TOP
AYOTZINAPA

LA STRAGE DI AYOTZINAPA: PARLA IL SOPRAVVISSUTO OMAR GARCÍA VELÁSQUEZ

Foto in copertina: foto: Carlos Ayala per desinformemonos.org

Del tragico caso di caso di Ayotzinapa e dei 43 studenti che la notte del 26 settembre 2014 furono fatti sparire dalle forze armate messicane ho già parlato nel dettaglio nel mio precedente articolo su Intersezionale. In quel contesto analizzavo non solo gli avvenimenti legati al rapimento degli studenti della scuola rurale Isidro Burgos ma anche le responsabilità del governo messicano su quanto accaduto.

Andrés Manuel Lopes Obrador, anche detto AMLO, diventa Presidente degli Stati Uniti Messicani il 1° dicembre 2018, dunque 4 anni dopo la strage; e da subito promette di ricercare la verità e la giustizia su quanti accaduto costituendo una Commissione per la Verità. La Commissione ha concluso i suoi lavori lo scorso anno, nel 2020, confermando che la versione decantata dal precedente governo, in carica la notte dei fatti, era stata appositamente costruita per insabbiare il caso.

Le conclusioni portarono all’arresto di personaggi di diverse forze dell’ordine che a suo tempo non erano state neanche sfiorate e ad un mandato d’arresto internazionale per Tomás Zerón, all’epoca direttore dell’Agenzia di Investigazione Criminale del governo. Un impegno nella ricerca della verità dei fatti, che lascia qualche perplessità, dunque, anche se AMLO lo ha riconfermato anche quest’anno, durante una cerimonia commemorativa ad Iguala, luogo del massacro.

Oggi, perciò, ritorno sulla vicenda per dare spazio ad una voce ancora viva; quella di Omar García Velsáquez, uno dei sopravvissuti agli attacchi della polizia in quella tragica notte in cui sparirono 43 dei suoi compagni. Un onore per me, un onore dar spaio a chi il massacro lo ha vissuto sulla propria pelle.

Non ho chiesto ad Omar di raccontarmi i fatti, ma con lui ho parlato di altre cose: dall’attività dei genitori delle vittime per avere giustizia alla situazione delle scuole rurali; dalla situazione politica in Messico al racconto delle intimidazioni ricevute.

Ciò che veramente mi ha sconvolto è la lucidità con cui parla di quella notte, di quella strage: nonostante sia stato sul punto di essere ucciso, nonostante abbia perso 43 amici, a 7 anni dal fatto, lui non smette di chiedere a gran voce la verità. Omar è un attivista politico e nonostante la pericolosità del suo lavoro, va avanti scrive, manifesta, lotta, grida, spiega. Non solo: si candida anche a deputato federale. Lo fa per i suoi compagni scomparsi, lo fa per lui, e anche per gli altri, quelli sopravvissuti. Io non so se Omar ha paura, non gliel’ho chiesto, ma non ho sentito nella sua voce nessun tentennamento, neppure l’ombra di un dubbio, nessun timore.

Itzel Plascencia/Amnesty International Mexico

C’era solo un’enorme voglia di cambiamento. E nel ringraziarlo per il tempo dedicatomi gli ho ribadito che non è solo nella lotta e mai lo sarà.

«Por los 43 y por los miles más: JUSTICIA, la lucha sigue.»

  1. D: Parliamo di quella notte: cosa successe quel 26 settembre 2014? Hai mai pensato di non sopravvivere?

R: Ho smesso di vivere ed ho iniziato a sopravvivere quando la polizia cominciò a spararci addosso: da lì ho capito che in qualsiasi momento mi avrebbero potuto uccidere, catturare, torturare. E sempre quella notte mi sono rassegnato a ciò che poteva succedermi. Quando ho cominciato a capire cosa effettivamente fosse successo ai miei compagni, quando cominciai a capire che erano stati fatti sparire, già da quel giorno cominciai a chiedere verità, a parlare di narcotraffico, di corruzione, delle ingiustizie che dilagano in Messico. Da quel momento, io e i miei compagni sopravvissuti siamo stati perseguitati: minacce per telefono, di persona, ma anche tentativi di farci sparire. Certo, con il tempo e l’affievolirsi dell’attenzione sul caso, le minacce si sono attenuate, ma ora che mi sto candidando come deputato federale sono sicuro che ricominceranno, ne sono consapevole. So perfettamente che in Messico, fare l’attivista potrebbe significare anche morire: esta pregunta ya no es pregunta, es obvio.

