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Ius Soli

Ius soli: “è tempo di leggi che si allineino ai cambiamenti della società”

Foto in copertina: neodemos.info

Ius soli. Basta nominarlo per sollevare reazioni di pancia, ben lontane dal sano dibattito politico che  prediliga il bene comune al di sopra delle riserve di alcuni soliti noti. Ammainato per necessità, viene  fatto viaggiare a vele spiegate quando c’è bisogno di sbandierarlo, quando serve anteporlo come  segno di riconoscimento di un’identità politica frammentata, ma bisognosa di apparire coesa sugli  stessi principi, prima e dopo, nonostante tutto.  

Una vittima, lo si potrebbe definire così: lo Ius soli è una vittima della mancanza di coraggio da parte  di quegli esponenti politici che non avanzano proposte in quanto giuste per la comunità, bensì le  avanzano solo dopo aver valutato il ritorno in termini di popolarità e di impopolarità. La matematica  dei numeri del consenso, davanti al calcolo del ritorno in termini di miglioramento delle condizioni di  sviluppo dell’individuo.  

DEFINIZIONE – Come riporta il sito del Ministero dell’Interno, lo “ius soli” fa riferimento alla nascita  sul “suolo”, sul territorio dello Stato e si contrappone, nel novero dei mezzi di acquisto del diritto di cittadinanza, allo “ius sanguinis”, imperniato invece sull’elemento della discendenza o della  iliazione. Per i paesi che applicano lo ius soli è cittadino originario chi nasce sul territorio dello Stato,  indipendentemente dalla cittadinanza posseduta dai genitori. 

La legge 91 del 1992 indica il principio dello ius sanguinis come unico mezzo di acquisto della cittadinanza a seguito della nascita, mentre l’acquisto automatico della cittadinanza iure soli continua  a rimanere limitato ai figli di ignoti, di apolidi, o ai figli che non seguono la cittadinanza dei genitori.  La disciplina contenuta nel provvedimento varato dal Consiglio dei ministri del 4 agosto 2006  introduce una nuova ipotesi di ius soli proprio con la previsione dell’acquisto della cittadinanza italiana da parte di chi è nato nel territorio della Repubblica da genitori stranieri di cui uno almeno sia residente legalmente in Italia senza interruzioni da cinque anni al momento della nascita. 

Altri modi per acquistare la cittadinanza sono la “iure communicatio”, ossia la trasmissione  all’interno della famiglia da un componente all’altro (matrimonio, riconoscimento o dichiarazione  giudiziale di filiazione, adozione), il “beneficio di legge”, allorché, in presenza di determinati  presupposti, la concessione avvenga in modo automatico, senza necessità di specifica richiesta, e,  infine, la “naturalizzazione”. Questa comporta non una concessione automatica del nuovo status ma  una valutazione discrezionale da parte degli organi e degli uffici statali competenti. 

Nonostante il multiculturalismo “SIA” Italia, c’è ancora chi è ben lontano dal riconoscerlo, come scrive Djarah Kan per l’Espresso: “L’italianità esiste come concetto da vendere all’estero. Ma lo sappiamo  tutti che l’italianità è un concetto sfuggente che perde e acquista valore, attraversando la penisola da  nord a sud. Ciò nonostante, quando arriva quel momento dell’anno in cui bisogna convincere a tutti i  costi gli italiani che il vero problema dell’Italia sono le donne immigrate, coi loro pericolosissimi  prodotti del concepimento al seguito, ecco che spunta il patriottismo di destra, il più tossico, quello  che non ti fa respirare, e che riduce le molteplici identità di questo paese, a una sola commedia per  turisti in cerca di spaghetti al pomodoro. In questo incubo nazional popolare, sono in realtà le donne  straniere e non bianche ad essere la vera minaccia. Dentro di loro nascondono il potere di cancellare  la storia e l’identità di intere nazioni”.  

Gran parte dell’America Meridionale, Stati Uniti e Canada, hanno fatto la loro scelta, applicando lo Ius soli incondizionatamente e in maniera automatica. Hanno invece scelto lo Ius soli condizionato, con l’applicazione di alcune differenze, paesi come la Francia, la Germania, e il Regno Unito. Nel nostro Paese, il ritardo nel modificare la legge sulla cittadinanza continua a produrre effetti deleteri,  come spiegato chiaramente da Altalex: “Allo stato attuale, benché nati e cresciuti in Italia, i figli di immigrati sono considerati stranieri, per tal ragione, ad essi è preclusa la possibilità di fare cose ed  accedere ad attività essenziali per un corretto sviluppo dell’individuo e della sua personalità, circostanza che, invero, rappresenta un diritto fondamentale nella nostra carta costituzionale. Per intendere tali preclusioni, vengono fatti alcuni esempi: 

I ragazzi, nati in Italia da genitori stranieri o arrivati in Italia da piccolissimi, dipendono fino alla maggiore età dal permesso di soggiorno dei genitori: se il permesso scade e se i genitori perdono il lavoro, loro diventano irregolari. 

Fino al non raggiungimento della maggiore età, alcuni ragazzi non possono iscriversi a campionati sportivi in cui esistono limitazioni per i giocatori stranieri. Invero, la legge permette ai minori stranieri di fare sport, ma non garantisce agli stessi la possibilità di essere inseriti nelle selezioni nazionali, per le quali è invece necessario avere la cittadinanza italiana. In realtà, per quanto sia contemplato uno Ius soli sportivo, lo stesso può essere applicato solo ai minori che sono entrati in Italia prima di compiere 10 anni e non anche per tutte le federazioni sportive. 

