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Comunità LGBTQIA*: la strada verso l’autodeterminazione è messa a rischio?

Per molte soggettività, la pandemia ha rappresentato un forte problema di limitazione non soltanto se si tengono in considerazione tutte le misure adottate dal Governo per provare ad arginare e a limitare i contagi dovuti al virus Covid-Sars. Purtroppo, infatti, quest’anno è stato limitante anche da un punto di vista identitario, mettendo a rischio la strada verso l’autodeterminazione; faccio riferimento a quelle categorie di persone la cui condizione di subalternità, di mancato privilegio e di oppressione, che sia da un punto di vista economico ma sia soprattutto sotto l’aspetto sociale, è stata ancora più marcata ed esasperata.
Le rivendicazioni dal basso, quelle popolari, che prendevano piede nelle città e provavano a diffondersi per tutto il territorio, sono state minimizzate fino all’osso, e determinate soggettività non hanno fatto altro che vedere soppressa la loro voce nel momento in cui sono stati negati loro gli spazi di libertà e di espressione.

La repressione è aumentata, non soltanto per le strade, ma anche negli appartamenti, nelle case, in quei posti che dovrebbero rappresentare un punto di rifugio ma che per moltǝ di coloro che appartengono ad una determinata ‘categoria’, come le donne o le persone della comunità LGBTQIA*, il Covid non è stato d’aiuto; la volontà di manifestare se stessǝ è stata messa al vaglio a causa dei lockdown generalizzati, aumentando il rischio che si verificassero episodi di violenza nelle proprie abitazioni. Ad esempio, si è sentito spesso parlare di violenza domestica nell’ultimo anno; molte donne sono state uccise dai propri compagni o mariti, così come sono aumentati i maltrattamenti, perché le dinamiche patriarcali non hanno fatto altro che essere irrigidite dalla convivenza forzata e dall’isolamento che da fin troppo oramai si sta vivendo, non godendo ognunǝ di noi la stessa condizione di comfort, di tranquillità, di sicurezza.


La convivenza forzata, che investe anche persone della comunità queer, è resa ancora più ostile nei casi in cui si parli di un ambiente fortemente duro e repressivo. A causa dei vari decreti, sono stati peraltro ostacolati i percorsi di formazione e di coscientizzazione che molte realtà delle varie città organizzano periodicamente, in maniera abbastanza calendarizzata, e che durante i tempi “normali” mettono in campo affinché si riesca non solo a sensibilizzare e a rivendicare le proprie necessità, ma a creare anche una rete di solidarietà ancora più resistente.

I percorsi che partono dalle menti di chi vive il proprio territorio in maniera radicale, quindi assieme a tutte le problematiche che si diramano per ogni singola strada, all’interno di molte case, sono diventati un miraggio; basti pensare alle giornate del 25 novembre per la giornata nazionale contro la violenza sulle donne, o all’8 marzo, due date simboliche ma soprattutto di lotta, che non hanno visto cortei di rivendicazione sfilare per le varie città nell’ultimo anno, rendendo complesso il propagarsi di quelle battaglie che sensibilizzano e denunciano le ingiustizie sociali.
Ciò nonostante, le alternative, seppur con le dovute difficoltà, esistono, senza porsi in contrasto alle iniziative solite, ma costituendo una forte risposta in maniera avversativa rispetto alle negazioni sopra menzionate; i vari movimenti e collettivi non hanno arrestato il proprio operato, né si sono fatti fermare dalle restrizioni ancora in atto, perché i percorsi di sensibilizzazione sono strumenti necessari laddove sussiste un bisogno ancora sentito in una società che è ancora fin troppo categorizzante e vincolata a delle forte distinzioni, sia dal punto di vista sessuale che da quello di genere.

Si parla spesso per esempio di come il capitalismo e la globalizzazione siano due processi, due tipi di fenomeni sistemici, che col tempo hanno creato una forte soppressione dell’identità collettiva ed individuale, nonché una disparità tra le varie frange della popolazione originando varie classi sociali differenti tra di loro per uno status quo troppo frammentarizzante che sussiste ancora oggi nel nostro quotidiano. La pandemia non ha fatto altro che esacerbare questa situazione; la disparità è aumentata, considerando ad esempio che la violenza maschile e eteropatriarcale non ha fatto altro che caricare sulle spalle delle donne un peso lavorativo maggiore, se si volge anche un semplice sguardo soltanto alla cura della casa, dei bambini, degli anziani ad esse affidata, generando anche una forte distinzione tra lo stato lavorativo di un uomo e quello di una donna.

