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Pensare Migrante: Le misure alternative sono solo un miraggio?

M. vive da oltre venti anni in Italia e oggi lavora come giardiniere con regolare contratto, una rete amicale diffusa in ogni città, una casa in affitto.

M. era sereno fino a qualche settimana fa, quando è stato raggiunto da una condanna per un fatto risalente a circa venti anni fa: appena arrivato, per sopravvivere, vendeva cd “pirata” presso una bancarella. Fermato dalla polizia, ricevette un foglio di denuncia che poi si è perso nel ventennio. M non avrebbe mai immaginato che dopo tanto tempo, per aver venduto cd, si sarebbe trovato a scontare ben 8 mesi di carcere, dopo aver trovato la serenità con la stabilità di un regolare lavoro e una solida rete di amicizie.

M. D. si trova in carcere da oltre un anno, gli restano 10 mesi da scontare: dal carcere scrive e spera. Spera e scrive che questi ultimi mesi possa passarli fuori dalle quattro mura, magari seguendo una formazione che possa fare da ponte verso una regolare lavoro.

La speranza di entrambi è legittima, perché potrebbero scontare la pena in un altrove previsto dalle “misure alternative”, cioè fuori dal carcere

Con misure alternative alla detenzione, così come definite dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa, si intendono quelle “sanzioni e misure che mantengono il condannato nella comunità ed implicano una certa restrizione della sua libertà attraverso l’imposizione di condizioni e/o obblighi e che sono eseguite dagli organi previsti dalle norme in vigore”.

Le fonti normative delle misure alternative alla detenzione, sono presenti negli artt. 47, 47 ter e 50 della Legge sull’Ordinamento Penitenziario, rispettivamente: l’affidamento in prova ai servizi sociali, la detenzione domiciliare e la semilibertà.

L’affidamento in prova ai servizi sociali consiste nell’affidamento del condannato ai servizi sociali per l’espletamento della pena fuori dell’istituto carcerario. La durata corrisponde a un periodo uguale a quello della pena da scontare.

La caratteristica essenziale dell’istituto, consiste nel far venir meno ogni rapporto del condannato con l’istituto carcerario. Un ruolo rilevante, in questa fase, è dato dall’ UEPE (ufficio esecuzione penale esterno) che instaura un rapporto “collaborativo” con il condannato, verifica l’attuazione dell’affidamento in prova e il corretto reinserimento nel tessuto sociale. L’istanza, ai sensi dell’art. 656 cpp, deve essere presentata al Pubblico ministero che ha disposto la sospensione dell’esecuzione della pena, entro il termine di 30 giorni dalla notifica della stessa. Il Pubblico Ministero trasmette gli atti al Tribunale di Sorveglianza competente, che fissa l’udienza. Se invece il condannato è detenuto, l’istanza deve essere rivolta al Magistrato di Sorveglianza competente in relazione al luogo di esecuzione e può sospendere l’esecuzione, ordinare la liberazione del condannato e trasmettere immediatamente gli atti al Tribunale di Sorveglianza, se vi siano prospettate l’esistenza di concreti presupposti per l’ammissione all’affidamento.

Immagine di Pensare Migrante

È prevista anche la detenzione domiciliare, a cui possono accedere, ai sensi dell’art. 47 ter o.p., le persone che abbiano compiuto settanta anni,condannati per qualunque reato a eccezione di quelli previsti dalla legge; chi deve scontare una condanna all’arresto o una pena, anche residua, inferiore a quattro anni,quando si tratta di: donna incinta o madre di bambini di età inferiore ad anni dieci con lei conviventi; padre, esercente la potestà, di prole di bambini di età inferiore ad anni dieci con lui convivente, quando la madre sia deceduta o altrimenti assolutamente impossibilitata a dare assistenza alla prole; persona in condizioni di salute particolarmente gravi; persona di età superiore asessanta anni, se inabile anche parzialmente; persona minore di anni ventuno per comprovate esigenze di salute, di studio, di lavoro e di famiglia.
Inoltre, anche per persone con pena inferiore a due anni e per i casi per i quali sia optare per il reinvio potrebbe essere disposto il rinvio obbligatorio o facoltativo dell’esecuzione della pena ai sensi degli articoli 146 e 147 del codice penale, il tribunale di sorveglianza, anche se la pena supera il limite di cui al comma 1, può disporre la applicazione della detenzione domiciliare, stabilendo un termine di durata di tale applicazione, termine che può essere prorogato. Per l’accesso all’istituto della detenzione domiciliare, se la pena è già iniziata, la misura è concessa dal Tribunale di Sorveglianza competente.
Se la pena non è iniziata (co. 5 dell’art. 656 c.p.p), l’istanza può essere proposta, al PM, entro trenta giorni dalla notifica dell’ordine di esecuzione e del provvedimento di sospensione. Quindi, il PM trasmetterà l’istanza al Tribunale di Sorveglianza che decide entro quarantacinque giorni.