Tutti i loro viaggi all’estero devono essere preceduti dalla verifica della necessità di avere o meno il passaporto italiano o un visto. 

Se volessero andare all’estero con una borsa di studio per un’esperienza formativa più lunga di dodici mesi, perderebbero automaticamente la carta di soggiorno e dovrebbero intraprendere la trafila per richiederla, la quale è lunga e complessa. 

Questi ragazzi non possono né votare, né candidarsi, ma nemmeno partecipare a numerosi concorsi pubblici o visite culturali (solo ad esempio, per visitare Montecitorio, per ragioni di sicurezza, è necessario essere cittadini UE). 

Per chiarire ogni dubbio e ascoltare da fonte diretta quante e quali occasioni andremo a perdere e sulla pelle di chi, ho intervistato Lucia Ghebreghiorges, nata in Italia ma figlia di immigrati, giornalista e attivista che lotta per l’affermazione di una legge  di cittadinanza che dia loro voce, che ne consideri la specificità e i diritti. Diversi i riconoscimenti  pubblici per il suo impegno nel mondo dell’associazionismo. Dopo varie esperienze giornalistiche,  oggi si occupa di Comunicazione istituzionale e advocacy nel campo dei diritti umani, oltre ad aver pubblicato il racconto Zeta nell’antologia Future, a cura della scrittrice Igiaba Scego.  

Lucia Ghebreghiorges
Ius sanguinis, Ius soli. Prima e dopo. Cosa cambierebbe se venissero approvate le modifiche alla legge  5 febbraio 1992, n. 91?  

Circa un milione di minorenni otterrebbe la cittadinanza prima della maggiore età se venisse  modificata la legge a favore dei figli e delle figlie dell’immigrazione nati/e e cresciuti/e in Italia. Va  chiarito che si tratterebbe di forme di ius soli cosiddetto temperato, come previsto dalle proposte di  legge attualmente in Parlamento. 

Ius culturae, diritto o riconoscimento dal sapore coloniale?  

È un termine inventato che è stato usato in modo errato per chiedere l’acquisizione della cittadinanza  anche per coloro che sono cresciuti in Italia. È una richiesta legittima quella di riconoscere anche a  loro la cittadinanza, direi fondamentale visto che per loro alla maggiore età non vi sono percorsi  specifici che tengono conto del loro vissuto. Ma sarebbe bastato parlare di crescita senza dover  utilizzare termini che collegano un diritto a chissà quale percorso culturale. Come termine è  discriminatorio, immagino che nelle migliori intenzioni si volesse fare riferimento al fatto di  riconoscere i percorsi di crescita dei ragazzi e delle ragazze, ma le parole sono importanti e vanno usate con criterio. Non si tratta di dimostrare una cultura di appartenenza e giustificare così la  concessione della cittadinanza, quanto tenere conto del vissuto di una persona e prefigurare anche  per lei un percorso di cittadinanza. 

Cittadini stranieri che diventano cittadini italiani. Persone che restano persone. Quanto spaventa e  perché?  

In Italia si è italiani se si è bianchi, gli altri sono stranieri. Per sempre. È un Paese che non ha fatto i  conti con la sua storia coloniale, oltre a essere di recente immigrazione. È come se non fosse ancora  riuscita a prendere le misure con l’alterità, di conseguenza pur essendo già oggi un Paese di fatto  multietnico non sa riconoscerlo e pensare sé stesso come tale. 

Pensa si possa arrivare, primo o poi, ad avere un movimento antirazzista forte e compatto, in Italia?    

In Italia c’è molta frammentazione, molte sono le realtà della società civile (associazioni, movimenti  ecc.) che si mobilitano per rivendicare dei diritti, ma raramente queste riescono poi a unirsi in  movimenti ampi e coesi. Ognuno inoltre guarda al proprio “tema”. Bisognerebbe riconoscere  l’intersezionalità delle questioni e comprendere che quel che sembra non ci riguardi invece ci riguarda  e si lega con altri temi che sono più collegati e vicini di quanto si pensi. 

Sostituzione etnica, incubo dell’italiano puro. Parliamo del perché sia tanto infondata.  È solo propaganda, non si capisce chi dovrebbe sostituire chi. 

Il PD riesuma lo Ius soli ad ogni tentativo di resurrezione. Quanto male fa l’incostanza al ritmo di  vessillo al vento?  

Non si può usare la cittadinanza come bandiera politica se poi non si arriva al risultato. Il centrosinistra  ha avuto in passato più di una occasione di portare a termine le modifiche alla legge, ma non ha avuto  il coraggio di andare fino in fondo e ciò ha creato una forte disillusione da parte di tutti coloro che ci  speravano. Oggi al canto delle sirene non si crede più, servono fatti. 

Immagino possa raccontarci infinite storie vere, ma può sceglierne una che le è rimasta nel cuore e  per cui davvero lo Ius soli avrebbe determinato la svolta da una vita in stato di necessità a una vita in  stato di dignità?  

Voglio ricordare S. un’amica e attivista che con me e tanti altri e altre si è spesa per questo diritto. Lei  era nata in Italia ma non ha mai ottenuto la cittadinanza alla maggiore età. Ciò le ha procurato  problemi di diverso tipo, anche la perdita del lavoro. È morta prematuramente e da cittadina straniera, nonostante fosse di fatto italiana a tutti gli effetti. È anche per lei se molti di noi non mollano e  continuano a chiedere una riforma. 

Rispondiamo all’affermazione di Cacciari per Globalist, che riporta “Non è il tempo di leggi fra  virgolette ideologiche”  

Penso che sia prima di tutto tempo di leggi che si allineino ai cambiamenti della società.

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