Il welfare state oggi vigente non è tutelante se si pensa alla disoccupazione sempre in aumento, al sostegno economico mancante e non sufficiente, ad una garanzia dei diritti sociali non per tuttǝ ma per pochǝ, spingendo le categorie più emarginate ad adottare pratiche di autosostegno ed autorisparmio molto spesso non sufficienti per la sussistenza e la sopravvivenza.

Esistono occupazioni lavorative non soltanto in Italia, ma in buona parte del mondo, inglobate all’interno del mercato nero, che da questo periodo d’ombra è alimentato e soddisfatto, se si sposta l’attenzione verso l’incentivazione della forte situazione di precarietà e di sfruttamento di buona frangia della popolazione che decide di immergersi in questo tipo di struttura; basta prendere come esempio il sex working, sul quale sussistono ancora oggi degli stereotipi purtroppo forti e severi, ed una mistificazione dispregiativa che non ne permette il riconoscimento in quanto lavoro, ma in quanto pratica che già in quei tempi di presunta pace schiavizzava e rendeva le donne oggetti sessuali nelle mani di un sistema misogino e maschilista, e oggigiorno ancora più sfruttate e perseguitate.

Situazione dunque nutrita dalla pandemia, considerata la totale assenza di sostegno di tipo economico da parte delle istituzioni statali nei confronti delle sexworker perché rese invisibili, perché viste come causa di degrado urbano e sociale e perché invisibili agli occhi delle persone, e per l’assenza di fondi che possano essere utilizzati per le spese di assistenza e di protezione; i controlli e le sanzioni da parte delle forze dell’ordine non rappresentano del resto di certo una tutela, ma uno strumento di oppressione, incrementando lo stato d’allerta nel mondo della prostituzione. Il contrario avverrebbe se il sexworking venisse decriminalizzato, dunque reso legale e considerato una pratica lavorativa come qualunque altra.

La voce delle persone LGBTQIA* non trova più il modo di esprimersi e di ribellarsi, se si pensa al contesto in cui in moltǝ sono immersǝ, dove la propria identità non viene rispettata ma al contrario resa succube di discriminazioni continue.


Esistono Paesi in cui la cultura e le identità queer sono messi in pericolo da delle politiche di repressione e di ostruzionismo che attentano seriamente all’incolumità di determinati soggetti sociali. In Polonia, ad esempio, in cui sussiste un Governo ultra-conservatore, vi sono testimonianze dell’aumento degli assalti ai danni della comunità LGBTQIA+, e le zone cosiddette “LGBTQIA*-free”, adottate da numerose amministrazioni locali, ne sono una prova, se si pensa del resto anche all’assenza di una propaganda che sia a tutela delle minoranze della popolazione, il che incarna un discrimine maggiore nel momento in cui vi è forte disinformazione su tematiche che spesso nel dibattito pubblico, mediaticamente o meno, non vengono affrontate perché l’oscurantismo è rigido e c’è chi lo alimenta costantemente attraverso parole che sono parte di una retorica populista che non acuisce l’informazione e non spinge al rispetto, ma che al contrario trascina verso la distruzione dellǝ altrǝ. In alcuni paesi, alle persone transessuali è stato negato l’accesso ai medicinali per poter portare avanti la propria terapia ormonale e completare il processo di transizione, e in altri ancora è stato vietato l’accesso alle case di accoglienza, incrementando l’incertezza.

La resistenza però è un qualcosa che deve proseguire, che deve continuare ad alimentare la lotta comune, a raccogliere le voci di chi in questo periodo storico non fa altro che continuare ad alzarsi affinché possa in qualche modo ribellarsi a questo tipo di condizione soffocante. L’oppressione, resa forte dalla pandemia ma già in precedenza ben presente e componente spesso ricorrente nella storia dell’umanità, colpisce chi non conosce il privilegio, perché fuorviante rispetto ai canoni tradizionalisti del nostro sistema sociale che non consente una protezione di alcun tipo, ma rende ancora più lecito perseguitarǝ e criticare, generando racconti ancora più assurdi. Pensare ad un’alternativa e costruire delle proposte, rimettere al centro del discorso l’importanza della politica dal basso, che è quella che le soggettività finora trattate le vede protagoniste e che è pilastro fondamentale per lo sradicamento della violenza da questa società dell’odio.

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