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Who Cooked Adam Smith's Dinner

LUCHA Y SIESTA: Bene comune transfemminista, tra utopia ed economia della cura

Annalisa Fabretti, Michela Cicculli, Maria Cristina Sciannamblo e Egilda Orrico 

Qual è il valore in termini economici di una esperienza come Lucha y Siesta? Una casa delle donne, centro antiviolenza, spazio transfemminista di autonomia e autodeterminazione, luogo di incontro e di confronto politico, crocevia di attività culturali e professionali. A quanto ammonta il debito di cura accumulato nei secoli sul lavoro – invisibile, gratuito o sottopagato – delle donne e di tutte le minoranze di genere? Come si costruisce un bene comune transfemminista, tra utopia ed economia della cura?


Questi interrogativi hanno caratterizzato il terzo incontro di progettazione partecipata organizzato da Lucha y Siesta, impegnata da qualche mese in un percorso collettivo verso Lucha 2.0, bene comune transfemminista aperto alla città, alle comunità e alle persone che lo attraversano. All’incontro, che si è svolto online il 16 aprile 2021, hanno partecipato Giorgia Serughetti (filosofa e ricercatrice all’Università di Milano Bicocca), Marcella Corsi (economista e coordinatrice del MinervaLab all’Università Sapienza di Roma) e alcune esperienze italiane di autonomia e autoorganizzazione: il nuovo Centro per le arti, la cultura e la ricerca Macao di Milano, l’ex Asilo Filangieri di Napoli, la Coalizione per i Beni Comuni e la Casa internazionale delle donne di Roma. 

Rispetto al tema della cura, Giorgia Serughetti ha restituito un’immagine di Lucha come “spazio sociale di utopie quotidiane”. Il riferimento è al concetto di ‘utopia quotidiana’ elaborato dalla filosofa inglese Davina Cooper. Utopia quotidiana è uno spazio di vita che contiene in sé una spinta trasformativa, realizzata giorno per giorno attraverso attività ordinarie, materiali e apparentemente banali: curare il giardino, tinteggiare, cucinare. Queste attività quotidiane diventano utopiche perché sono portate avanti in modo non convenzionale e contro-normativo, non sono il segno di una società perfetta ma di uno scarto che rompe l’ineluttabilità del presente che ci dice che non c’è alternativa a un modello economico capitalista che impoverisce, marginalizza e opprime. Il femminismo – dice Serughetti – ci insegna che la cura è stata sempre delegittimata, sottofinanziata dal settore pubblico, affidata al mercato, rimandata al lavoro gratuito delle donne e di altri soggetti. Una simile condizione significa, da una parte, iniquità del lavoro di cura che penalizza coloro che se ne occupano, dall’altra iniquità di accesso alle cure. Il femminismo ci invita amettere al centro la cura, che oltre accudimento e relazione, è risposta ai bisogni di altrə, viventi e non viventi, in termini di cultura, educazione, co-progettazione, manutenzione e riparazione. 

L’utopia quotidiana richiamata da Giorgia Serughetti assomiglia allo spazio bianco praticato a Lucha, da cui nascono il conflitto e l’elaborazione politica, la spinta utopica quotidiana che va oltre i bisogni primari. 

Secondo Marcella Corsi, parlare di cura in economia è rivoluzionario, dal momento che la scienza economica è stata pensata e costruita sulla base dei bisogni dell’homo oeconomicus, bianco, occidentale, relativamente benestante da potersi porre il problema razionale di ottimizzare scelte e massimizzare profitti piuttosto che preparare la cena e fare il bucato. In questo senso, la sfida dell’economia femminista – minoritaria nella disciplina più ampia della scienza economica – risiede nella decostruzione del concetto di lavoro, da sempre legato al mercato della domanda e dell’offerta, quindi all’erogazione di un salario in cambio di una prestazione di lavoro. Ma il lavoro – come ci insegna Lucha – non è solo questo: si tratta di relazioni, ascolto, affetto, empatia, fatica fisica, cura e, come tale, non retribuito e invisibile all’economia. Dal punto di vista teorico, vuol dire immaginare il mondo della produzione come riproduzione sociale, mettere al centro la cooperazione e non il profitto ribaltando, di fatto, il sistema economico del capitalismo 

Per cambiare passo è necessario porsi domande radicali come fanno Marcal, Katrine, Vogel, Saskia nel libro Who Cooked Adam Smith’s Dinner?: A Story of Women and Economics. Il testo evidenzia quanto lavoro non pagato c’è alla base dell’economia del capitale, sostenuta da sempre dal lavoro riproduttivo delle donne, qui rappresentate da Margaret Douglas, la madre di Adam Smith, primo economista della storia occidentale e filosofo. 

