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colombia resiste

Colombia duele. Colombia resiste.

Potrebbe risultare difficile scrivere sull’attualità, perché inevitabilmente tutto ciò che viene pubblicato come approfondimento risulterebbe datato. Ma quello che succede in Colombia in questa tarda primavera del 2021 ha radici talmente lontane e profonde che si può provare a fare un punto di analisi pur con gli accadimenti in corso.

Mentre scrivo il paese è attraversato un “paro nacional” che dura da 7 giorni, a fronte di una repressione durissima e senza ritegno: il governo di Ivan Duque ha schierato la Esmad (Escuadrón Móvil Antidisturbios), la polizia antisommossa tristemente conosciuta per la brutalità con cui agisce, che utilizza idranti, lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo, mentre la polizia motorizzata letteralmente abbatte i manifestanti pacifici, e infine viene chiamato ad agire anche l’esercito. Non riporto il numero dei morti e dei feriti, o delle donne violentate (dalla polizia) perché al momento della pubblicazione sarebbe tristemente datato, ma è davvero troppo. Per non parlare dei “desaparecidos” di cui non si hanno notizie.

Il “paro nacional” è uno sciopero generale, un blocco totale del paese, e si sta verificando ovunque, coinvolgendo i settori più diversi. Come dicevo, il malessere ha radici profonde, ma l’elemento scatenante è stata la proposta di riforma fiscale che, dietro la vera necessità di rispondere alla crisi socio economica conseguente alla pandemia che ha aggravato una situazione di povertà diffusa già pesante con dei livelli di diseguaglianze inaccettabili, imponeva una profonda riforma neoliberista con cui si sarebbe ampliata la fascia di persone soggette a maggior tassazione, a discapito delle classi più povere o un pochino meno povere (non si può certo parlare di “classe media” per come la intendiamo noi).1

La pessima gestione della pandemia, la continua mancata applicazione degli accordi di pace – a cui consegue un aumento degli omicidi selettivi e una escalation della violenza – la povertà sempre più diffusa: questo il terreno fertile su cui l’ipotesi di dover pagare più tasse ha scatenato una serie di proteste pacifiche in tutto il paese: Cali, Medellin, Bogotá, Barranquilla, Bucaramanga, Arauca, per citare alcune città. Ovunque sono scesi in strada i sindacati, la CUT in primis, ma anche la Sinantrainal, la “minga” indigena, il movimento studentesco, camionisti e campesinos, la UP, la Gioventù Comunista, forze politiche di sinistra, il popolo tutto. Manifestazioni colorate, allegre, piene di decisione e rabbia ma non di violenza.

La violenza viene dal governo.

L’uso indiscriminato di gas lacrimogeni sparati ad altezza del volto e le immagini di giovani che hanno perso la vista si ripropone, come abbiamo visto accadere in Cile. Ma a differenza del Cile, la Colombia non merita attenzione.

La decisione del governo di coinvolgere l’esercito, nonostante l’opposizione di alcuni sindaci, segna ancora una volta la mancanza di rispetto per la vita umana e per le legittime richieste di una popolazione allo stremo. L’esercito… lo stesso che ha praticato per anni il camuffamento di omicidi cambiando gli abiti ai morti e mettendo loro uniformi della guerriglia: un fenomeno conosciuto come “falsi positivi”.2

Poliziotti che picchiano senza ritegno manifestanti inermi a terra, che tirano loro calci passando con la moto; manganellate con una violenza che non ha ragione d’essere; un giovane che muore a Barranquilla sotto il getto violentissimo di un idrante e altri poliziotti che non permettono di avvicinarsi al corpo; un altro che viene deliberatamente ucciso con un colpo di arma da fuoco sparato da una macchina. Immagini riprese, che circolano: la rete non perdona.

Per questo partono i blocchi alla rete, in particolare nell’area di Cali ma non solo. Tagliare le comunicazioni, come in un’operazione di guerra vera e propria. Contemporaneamente iniziano a fare il lavoro di diffamazione a danno dei manifestanti, mentre inventano saccheggi (alcuni va detto avvengono, in parte per rabbia e in parte organizzati ad arte), mentre dichiarano che i morti erano delinquenti o violenti. I pochi quotidiani nostrani che riportano le notizie parlano di “scontri” tra manifestanti e polizia, mentre sono esecuzioni extragiudiziali. Circolano video fatti di nascosto in cui si vedono gruppi di persone in abiti civili, armati, che inseguono i manifestanti. E sparano. Altri con gruppi di persone che escono dai commissariati di polizia in abiti civili, con spranghe, bastoni, armi. Infiltrati che vanno a fare il loro sporco lavoro: squadroni della morte. Folle immobili che ascoltano chiamare i nomi delle persone uccise, uno dietro l’altro mentre si urla dopo ogni nome: “no está la policía lo mató – non c’è, la polizia lo ha ucciso”.3

Il “paro nacional” continua: ad ogni violenza si risponde con maggior mobilitazioni e più persone in strada. Il Semanario Voz 4 organizza dirette ogni giorno, collegandosi con le mobilitazioni. Al mattino iniziano a riempirsi le piazze di persone. Il collegamento passa da una città all’altra, attraversa tutto il paese. Non c’è paura. C’è consapevolezza. E rabbia.

