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Queer

Platinette si travestirà e farà sesso con altri uomini, ma semplicemente non è uno di noi

La violenza sistemica che colpisce i nostri corpi non è una questione di identità ma di alterità. Questo significa che è il prodotto di quella discrasia che attraverso le nostre biografie mette in discussione lo status quo del soggetto dominante: artisti come Platinette non politicizzano la loro diversità ma ne fanno uno strumento di intrattenimento per una società ciseteronormata ed è per questo che non fanno parte della nostra comunità politica.
Il percorso del DDL Zan è stato delineato dall’agenda di un potere che richiama i nostri corpi senza interpellarli davvero. Le dichiarazioni dei “gay di destra” contro (interessante che poi sono tutti gay maschi, cis, bianchi e non certo poveri) e le ricerche sulla “causa dell’omosessualità” sono all’ordine del giorno, in un tentativo feroce di normalizzazione di qualcosa che non si può più semplicemente reprimere.
Questi due fenomeni sono intimamente collegati e vediamo perché.

Spesso guardiamo con ironia al fatto che nella terminologia statistica vi sia MSM (uomini che fanno sesso con altri uomini) e non “gay/bi” come se questa fosse una mera incoerenza; eppure, questa distinzione ci apre un’interessante riflessione ovvero quello riguardo alla necessità di un esistenzialismo queer.
Innanzitutto, è necessario comprendere la differenza fra questi due termini.

Esiste una differenza fondamentale fra avere dei rapporti sessuali con altri uomini e farne una questione politica che dalla differenza sessuale, metta in discussione la norma del genere, il proprio genere stesso e tutto ciò che ad esso è collegato. Questa differenza mi è stata chiara quando ho cominciato ad operare nel sieroattivismo.

Il comportamento omosessuale non è di per sé l’atto politico che ci rende LGBT+ quanto il punto di partenza per interrogarci su come la sessualità stessa sia attraversata dal potere, esso ci apre alla possibilità autentica di reinterpretare il nostro presente in funzione di un progetto futuro ma è questo processo a renderci parte della comunità. È quindi la possibilità di questa esistenza a renderci alterità fondamentale del Soggetto-individuo (bianco, uomo, eterosessuale e borghese). Si può essere MSM ed essere soggetti-individui? È senz’altro questa la sfida biopolitica del neoliberalismo: non più o meglio, non soltanto, sanzione quanto normalizzazione di un’alterità ricondotta ad un grado di sostenibilità del sistema.
Lo Stato-Nazione borghese ed ciseterosessista può semplicemente dare degli strumenti giuridici agli MSM per esistere ma a patto che essi siano conformi ad un’essenza fondamentale declinata decenza familista su cui lo Stato-Nazione si basa e che quindi non siano Queer, a meno che non parliamo del mondo dello spettacolo, spazio in cui la Queerness è sussunta attraverso i reality shows.

Lo Stato-Nazione accetta che esistiamo, a patto che la sessualità sia relegata ad un regolamento di conti privato, che sia escluso dall’arena politica e che diventi un tratto della personalità, incapace di interpellare l’esistenza che diventa essenza condivisa, patriottica, inquestionabile.

Platinette è la figura che meglio rappresenta questo processo: si traveste, parla dei suoi amanti, diverte la normalità cis-etero, la intrattiene ma non la sovverte, la stuzzica, l’assolve anzi spesso la difende. Mi sono ritrovato a dover rispondere spesso a questa domanda: “Come ti poni davanti alle critiche di Platinette riguardo alla comunità LGBT+?”. Questa domanda interpella direttamente la mia adolescenza disseminata di abusi verbali e fisici. Cosa mi ha reso Queer? L’essenzialismo che scaturisce dall’avere rapporti con altri uomini o da qualcos’altro? No, non sono diventato frocio nel letto di qualche amante ma sugli autobus di periferia, nei quartieri popolari, nella difficoltà di essere alterità. Solo quando tutta quella violenza si è iscritta sul mio corpo, devastando la mia psiche, quando si è palesata davanti a me, sono diventato una frocia! È quindi la politicizzazione della nostra alterità a renderci comunità: nel momento in cui la nostra esistenza diventa politica, allora diventiamo LGBT+, non c’è nessuna essenza.