  1. D: Parlando, invece, della scuola rurale Isidro Burgos, cosa successe ad Ayotzinapa da quel famoso 26 settembre 2014 ad oggi?

R: All’inizio si fermò tutto, eravamo occupati nella ricerca dei compagni e nel capire cosa fosse successo. Man mano che veniva fuori la realtà, però, le domande di iscrizione cominciarono ad essere sempre meno; la gente aveva paura dopo ciò che era successo ai 43 studenti. Solo dopo 2-3 anni le iscrizioni cominciarono di nuovo ad aumentare: adesso è tutto come prima, anzi, la struttura della scuola è stata anche ampliata.

  1. D: La scuola continua a svolgere le sue attività, continua ad essere politicamente attiva? Tu sei più tornato ad Ayotzinapa?

R: No, io ad Ayotzinapa non posso più tornare. Quando cominciai a parlare di ciò che era successo andando, insieme ai genitori delle vittime, a parlare, ospite anche in diversi Paesi, per chiedere verità e giustizia, i dirigenti della scuola mi dissero che non potevano accettare che diventassi il loro portavoce, il loro statuto non lo prevedeva. Nel 2016, per questo, venni espulso da Ayotzinapa accusato di protagonismo, di essermi venduto. Lo stesso motivo per cui 3-4 settimane fa è stato espulso anche uno dei genitori delle vittime. La scuola è un’organizzazione marxista-leninista e dunque come tutte le strutture di questo tipo è molto dogmatica: lo Statuto è legge.

  1. D: Le scuole rurali in Messico, sono molto particolari. In Europa non esistono. Come funzionava e funziona tutt’ora Ayotzinapa?

R: Le scuole rurali in tutto lo Stato del Messico sono 17, sono viste come covi di rivoluzionari, delinquenti e per questo hanno una brutta reputazione anche se vi accedono i ragazzi delle comunità più povere dello Stato del Guerrero. Per loro è un’opportunità per poter studiare senza pagare le tasse universitarie imparando anche a fare il lavoro dei loro genitori, il lavoro dei campesinos, contadini. I ragazzi, infatti, non solo studiano per diventare maestri ma imparano a coltivare i campi e ad allevare il bestiame… imparano anche a dedicarsi alle attività sociali a favore del territorio: dai balli tradizionali all’attivismo politico.

Insomma, un’istruzione completa che gli permetterà, volendo, di ritornare eventualmente nelle loro comunità, di istruire i bambini, e di dare una mano agli adulti. La selezione per entrare ad Ayotzinapa è molto dura. I ragazzi devono passare una settimana di prova: sveglia all’alba, allenamenti sfiancanti, poco cibo, lezioni, attivismo politico, attività extra-scolastiche e di nuovo tutto da capo per 7 lunghi giorni. Ayotzinapa, come le altre scuole, comunque proprio perché marxista-leninista non vengono aiutate dal governo e spesso studenti o studentesse si devono arrangiare vivendo delle stesse cose che imparano a coltivare, dormendo in camere sovraffollate e senza i mezzi adeguati a svolgere attività extrascolastiche.

  1. D: Parliamo, adesso, di politica messicana. Qui in Italia sappiamo poco di Andrés Manuel Lopez Obrador detto AMLO, neopresidente del Messico. Sappiamo che si è presentato come salvatore dello Stato messicano, tu che pensi? La situazione messicana è migliorata?

R: La situazione no es color de rosa, non è rosa e fiori ovviamente ma se pensi che il Messico storicamente abituato al caudillismo, ai militari al potere, allora direi che la situazione è cambiata molto: nelle comunità, nel supporto agli anziani, nell’appoggio economico agli studenti che non potevano permettersi di studiare. AMLO sta portando avanti una battaglia per evitare che nelle mani delle imprese più importanti si accentri tutta la ricchezza del Messico, com’era prima che arrivasse. E è un passo avanti gigantesco. Poi, ovviamente e realisticamente, sappiamo che AMLO non potrà cambiare completamente il paese ma certo è che passa da Peña Nieto ad un candidato di sinistra è già molto.

  1. D: Tornando ai fatti del 26 settembre 2014, il Messico fu mai sanzionato o fu mai chiamato in causa per i fatti di Ayotzinapa? Mi pare che la Verdad Histórica, la versione data dal governo, confligga con la realtà dei fatti, è così?

