo degrado dell’ambiente urbano.

Al processo di normalizzazione e depoliticizzazione che caratterizza la trattazione discorsiva della crisi ecologica del contesto tarantino si sottraggono esperienze di conflitto dal basso che, seppur limitate, rivestono un ruolo centrale nel processo di immaginazione di una città ‘altra’. Nel Luglio 2019 le due principali scuole del quartiere Tamburi (limitrofo allo stabilimento siderurgico e raffineria Eni) “Deledda” e “Vico-De Carolis” sono, per esempio, diventate luogo centrale di conflitto socio-ambientale. A seguito della loro chiusura a causa dell’alta concentrazione di polveri tossiche e in assenza di un’alternativa valida a tutelare il diritto allo studio e alla salute dei bambini e delle bambine, le scuole furono occupate dai genitori e da tutti/e coloro che solidarizzavano e riconoscevano questa negazione di diritti all’interno di una rivendicazione cittadina e comunitaria.

Ciò che risulta importante è come la scuola assume molteplici significati all’interno della complessità di questa terra, cioè rende palese il rapporto virtuoso che si è sviluppato tra logica di produzione sociale e subordinazione della riproduzione sociale di chi lo abita. Scuola intesa come luogo inquinato; ma anche come negazione al diritto allo studio; come privazione di un bene comune ad una comunità espropriata dai suoi strumenti di autodeterminazione e sussistenza. Nel momento in cui la logica del profitto e del dominio subordinano i luoghi dei saperi e di socializzazione (già di per sé resi precari rispetto alla loro funzione pedagogica nelle periferie tarantine) si rende evidente la profondità politica, materiale e vissuta che assume questa “zona di sacrificio”.


La produzione di ingiustizia ambientale a Taranto può tuttavia essere pienamente compresa solo aggiungendo all’equazione l’accettazione generalizzata della rigida divisione secolare del lavoro in termini sociali e spaziali. Il paradigma dello sviluppo industriale sopra descritto si interseca con un sistema di valori profondamente patriarcale e produttivista che sostiene l’emergere della classe lavoratrice maschile come “protagonista sociale”.

Parallelamente, discorsi tradizionali a sostegno del modello del male breadwinner e del buon padre di famiglia hanno paradossalmente accompagnato e giustificato il sacrificio degli uomini in un lavoro rischioso per il benessere loro e delle loro famiglie.6 Da questo punto di vista, la divisione sessuale del lavoro può essere vista come una base fondamentale per il ricatto del lavoro ponendosi come condizione fondamentale per l’ingiustizia ambientale e la crisi ecologica diviene il risultato di un sistema di dominio basato sulla produzione di disuguaglianze, anche di genere.

Ciò che va evidenziato è che nella divisione sessuale del lavoro avviene un processo di separazione e di delega dei lavori, ovvero alle donne è stato storicamente imposto di svolgere il lavoro riproduttivo cioè di prendersi cura della forza-lavoro socialmente necessaria per la riproduzione del suddetto modello dominante7. In questi termini, la fabbrica struttura direttamente la famiglia, ovvero uno dei luoghi primari appartenenti alla sfera della riproduzione sociale che diviene punto d’intersezione tra modo di produzione capitalista e modo di riproduzione espressamente patriarcale.

A Taranto, le cose iniziarono a cambiare nei primi anni 2000, quando le lotte concentrate nella sfera della riproduzione, esemplificate da una convergenza di attivismo per la salute pubblica e ambientale, scuotevano la normalità produttivista dell’operaio. Le donne hanno svolto un ruolo di primo piano in questa fase, guidando o partecipando attivamente a organizzazioni e comitati locali vecchi e nuovi. Tra questi, vi è stata l’organizzazione Donne per Taranto, fondata nel 2009, che ha cercato di sensibilizzare la popolazione locale alle questioni di salute pubblica legate all’inquinamento diffuso nella città, e in particolare nel quartiere Tamburi. Ciò fu un tentativo di ri-politicizzare l’economia collegando la produzione alle lotte della riproduzione.

A testimonianza di ciò, i lavoratori furono colpiti inevitabilmente da questo processo di risveglio collettivo. In un’intervista, raccolta dal documentario cinematografico chiamato “Polmoni Di Acciaio”, un operaio Ilva racconta come lui e i suoi compagni di lavoro furono improvvisamente colpiti dalla scoperta che il loro “sacrificio” come capofamiglia e lavoratori in un lavoro rischioso era insignificante, perché le tossine industriali erano sfuggite dai cancelli della fabbrica ed entravano nei corpi delle loro mogli e figliə.”


Successivamente nel 2017, grazie all’attivismo del soggetto politico studentesco e altri percorsi trasversali, nacque Non Una Di Meno Taranto che cercò di portare nuova linfa all’analisi critica del rapporto tra capitale-lavoro-ambiente. Analisi che contribuirono a leggere la questione del ricatto sociale mettendo in discussione la grammatica del potere che ingabbia e riconfigura continuamente gli spazi e i corpi di cui necessita di sfruttare ed espropriare ai fini della logica di accumulazione capitalista. Espandendo gli orizzonti si tratta uno dei primi tentativi di rendere evidente il rapporto tra le politiche che devastano l’ambiente e la violenza coloniale e patriarcale che caratterizza il ricatto salute-lavoro-ambiente che precarizza la comunità tarantina8.