Infine, la semilibertà, disciplinata dagli art. 48 e ss c.p, prevede la possibilità per il detenuto di poter trascorrere una parte della giornata fuori dall’istituto carcerario per partecipare ad attività lavorative, formative comunque utili al reinserimento sociale, in base a un programma di trattamento. L’accesso è possibile per chi ha pena dell’arresto e pena della reclusione non superiore a sei mesi, se il condannato non è affidato in prova al servizio sociale, altrimenti può essere concessa a chi abbia espiato almeno metà della pena. Inoltre, la semilibertà può essere concessa a chi abbia espiato almeno i due terzi della pena (se si tratta di condannato per delitti indicati nei commi 1, 1-ter e 1 quater dell’articolo 4 bis, di almeno due terzi di essa come previsto dall’ordinamento penitenziario); in caso di ergastolo, per beneficiarne, il condannato deve aver già scontato almeno 20 anni di reclusione; per chi è internato non ci sono limiti di tempo per l’ammissione.

Accedere a tali misure è assai meno semplice di quanto sarebbe lecito aspettarsi, trattandosi di una norma di legge. Lo stesso sistema dovrebbe fornire la misura alternativa, mentre è demandato alla singola persona a industriarsi in qualche modo a trovare un’opportunità. Se la persona non ha una rete di contatti o è vulnerabile, non avrà alcuna possibilità di usufruire dell’alternativa a cui avrebbe diritto e si troverà a scontare la pena in carcere, magari per aver rubato un panino.

In tanti non hanno case in affitto o meglio, in molti corrispondono regolarmente un canone d’affitto senza essere tutelati da un contratto, altri invece provengono da percorsi di lunga deprivazione in strada o da vulnerabilità psichica: dove e come potrebbero mai accedere a una misura alternativa, se non magari grazie alla buona disposizione d’animo di un avvocato o al supporto di un’associazione che per caso voglia interessarsene?

Ma anche chi è seguito da un avvocato o da un’associazione in grado di trovare la soluzione alternativa, non è detto che si giunga a un lieto fine: infatti, i tempi per l’ottenimento di accoglienza sono tutt’altro che rapidi, anzi, i luoghi che accolgono i detenuti hanno rigide regole formali che talvolta durano mesi. I posti poi sono pochissimi, centellinati, preziosi. Le misure alternative sono dunque una corsa ad ostacoli tra mancanza di sistema organizzato, carenza di posti, tempi lunghi per l’accettazione e l’espletazione di formalità di vario genere, e tutto ciò a fronte di un sistema carcerario al collasso, di carceri sovraffollate, piene di persone che in sostanza vi si trovano per “reati di povertà”.

Ancora una volta il sistema (che non forma adeguatamente, che favorisce il lavoro irregolare, che non si adopera all’inclusione) ti butta in strada e poi ti punisce quando provi a sopravvivere dei suoi avanzi, perché come ha scritto Danilo Dolci “Non bisogna disturbare, con spettacoli di miseria e di fame, la mensa imbandita di chi mangia bene”. La punizione consiste nella reclusione in luoghi disumani, dove la dignità dell’uomo è un miraggio, come mostrano gli abusi e le violenze di polizia subite dai detenuti a Modena ed in altri luoghi: le stanze di “picchiamento” del carcere di Poggioreale. La pena, invece di diventare occasione riabilitativa, finisce per cronicizzare l’isolamento sociale che spesso è causa di crimini. Le misure alternative inattuate restano sulla carta, irridendo la possibilità di recupero di chi avrebbe diritto a goderne: e l’irrisione è concessa, per il fatto che l’informazione circa questa possibilità sia poco condivisa, prima che la misura stessa poco attuata.