Intanto le manifestazioni di solidarietà all’estero iniziano a moltiplicarsi. Sono tante i colombiani e le colombiane che hanno dovuto lasciare il paese per non essere uccisi o per cercare una vita migliore. E sono tante le forze di sinistra, anche considerate minoritarie, che non li lasciano soli e sole. Sono altre quelle assenti.

Alla presenza di piazza (Roma, Milano, Salerno per citarne alcune in Italia, ma anche Londra, Madrid, Barcellona, Lione, Bruxelles tra le altre) si accompagnano dichiarazioni di tutte le forze di sinistra in giro per il mondo, a cominciare da quelle latino americane, ma anche dal Partito della Sinistra Europea5. Anche la CGIL, storicamente vicina alla CUT (Centrale Unitaria dei Lavoratori) da sempre, si è espressa. Il silenzio del governo italiano però nasconde gli interessi legati al paese Colombia, membro della Nato dal 20186 e ottimo partner commerciale dell’Italia.

Accadono però anche altre cose, altrettanto vergognose. Nel Parlamento Europeo il 28 aprile (giusto la stessa data dell’inizio dello sciopero generale) è stata presentata una risoluzione in previsione del quinto anniversario degli Accordi di Pace, che si compirà il prossimo novembre7.

Ne metto in rilievo qui solo alcune parti, perché l’insieme è un patetico applauso al lavoro di Duque e del suo governo nel mettere in pratica gli Accordi di Pace, mentre le denunce sulla mancata applicazione si sprecano. In queste poche righe si trovano tutte le ragioni per cui l’Italia e l’Unione Europea non si muovono a difesa del popolo colombiano, e tutte le ragioni per cui una loro azione avrebbe portata reale nel modificare lo stato delle cose, visti gli interessi in gioco.

Nella premessa, tra le altre cose si legge della “stretta collaborazione politica, economica e commerciale che l’Unione Europea e la Colombia hanno in corso a partire da quanto stabilito dal Memorandum di Intenti del novembre 2009 (…); la Colombia è un socio strategico ed è fondamentale per la stabilità della regione (leggi Nato come sopra e le 7 basi USA presenti sul territorio8); che l’Unione Europea e la Colombia hanno stabilito un accordo per la partecipazione della Colombia nelle operazioni della Unione Europea nella gestione delle crisi, entrato in vigore il 1 marzo del 2020”. Su quest’ultimo due paroline ci vogliono, considerato che lo stesso governo colombiano cita: “questo accordo (…) è un’espressione affidabile dei valori condivisi tra la Colombia e l’Unione Europea e del desiderio congiunto di dare un contributo significativo alla pace e alla sicurezza internazionale, basandosi sui principi della Carta delle Nazioni Unite”9.

A vedere ciò che sta accadendo in questi giorni (se non fossero sufficienti le denunce quotidiane di omicidi selettivi di leader sociali, di sindacalisti/e, di ambientalisti/e, di rappresentanti dei popoli originari, di ex guerriglieri e guerrigliere avvenute da quando sono stati firmati gli Accordi di Pace nel 2016) viene da chiedersi quali siano i “valori condivisi”.

La risoluzione riserva altre sorprese: “invita il Governo affinché adotti tutte le misure necessarie nel contesto economico attuale per promuovere cambiamenti strutturali (…) per una trasformazione positiva della situazione dei diritti umani in Colombia”. Chissà se i firmatari pensavano alla riforma fiscale che ha fatto straripare un vaso ormai colmo.

L’ultimo punto che vorrei citare è la “richiesta alla Commissione e al Consiglio Europeo di raddoppino l’appoggio politico ed economico alla Colombia nell’ambito dei nuovi strumenti di cooperazione durante il nuovo periodo di bilancio”. Direi che sicuramente serve un aiutino per continuare a fare il “buon” lavoro che stanno mettendo in pratica.

