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Vera Gheno - Femminili Singolari

Divoratorə di libri: Femminili singolari di Vera Gheno

Link al LIbro: V. Gheno, Femminili singolari. Il femminismo è nelle parole, effequ, Firenze 2019.

«Ciao Germana, siamo felicissimi di averti a bordo! Come primo libro avevamo pensato a Femminili singolari. Facci sapere se hai delle resistenze, qualche altra domanda o se confermi la tua disponibilità.»
Questo il testo della email con la quale la redazione di Intersezionale mi comunica il benvenuto nel progetto Divorator* di libri. Mi chiedono se ho delle resistenze a recensire Femminili singolari di Vera Gheno. Non riesco a capire perché non riesco a rispondere subito. Ci penso e capisco che ho davvero delle resistenze.

Durante i miei percorsi umani e politici ho sempre sentito parlare della questione del linguaggio discriminatorio, sessista ed abilista ed in effetti ho sempre cercato di non utilizzarlo, ma non mi sono mai davvero interessata alla questione. Forse non l’ho fatto perché mi sono lasciata convincere dalle perplessità e dalle critiche di chi mi diceva che era una questione senza importanza, che non aveva senso interessarsi a questa questione perché non era questo il problema delle donne, che insistere cocciutamente su questa faccenda significava sviare da quella che è la radice del problema della disuguaglianza di genere. E allora quale occasione migliore di questa offertami da Intersezionale per modificare la mia percezione su questo tema? Rispondo: «Ciao! Grazie per la vostra fiducia! Confermo la mia disponibilità: ci provo!». Ci provo, ma non so se ci riesco: ho paura che il fatto di non essere già intimamente convinta dell’argomento sia un pregiudizio troppo forte. Qualche settimana dopo questo scambio di email è arrivato il volume.

Vera Gheno

Femminili singolari. Il femminismo è nelle parole è un testo che fa parte della collana Saggi Pop di una casa editrice toscana che si chiama effequ. La collana Saggi Pop di effequ ospita un genere di saggistica poco convenzionale: scritti dall’evidente carattere scientifico ma dall’altrettanto evidente intento divulgativo. Femminili singolari è proprio questo: un saggio pop, scientificamente preciso, ma facilmente abbordabile. Il suo tema è quello della declinazione al femminile dei sostantivi che in italiano vengono solitamente utilizzati al maschile, in particolare quelli che indicano le professioni. Vera Gheno affronta le diverse critiche che sui social network vengono mosse alla femminilizzazione dei nomi professionali, raggruppandole per temi e a partire dalle regole che disciplinano la lingua italiana. Provo a farmi guidare dalle argomentazioni di Gheno per costruire il mio percorso cognitivo.

Il fatto di costruire un saggio scientifico a partire dalle idee avanzate dagli utenti dei social network mi sembra sin da subito la prima caratteristica brillante di questo volume: trovo, infatti, che dare rilievo alle critiche, anche scomposte, che su questo tema linguistico emergono dal dibattito social sia estremamente importante per combattere la sempre strisciante tentazione elitaria che spesso contraddistingue certe battaglie e le condanna ad una inevitabile sconfitta. E poi: la lingua viene costruita da coloro che la parlano, anche da coloro che non hanno le conoscenze metalinguistiche che possiedono gli studiosi. Spetta, quindi, agli studiosi stessi rispondere alle critiche, dialogare e fornire gli strumenti scientificamente corretti per far sì che chiunque voglia, possa costruirsi un’opinione informata. Provo, quindi, ad informarmi anche io.

Innanzitutto, la questione intorno alla femminilizzazione dei sostantivi solitamente utilizzati al maschile è accusata di essere una novità introdotta in maniera strumentale da una certa sinistra; tuttavia, la questione non è affatto nuova: è stata, invece, introdotta nel 1986 da Alma Sabatini con il suo Il sessismo nella lingua italiana, curato per la Presidenza del Consiglio dei Ministri e la Commissione Nazionale per la Parità e le Pari Opportunità tra uomo e donna. Cerco il saggio in rete e mi accorgo che Sabatini, per prima in Italia, ha messo in luce la connessione tra i pregiudizi sociali e l’uso maschilista della lingua, illustrando il modo in cui le persone che parlano in italiano selezionano ed utilizzano forme che emarginano o ridicolizzano la figura femminile. Successivamente è stato pubblicato molto sull’argomento in ambito specialistico, ancora prima che il tema diventasse oggetto di dibattito pubblico.

Vi è poi chi contesta la possibilità stessa di declinare al femminile alcuni sostantivi, come se la grammatica italiana non lo prevedesse. In realtà, seguendo le regole della grammatica italiana è possibile declinare i sostantivi al femminile secondo differenti soluzioni che Gheno elenca. I femminili insoliti, cioè, sono forme previste dal sistema dell’italiano; forme che, però, sono rimaste dormienti fino a che la società non ne ha avuto bisogno per esprimere delle nuove realtà. In particolare, il problema si pone per i sostantivi che indicano le professioni.

Ripenso alle mie conoscenze di grammatica italiana e mi ricordo che in italiano, mentre per i referenti inanimati l’assegnazione del genere è del tutto arbitraria, per quanto riguarda i termini riferiti agli esseri umani, il genere viene assegnato in base a criteri semantici o formali. In linea generale, ma con delle eccezioni, vengono fatti rientrare nel genere maschile i nomi che hanno referenti di sesso maschile e nel genere femminile quelli che hanno referenti di sesso femminile. Quando il criterio semantico non basta, come nel caso di nomi astratti o di oggetti inanimati, si tende ad assegnare il femminile ai nomi che terminano in –a ed il maschile a quelli che terminano in – o. Gli articoli e gli aggettivi si accordano nella flessione al sostantivo di riferimento. Questo meccanismo, però, effettivamente si inceppa di fronte a nomi che indicano professioni prestigiose o incarichi di rilievo. In questo caso intervengono elementi extra-linguistici nell’attribuzione del genere: gli stereotipi sociali.