Nel caso di M., dopo innumerevoli ricerche e l’intervento dell’associazione volontaria Il Viandante di Roma, da oltre 5 mesi si aspetta la decisione assembleare di gruppi per lo più legati ai circuiti delle chiese.

Così il tempo passa e la pena anche e la speranza si assottiglia sempre più. Quella speranza di potersi ricostruire una vita, di riallacciare un percorso che non sia sempre e solo di povertà e umiliazione. M. intanto ci scrive dal carcere, in commovente attesa, ringraziando che “almeno voi pensate a me”, aspetta che arrivi la risposta per le misure alternative, che la sua avvocata vorrebbe tanto presentare e che noi vorremmo tanto arrivasse da chi ha dato disponibilità. Evidentemente nei cassetti di questi istituti si sono accumulate tante richieste e accettazioni, che quella di M. dovrà attendere che sia finita la pena!

Delle tribolazioni di chi non ha strumenti relazionali e conoscitivi che possano anche solo fargli fare la domanda” cosa sono le misure alternative?”, ci racconta bene la storia di H., cittadino nigerino con lieve ritardo cognitivo e problemi psichici, che dopo aver ottenuto il fantomatico permesso di soggiorno, si ritrova in strada con la medaglietta al collo di vincitore nella lotteria del “Poter restare in Italia”, una lotteria che dopo qualche mese di accoglienza più o meno virtuosa ti consegna alla “Nuda strada”, spesso così come sei arrivato o anche peggio dopo aver camminato sui cocci di sogni e desideri di giustizia.

Così H. ritrovatosi in strada, camminando e chiedendo non ha trovato né rivoluzione né libertà, ma soltanto incertezza, miseria e troppa solitudine in un mondo al contrario, che ha capovolto anche la sua testa. Perché H., per cercare di adeguarsi, più che comprendere, questo mondo indifferente e ostile, ha accettato di trasportare una valigia, piena di chissà che manco lo sapeva accontentandosi di vedervi in essa la possibilità di autonomia e stabilità. Quella valigia, offertagli dagli sfruttatori di turno, gli è costata oltre 3 anni di carcere ed la perdita del suo a lungo minato equilibrio: nel carcere di Civitavecchia, non ha potuto neanche avere un’assistenza psicologico e quindi oggi si trova non davvero libero, perché in frantumi. Nessuno ha pensato alle misure alternative per lui e poco dopo essere uscito dal carcere, il permesso di soggiorno è scaduto, si è ritrovato in un CPR (quindi in un ulteriore stato detentivo) e poi in Niger.

Per i casi più fortunati (che coincidono con una disponibilità economica propria o di quella di una rete amicale), è possibile trovare un posto presso istituti che accolgono i detenuti a fronte del pagamento di una stanza.

Q., cittadino iracheno imprigionato perché aveva un passaporto falso, “reo” dunque di aver cercato in tutti i modi una strada per scappare dalle persecuzioni anziché trovare accoglienza alla sua richiesta di asilo ha trascorso qualche mese di carcere. A lui è andata meglio che ad M. ed H,. perché un po’ di soldi li aveva e si è potuto permettere di pagare 400 euro al mese per una stanza presso un istituto di Milano, sempre gestito da gruppi confessionali. Ora è in accoglienza come richiedente asilo.

Capita anche che una donna con il suo piccolo bimbo siano entrambi detenuti, per assenza di posti deputati alle misure alternative: questi posti, questi spazi vogliamo chiederli alle istituzioni e dobbiamo costruirli tutti insieme. Un mondo senza il carcere, in cui nessuno sia lasciato solo, è quello che sogniamo.

Un nuovo spazio creato da donne e uomini che hanno incontrato sogni, progetti e necessità delle persone migranti e che insieme hanno deciso di dare una nuova forma al pensiero contemporaneo. Uno snodo tra le reti cittadine nazionali e internazionali per contribuire al superamento della crisi in cui versano i diritti dei migranti, diritti umani di ognuna e ognuno di noi. Un nuovo spazio di condivisione per dare voce al pensiero migrante, ai dati, all’arte, a un’economia solidale e sostenibile, alla partecipazione dal basso della cittadinanza. Contro la staticità, contro le frontiere fisiche e mentali, per un nuovo modello sociale in cui non c’è chi dà e chi riceve, ma una comunità solidale, mutuale, forte e fiera di aver abbattuto ogni confine.

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