Alla presentazione della suddetta risoluzione, sono stati presentati 3 emendamenti dal gruppo della Sinistra Unitaria (GUE/NGL10) presente nel Parlamento Europeo. Nessuno dei tre è passato. Il primo chiedeva di inserire la responsabilità del Governo colombiano rispetto alla costante impunità presente nel paese, il secondo che richiedeva di incidere sulle cause sociali all’origine del conflitto, e il terzo che chiedeva di sospendere l’accordo di libero commercio in vigore tra l’Unione Europea, la Colombia e il Perù, in virtù del capitolo sul rispetto dei diritti umani.

Si respinge (ancora) la proposta di sospendere l’accordo di libero commercio (di cui ho scritto qui11). Arrivano, dopo giorni di attacchi, morti, feriti, violenze sessuali, le “proteste” di Nazioni Unite, Organizzazione degli Stati Americani e Unione Europea12. Ultimamente l’aggettivo più usato dall’Unione Europea è “preoccupazione”. Si preoccupano… ma non fanno. Nel frattempo però le violenze aumentano e le ipocrisie anche.

Sono del 5 maggio le immagini video di un elicottero dell’esercito che a Bucaramanga, nel dipartimento del Magdalena Medio, spara sui manifestanti. SPARA. Come si è visto a Cali: colpi di arma da fuoco sulle persone in fuga.

Domenica 2 maggio il presidente Duque dichiara di voler ritirare la riforma fiscale. Cade la testa del Ministro Carrasquilla, e si vocifera che in realtà il governo voglia rinegoziare la riforma attendendo tempi migliori. Non è un segno di resa del governo.

Le piazze lo sanno. E non si fermano. La portata del “paro nacional” parla della voglia di cambiamento vero, dell’assenza di paura perché non si ha più nulla da perdere se non la vita, ma che non è vita.

Iniziano a chiedere una radicale riforma del sistema sanitario, a pretendere un reddito di base, la riforma della polizia e della Esmad, la riforma dell’esercito, l’applicazione vera degli accordi di pace, la fine dell’impunità e l’individuazione dei responsabili delle morti.

Le radici della protesta sono profonde. E questa protesta non è un fuoco di paglia. Esiste una generazione che è stanca di vivere in un paese la cui terra “è irrigata dal sangue” come diceva Gabriel Garcia Marquez.

“Insistir, persistir, resistir” mi ha insegnato la mia amica sorella Melis, militante da sempre, che ha scelto di impegnarsi per cambiare le cose, mettendo a rischio la propria vita, per provare a cambiare la mentalità, spiegare che può esistere una società senza guerra e senza violenza.

Colombia resiste.

Concludo con un appello: ci sono persone che io conosco, di cui mi fido pienamente, che stanno raccogliendo fondi per finanziare gli avvocati e i medici di strada che assistono le persone che vengono picchiate, brutalizzate, violentate e arrestate. Manca tutto. Mancano le risorse per spostarsi, mancano i fondi per le cure, manca tutto. Davvero. Il cambio per noi europei è vergognosamente vantaggioso (1 euro=4637 pesos colombiani, a fronte di un salario basico di meno di 250€ circa). Se volete aiutarmi ad aiutare potete fare una donazione qui: https://paypal.me/pools/c/8ze3ZZuHkt


1 https://colombia.as.com/colombia/2021/05/01/actualidad/1619821501_566658.html

2 https://it.wikipedia.org/wiki/Scandalo_dei_falsi_positivi

3 Tutte le citazioni vengono da video visti da me personalmente e conservati.

4 https://www.facebook.com/semanariovoz

5 https://www.european-left.org/protesta-colombia-que-cesen-las-masacres/

6 https://ilmanifesto.it/la-colombia-entra-nella-nato-come-partner-globale/

7 https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/B-9-2021-0228_IT.html

8 https://www.eurasia-rivista.com/sette-basi-militari-usa-in-colombia/

9 https://www.cancilleria.gov.co/en/newsroom/news/acuerdo-marco-participacion-colombia-operaciones-gestion-crisis-union-europea-entro

10 https://www.europarl.europa.eu/elections-2014/it/political-groups/european-united-left-nordic-green-left

11 https://www.intersezionale.com/2020/11/02/il-volto-nascosto-della-guerra-in-colombia-il-trattato-di-libero-commercio/

12https://www.dire.it/05-05-2021/630014-colombia-onu-ue-condannano-violenze-della-polizia-almeno-19-morti-manifestazioni/

Anna Camposampiero, laureanda in Economia dello Sviluppo, dopo aver attraversato il mondo dei movimenti sociali, della cooperazione e del sindacalismo di base, si iscrive a Rifondazione Comunista che sceglie come luogo di militanza attiva. È responsabile esteri e immigrazione nella segreteria della Federazione di Milano e partecipa al gruppo di lavoro sull’America Latina della Sinistra Europea.

Comments (1)

  • Donatella

    Ottimo artico Anna, un abbraccio

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