I dati sulla violenza inaudita insita nella produzione di acciaio come elemento fondamentale del ricatto salute-lavoro-ambiente mostrano come la crisi ambientale sia strettamente interconnessa con quella sanitaria: sia la mortalità precoce (1980-2008) che l’incidenza del cancro (2006-2007) evidenziano prove epidemiologiche di rischio sproporzionato per diverse patologie mortali, tra le quali figurano in modo prominente il cancro del polmone e le malattie cardiovascolari / respiratorie, acute e croniche. In questi termini, Taranto rappresenta un tipo specifico di ecologia della classe operaia, in cui la crisi ecologica deriva da contraddizioni tra i costi ambientali e di salute pubblica a causa della produzione industriale e la dipendenza inevitabile della riproduzione sociale dai lavori industriali.9

L’invisibilizzazione del lavoro di cura svolto dalle donne tarantine, la conseguente negazione dei processi di autodeterminazione ed emancipazione di quest’ultime e in generale di tuttƏ coloro condannatƏ a questa complessità del vivere, la precarietà delle istituzioni dedite alla riproduzione sociale della vita come sanità e istruzione e l’ordinarietà del numero dei morti a causa delle malattie provocate dalla produzione industriale diventano di fatto una normalità nella “quotidianità”. L’esperienza del dolore e subalternità di questa comunità emerge come esito di un sistema capitalista, inteso come un rapporto sociale di produzione e riproduzione asimmetrico che fin dalle sue origini condanna una parte della città all’esclusione sociale e al deterioramento biologico.

Molti contributi femministi ( S. Federici, M.R. Dalla Costa) ed ecologisti hanno ben evidenziato l’interconnessione tra il processo d’incorporazione del lavoro riproduttivo svolto dalle donne e il processo di appropriazione delle “Nature a buon mercato”(J.W. Moore) tra cui la forza-lavoro non retribuita. I dati in materia di lavoro umano non retribuito mostrano come questo ammonti a circa il 70-80% del PIL normale e sottolineano come esso sia svolto largamente da donne. Similmente, le stime sul valore dei servizi ecosistemici evidenziano come questi oscillino tra il 70% e il 250% del Pil mondiale. In questi termini si evince come il lavoro non retribuito sia prodotto dai complessi rapporti di potere e (ri)produzione e accumulazione.10

Il processo di esposizione dei corpi viventi all’esaurimento fisico e ai rischi biologici derivanti dalla crisi ecologica e sanitaria sul territorio tarantino può essere ricondotto a quello che Mbembe(2020) definisce “Brutalismo” ovvero un processo contemporaneo “attraverso il quale il potere, come forza geomorfa, si costituisce, si esprime, si riconfigura, agisce e si riproduce” dove la tossicità, cioè la moltiplicazione delle sostanze chimiche e dei rifiuti e le conseguenti patologie che si riproducono divengono una dimensione strutturale del presente dove bisogna prendere coscienza di dover vivere in prossimità della propria morte, sopravvivendo in un ecologia-mondo tossico che entra direttamente nei polmoni. Un’ecologia-mondo (Moore) dove avviene una rinegoziazione continua dello spazio di potere dove il processo di accumulazione capitalista è strettamente legato a quello della colonizzazione della rete della vita umana e non umana.

In questo primo contributo, a cui ne seguirà un altro conclusivo rispetto all’analisi qui cominciata, ho voluto spiegare come la crisi ecologica in atto sul territorio tarantino sia strettamente interconnessa con il ricatto sopracitato che poggia le sue basi su un processo di istituzionalizzazione delle gerarchie di potere che caratterizzano il lavoro. Quest’ultimo inteso da un lato come un ricatto salariale ed ecologico per la classe operaia intrappolata nel precario immaginario “lavorare o morire di fame” ;dall’altro inteso come l’esito di una progettualità politica che si estende e colonizza tutte quelle soggettività che si ritrovano al di fuori del processo di produzione dell’acciaio.

Le disuguaglianze sociali costitutive del suddetto modo di organizzare la vita produce una precarietà socio-economica che si interconnette ad una normalizzazione della malattia e del rischio di morire. Diseguaglianze sociali che, nelle loro plurime forme, si esplicitano nelle pratiche spaziali all’interno di questo territorio che viene continuamente riprodotto all’interno della tensione tra “zona di sacrificio” e la possibilità di praticare nuovi mondi.


1 C.Merchant, Ecological revolutions. Nature, gender and science in New England, Chapel Hill, University of North Carolina Press, 1990

2 C.Vercellone, Stato-Piano e sviluppo fordista in un’economia dualista del nuovo meridionalismo, Sud Comune,2015, pp.68-77

3 S.Adorno e S.N. Serneri, Industria, ambiente e territorio: per una storia ambientale delle aree industriali in Italia, Bologna, Il Mulino, 2009

4 M.Panighel, Al Sud sono tutti calienti, in “Jacobin Italia”, 2019, n°4, pubblicata il 07/11/2019, p.91

5 M. Storper. , The regional world: Territorial Development in a Global Economy, Guilford Press,1997, cap.9

6 S.Barca e E.Leonardi, working-class ecology and union politics: a conceptual ecology, UK, Routledge, 2018, p.7

7 S.Barca e E.Leonardi, working-class ecology and union politics, p.4

8 Lungs of Steel, Local Resistance against Global Injustices. Vedi su https://www.youtube.com/watch?=bNK7br4n1YE

9S.Barca e E.Leonardi, working-class ecology and union politics: a conceptual ecology, UK, Routledge, 2018, p.5

10 J W. Moore, Antropocene o Capitalocene, Verona, Ombre Corte, 2017, p.41

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