R: Si, infatti la versione del governo non torna. Lo Stato messicano ammise che fu la polizia municipale a far sparire i miei 43 compagni consegnandoli alla criminalità organizzata, dandosi la zappa sui piedi. Nel tentativo di minimizzare il danno, infatti, il governo scaricò tutta la responsabilità sulla polizia locale in maniera da preservare l’immagine delle forze federali e dell’esercito che vengono associate alla forza dello Stato messicano.

Ma la polizia municipale è comunque un organo dello Stato messicano e quindi la responsabilità del governo non fu meno grave. Nessuna sanzione è stata comunque applicata, anche se arrivarono tantissimi messaggi di protesta da tantissimi paesi, anche dall’Unione Europea. Ad investigare sul caso anche un comitato di esperti indipendenti creato dalla Commissione Interamericana dei Diritti Umani che smontò completamente la versione del governo, la così detta Verità Storica. Ma la Corte non andò oltre; i commissari ONU però esercitarono molte pressioni diplomatiche sul Messico e questo agevolò il lavoro del comitato di esperti indipendenti. Quindi possiamo dire che la creazione del comitato e le pressioni diplomatiche internazionali furono estremamente utili per avvicinarsi alla realtà o per lo meno per allontanarsi dalla falsità.

A poter intervenire sul caso c’era anche il comitato sulle sparizioni forzate, previsto da una Convenzione firmata e ratificata dal Massico, e che i genitori dei ragazzi scomparsi sollecitarono a investigare sul caso. Ma nel 2014, l’allora presidente del Messico, Peña Nieto insabbiò di fatto l’intervento del comitato: si limitò ad una firma senza nessun altro impegno per far sì che il pool di osservatori effettivamente arrivasse in Messico ed iniziasse il lavoro.

  1. D: L’ultima domanda: dove sono, secondo te, i 43 ragazzi scomparsi? E perché sono stati fatti sparire?

R: I miei compagni sono stati fatti sparire perché chi lo ha fatto poteva farlo, ma soprattutto perché erano attivisti sociali, membri di una scuola ribelle. Chi lo ha fatto voleva sopprimere le loro voci perché la repressione ha sempre lo stesso obiettivo: zittire chi fa troppo rumore, dimostrare che fine possa fare chi alza la testa. In Messico, d’altra parte c’è una situazione di impunità terribile e molti gruppi di delinquenti, supportati dalla polizia, possono fare e disfare tutto senza nessuna conseguenza legale. Questo perché il sistema giudiziario messicano non ha mai funzionato: corruzione e minacce lo hanno sempre caratterizzato. Questo ha reso possibile il controllo da parte del crimine organizzato di ampie zone del territorio messicano, a cominciare dallo Stato del Guerrero dove è avvenuta la spartizione forzata dei 43.

Dove sono finiti i miei compagni, mi chiedi? So benissimo che sono stati uccisi. Però penso anche che non siano stati assassinati subito; penso che siano rimasti vivi fino a che il governo non abbia dato la sua versione, la famosa Verdad Histórica, costruita e divulgata ad arte. Da quel momento in poi, infatti, una volta formulata “l’enorme bugia”, il governo non poteva permettersi di lasciarli in vita; doveva eliminare ogni traccia della reale verità. Solo se il governo avesse investigato silenziosamente i ragazzi avrebbero potuto anche essere salvati, ma così non è stato.

Il problema si è presentato quando il governo messicano ha visto i sopravvissuti e gli altri studenti di Ayotzinapa organizzarsi insieme ai parenti delle vittime e a tanti altri per chiedere la verità. Per questo, secondo me, sono stati uccisi solo 4 mesi dopo, a gennaio. Il messaggio dello Stato doveva essere chiaro: chi è contro di noi pagherà le conseguenze. E nel caso di Ayotzinapa la conseguenza è che mai sapremo la verità. Potremo avere solo dei risarcimenti e la sicurezza che non accadrà mai più un altro caso Ayotzinapa. A volte mi chiedo: se queste sono le conseguenze di una lotta sociale, vale comunque la pena di lottare? Secondo noi sopravvissuti si, vale sempre la pena, perché no nos van a callar, nunca. Non ci zittiranno mai.

Sono Alice Regis, studentessa ed attivista per i diritti umani. Mi sono sempre occupata di attivismo con diverse ONG tra cui Greenpeace,Bridge to Better e Amici dei popoli. Attualmente sono la Referente Attivismo di Amnesty International Lazio e mi occupo di gestire gli attivisti sul territorio regionale

Post a Comment