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Quanto vale una vida?

Quanto vale una vita?

Le cronache delle ultime settimane hanno puntato i riflettori su due sentenze che hanno fatto molto discutere sia per i fatti in sé, sia per la quantità di pena comminata. Parliamo delle sentenze relative agli omicidi di Marco Vannini e di Mario Cerciello Rega. Marco, un ragazzo di 20 anni ucciso da un sotto ufficiale della marina militare in forza ai servizi segreti, Antonio Ciontoli; Mario, un carabiniere ucciso da due ragazzi americani a seguito di una colluttazione.

Per l’omicidio di Marco Vannini Antonio Ciontoli è stato condannato a 14 anni di carcere assieme alla moglie e ai due figli a cui sono stati dati 9 anni e 4 mesi per concorso semplice.

Ergastolo invece per Finnegan Lee Elder e Gabriel Natale Hjorth per concorso nell’omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega.

Nel primo caso la vittima è un giovane ragazzo, studia e lavora mentre l’omicida è un militare in servizio. Nel secondo caso i ruoli sono capovolti: la vittima è un militare e gli assassini due giovani ragazzi.

E la differenza di “classe” tra le vittime e gli assassini emerge chiaramente nelle rispettive sentenze.

Differenze sociali diametralmente opposte che si rispecchiano nella quantità di pena comminata agli autori degli omicidi.

Se a compiere un omicidio, o qualsiasi altro reato, sono “uomini dello Stato” e la vittima una persona comune, o un soggetto “deviante”, le condanne sono mediamente lievi; di contro se la vittima è una persona appartenente ad un qualsiasi corpo delle forze dell’ordine le condanne per gli autori sono generalmente lunghe o, addirittura, a vita.

Viene allora spontaneo chiedersi quanto vale una vita umana per la giustizia? E quanto pesa la morte di una persona?

Qual è il significato del motto all’ingresso dei tribunali “La Legge è uguale per tutti”?

Che differenza c’è tra la morte di Marco Vannini e quella di Mario Cerciello Rega? Una morte è una morte.

E una morte è stata quella di Carlo Giuliani, per cui nessuno ha pagato. Per la “macelleria messicana” operata a Genova nel 2001, anche quanti sono stati condannati tra i responsabili delle forze dell’ordine, successivamente sono stati promossi mentre per la morte di Carlo, a vent’anni dal suo assassinio, non c’è un responsabile. Genova ha insegnato che le “vetrine rotte” valgono più di una vita umana1.

Un’altra morte è quella di Federico Aldrovandi: quattro poliziotti condannati a pochi mesi. Non un giorno di carcere, e subito tornati in servizio. Altre ancora sono quelle di Giuseppe Uva, di Franco Mastrogiovanni, di Sandro Greco, di Riccardo Rasman, di Paolo Scaroni, di Stefano Gugliotta, di Luca Morneghini, di Michele Ferrulli, di Tommaso De Michiel, di Stefano Cucchi, di Marcello Lonzi e di tanti altri. L’elenco è lungo2 e le anomalie nelle ricostruzioni di queste morti molteplici. Per Stefano Cucchi, recentemente, sono stati condannati due carabinieri a 13 anni dopo anni di depistaggi e insabbiamenti.

Federico Aldrovandi

Morti tutti per mano di uomini e donne in divisa che non hanno mai “pagato” per queste morti. Le sentenze per i loro assassini, quando sono state pronunciate, sono state di pochi anni, 2, 3, 4 come a voler sminuire l’assassinio e legittimare la licenza di uccidere. Non uno che sia mai finito in carcere, molti sono tornati in servizio o, addirittura, promossi.

Queste morti, e le sentenze a carico dei loro assassini, confermano il carattere classista della giustizia (che non è affatto uguale per tutti se a fronte di fatti simili l’esito processuale si capovolge in maniera inversamente proporzionale a seconda dei protagonisti). La vita e la morte dell’uomo qualunque, ucciso da un uomo in divisa, vale meno della vita e della morte di un poliziotto o di carabiniere; se poi ad uccidere il “marginale” è un uomo dello stato, vale meno di niente.

Forse, nelle aule dei tribunali, sotto quel “La Legge è uguale per tutti” sarebbe il caso di aggiungere “ma non tutti siamo uguali di fronte alla Legge”.


1Dieci anni per una vetrina rotta, ma zero anni per omicidio. Lettera di Haidi Giuliani – Osservatorio Repressione

2Anomalia-Italia.pdf (acaditalia.it)

Sandra Berardi, presidente dell'Associazione per i diritti dei detenuti Yairaiha Onlus attiva dal 2006, con sede a Cosenza è un'attivista politico-sociale, impegnata da oltre 20 anni a combattere contro le ingiustizie e le disuguaglianze che attraversano la nostra società. Una lunga militanza nelle lotte dal basso: contro la detenzione amministrativa dei migranti e per la chiusura dei CPT, ex volontaria nell'IPM di Catanzaro, ha dato vita a numerose esperienze nella sua città che ancora oggi proseguono. Il comitato di lotta per la casa Prendocasa, il comitato di quartiere Piazza Piccola, diversi spazi sociali dove si produce cultura dal basso (Centro sociale Rialzo, Auditorium Popolare, Casa di Quartiere). Abolizionista convinta, ritiene che il carcere sia una parte del problema e non la soluzione. Crede profondamente che il male e il crimine, possano sconfiggersi solo attraverso un profondo cambiamento dei paradigmi socio-economici e culturali della società che rimettano al centro il benessere di ogni individuo in una dimensione collettiva dove ognuno e ciascuno ha pari diritti e possibilità di accesso alle risorse universali di tutti gli altri.

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