Chi critica la possibilità di declinare al femminile i nomi professionali, spesso sostiene anche l’idea secondo la quale l’utilizzo del maschile in italiano sarebbe una forma di genere neutro e, quindi, non ci sarebbe bisogno di utilizzare il femminile. Tuttavia, l’italiano è una lingua flessiva con due soli generi – il maschile ed il femminile – ed in caso di moltitudini miste ricorre al maschile sovraesteso. In italiano non si può utilizzare il genere neutro semplicemente perché non esiste.

Estremamente diffuse, poi, sono le critiche di tipo estetico: i sostantivi declinati al femminile sarebbero cacofonici. De gustibus non est disputandum, ma il criterio estetico, benché abbia certamente un valore personale, non ha grande valore in linguistica, nella quale, invece, il criterio prevalente è quello dell’utilità. Il criterio estetico nasconde un pregiudizio, altrimenti come si potrebbe spiegare il fatto che sono ritenuti cacofonici solamente i sostantivi femminili che indicano posizioni prestigiose e non anche termini come impiegata, parrucchiera e commessa?

Ancora, spesso viene sostenuta una presunta superiorità della lingua inglese: viva la lingua inglese nella quale non esistono il maschile e il femminile!, si dice. Cerco di ricordarmi le regole della grammatica inglese e mi viene in mente il fatto che è vero che in inglese solitamente i sostantivi non si differenziano secondo il genere grammaticale e il genere si differenzia solamente nei pronomi di terza persona singolare. L’inglese, però, non ignora la differenza di genere: in inglese, infatti, pur non esistendo il genere grammaticale, esistono dei modi per evidenziare il genere semantico delle parole che indicano animali o persone; per esempio quello di utilizzare forme o parole diverse per indicare gli individui di sesso maschile e quelli di sesso femminile appartenenti alla stessa categoria (man/woman; father/mother; boy/girl; prince/princess). Le comparazioni tra inglese ed italiano sono improprie perché i problemi posti dalle due lingue sono differenti e anche in inglese vengono proposte delle soluzioni volte alla realizzazione di un linguaggio inclusivo, basate sulla struttura di questa lingua. In inglese le donne non spariscono.

C’è poi la critica che ha condizionato anche me: i problemi delle donne sono ben altri! Chi sostiene questa posizione ritiene che la questione linguistica sia perlomeno secondaria, se non del tutto irrilevante, all’interno della questione più ampia della parità di genere. La questione linguistica, però, rappresenta sempre un aspetto della lotta sociale e politica: la lotta contro il sessismo linguistico è una lotta contro il sessismo in generale. Ogni volta che emerge la questione della lingua, infatti, significa che stanno affiorando altre questioni sottostanti. Ma se anche la questione linguistica fosse secondaria, essa non nuocerebbe in alcun modo alla causa femminista e, per fortuna, nota Gheno, gli esseri umani sono assolutamente capaci di affrontare più questioni contemporaneamente.

Un’altra critica che spesso viene mossa all’uso del linguaggio di genere è quella che parte dall’attribuzione di questo tema a quella sinistra rappresentata emblematicamente da Laura Boldrini. Effettivamente, l’appropriazione della questione da parte di quella sinistra non è stata utile alla questione stessa. Il problema del linguaggio di genere, però, non dovrebbe essere un problema né di destra né di sinistra. I femminili in sé stessi non sono ideologici, ma sono semplicemente l’espressione linguistica di fatti: l’esistenza di esseri umani di sesso femminile che svolgono determinate professioni o ricoprono determinati incarichi.

La lingua è viva e si evolve in relazione all’evolversi della società: ai cambiamenti sociali corrispondono cambiamenti nelle necessità linguistiche. La realtà lavorativa è mutata e, dunque, l’emersione di femminili insoliti è la necessaria conseguenza di questo mutamento. I sostantivi di genere femminile utilizzati per indicare donne che ricoprono uno specifico ruolo non sono ideologizzati. Piuttosto, sembra che sia ideologico che una donna si faccia chiamare al maschile: perché per ottenere la parità occorrerebbe nascondere il fatto di essere donne? La lingua è un esercizio di potere, essa influenza i sistemi simbolici di chi la utilizza, e nominare le donne può contribuire a cambiare la percezione nei loro confronti.

Ovviamente nessuno ha intenzione di imporre niente a nessuno. Ciascuno si faccia chiamare come crede e utilizzi le parole che desidera utilizzare. La lingua è fatta dai suoi parlanti: se questi non utilizzano un termine, quel termine non entrerà nell’uso e non sarà registrato nei vocabolari. La lingua prende la forma della società che la esprime e da sempre i cambiamenti linguistici sono stati il frutto dell’azione sociale e politica. I cambiamenti possono essere agevolati, ma certamente non possono essere imposti. Qualcosa, però, evidentemente sta cambiando ed è necessario prendere atto del cambiamento e non ridicolizzarlo per sminuirne la portata. Occorre soltanto un dibattito informato e Gheno ci aiuta ad informarci.

Ho studiato, ho capito. Questo libro forse non cambierà il mondo, ma già ha cambiato me. Posso inviare la recensione.

Trovate il libro su: Femminili singolari. Il femminismo è nelle parole – effequ

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