L’economia tradizionale non può sostenerci fino in fondo nella nostra analisi, continua Corsi, perché è pensata per tenere in conto le attività di scambio e produzione di capitale per la massimazione delle risorse e lo sfruttamento dei vantaggi in termini di capacità produttive. 

Ne consegue, fino ad ora, che curare e tenere in vita i nessi sociali non avrebbe rilevanza se vogliamo calcolare il tempo trascorso, le competenze o capacità impiegate o ancora non sarebbe rilevante come esperienza formativa e di crescita. Quest’ottica si incardina, con chiarezza, in un sistema in cui il tempo delle donne è il tempo della cura per naturale inclinazione e immutabile destino improduttivo.

L’economia che vogliamo definire femminista, invece, propone la quantificazione del lavoro di cura attraverso la redazione di diari di cura che registrano il tempo speso, intendendo il tempo come unita’ di misura rispetto alla quale valutare e comparare attività. Sia Macao a Milano che l’ex Asilo Filangieri di Napoli hanno indagato con esercizi di quantificazione il lavoro fatto. L’ex Asilo Filangieri ha “dato i numeri” di quante assemblee, prove, attività e persone ne hanno attraversato lo spazio. L’obiettivo era rendere visibile quanto veniva fatto e trovare anche degli indicatori specifici affinché la comunità stessa si guardasse allo specchio.

Altro è quando questi numeri vanno comunicati all’esterno, per il riconoscimento giuridico dell’uso civico dei beni collettivi. Allora la necessità di uniformare le misure e di cercare un linguaggio comprensibile alle istituzioni porta con sé il rischio di scadere in mera quantificazione, che apre il fianco alla mercificazione e alla tentazione di ricavare reddito dall’esperienza collettiva. Eppure Lucha, come Macao e l’Asilo sono altro oltre lo spazio antiviolenza, lo spazio artistico, culturale e sociale; sono intreccio di relazioni, sono esperienze il cui valore può essere narrato, qualitativamente descritto ma difficilmente quantificato, onde evitare di ridurli a luoghi che erogano servizi. L’utopia quotidiana di Lucha è utopia in quanto non descrivibile, non circoscrivibile a semplici, seppur indispensabili, servizi. Si presenta, quindi, una chiara contraddizione nel tentativo di quantificare i sentimenti positivi che derivano dal meccanismo di cura. Come si concilia la necessità di quantificare col fine del riconoscimento ad uso civico con la salvaguardia dello spazio bianco e della sperimentazione continua? Uno spiraglio nel percorso si apre quando capiamo che anche i numeri non sono neutri, che il valore di Lucha non si esaurisce nel contare il numero di donne che ha supportato nel percorso di fuoriuscita dalla violenza, ma che trova forza nel risignificare anche i numeri interpretandoli in ottica femminista. 

Oggi possiamo affermare che i fondi raccolti nella campagna di crowdfunding “Lucha alla città” sono il frutto di un intreccio di relazioni e di un vissuto di cui il numero di donatori/trici e il suo ammontare possono solo in parte restituire la complessità. Si tratta di una parzialità che intendiamo indagare col ragionamento collettivo sul debito di cura e lo sguardo femminista e transfemminista che abbiamo sul mondo, per riprenderci con tutte le forze ciò che ci è ancora dovuto. 

Diamo Lucha alla città! 

Per ascoltare dal vivo la discussione

https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=1334268953614779&id=1550472675 231149

La Casa delle Donne Lucha y Siesta a Roma è un luogo materiale e simbolico di autodeterminazione delle donne contro ogni discriminazione di genere. Un esperimento innovativo e riuscito: un progetto politico che promuove nuove formule di welfare e di rivendicazione dei diritti a partire dal protagonismo femminile; un progetto ibrido tra casa rifugio, casa di semiautonomia e centro antiviolenza; un progetto nato dalla lotta e dall’autorganizzazione delle donne che da più di 11 anni fornisce informazione, orientamento, ascolto e accoglienza.

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