Facile fare il gay da giardino quando sei espressione del potere, ma è tutt’altra cosa quando la tua esistenza mette in discussione l’idea stessa di famiglia, che nelle periferie italiane, specie al Sud, è l’unica alternativa al welfare state devastato dal neoliberalismo.
La politicizzazione è un progetto, uno slancio ma che trova nella necessità un significante: è facile non politicizzare la propria alterità quando sei parte di un establishment, quando sei stipendiato da Mediaset per riprodurre lo status quo; meno facile è quando invece vivi nella periferia di questo Paese.
In tal senso, la comunità non dovrebbe domandarsi su perché Platinette afferma determinate, quanto chiedersi perché non ne dice altre: senza uno slancio intersezionale ed esistenziale cadremo semplicemente nel gioco delle identità fisse.

La maggior parte di noi è MSM, io stesso lo sono stato fino a poco tempo fa, prima di incontrare le compagne e le sorelle transfemministe che mi hanno messo davanti alla politicità del personale.

La comunità LGBT+, nel suo aprirsi all’esistenza altra, nel suo nascere come evento che rompe (un riot letteralmente) la continuità dell’essenza di una vita normata, si fa discontinuità che si apre al possibile.

Eppure, non parliamo di passaggi indolori: perché non sono gli MSM ad essere presi di mira, a patto ovviamente che si normalizzino o diventino fonte di intrattenimento, ma le persone LGBT+, coloro che sovvertono la norma semplicemente esistendo.

La violenza subita è direttamente proporzionata alla queerness nel senso che, come ci ricordano spesso, “se ci vestissimo normali, non ci succederebbe niente”, slogan condiviso fra le varie violenze di genere.



E qui arriviamo quindi ad una domanda fondamentale che le ricerche sui moscerini della frutta ci impone: è davvero importante l’Ursprung (l’origine intesa letteralmente come “salto” primordiale da cui qualcosa scaturisce) dell’omo-lesbo-bi-transessualità? Proviamo a decostruire le due concezioni dominanti di questa origine, attraversiamole e comprendiamone le radici teoriche.
Da un lato abbiamo la posizione per cui “LGBT+ si nasce” ancorata ad una visione biologista della sessualità mentre dall’altro la posizione per cui “LGBT+ si diventa” in relazione al contesto in cui si viene socializzatə. Storicamente entrambe le posizioni hanno avuto delle profonde criticità in quanto se la teoria costruttivista aveva il merito di sottrarre la sessualità da un determinismo biologico, utilizzato per associare omosessualità e malattia, dall’altro scadeva in un’apologia liberale della scelta, che paradossalmente legittima la concezione per cui “dall’omosessualità si può guarire” attraverso approcci ambientali.


La comunità scivola fra queste, apparentemente, opposte declinazioni che finiscono per essere entrambe reazionarie.
Non stiamo dicendo nulla di nuovo in fondo, Federico Zappino in Italia e Judith Butler nel mondo, hanno già mostrato come dietro queste posizioni riguardo all’identità di genere, siano entrambe diverse declinazioni di presupposti liberali che determinano il soggetto.


Entrambe le posizioni, infatti, guardano al passato, sono alla ricerca di un’essenza fondativa che determini un soggetto coerente, che può essere quindi escluso, emarginato, aggiustato, sussunto a seconda dello schema regolativo ivi vigente.
Ma alla luce di ciò che abbiamo detto sulla possibilità dell’esistenza queer, è così rilevante comprendere l’essenza queer? Non è forse un dibattito implicitamente chiuso quanto scivoloso? Non sono forse tutti i discorsi sull’essenza di qualcosa già tendenti ad un conservatorismo di fondo di cui non abbiamo bisogno?

Genealogicamente la Queerness scaturita dai Moti di Stonewall è una questione di esistenza: lottare per esistere oltre la Norma, rompere la continuità di ogni normalizzazione, imporre la propria esistenza reale sull’essenza come presupposto ontologico e politico. Ciò che succede dopo Stonewall è un’apertura verso il futuro a partire da quel momento e non il momento fondativo di qualcosa di per sé datosi ed è questo il punto: concentriamoci su ciò che le nostre esistenze queer significano politicamente e smettiamola con questa assurda ricerca di un’essenza omosessuale, lasciamo da parte il sesso dei pinguini e gli sproloqui sulla famiglia tradizionale.

Per tirare le fila: la Queerness di Platinette è normalizzata all’interno di un frame ovvero quella della spettacolarizzazione. E quindi semplicemente smette di essere tale, in quanto non sovverte ma intrattiene, esattamente come altri personaggi “istrionici” che si sono lasciati a dichiarazioni ambigue come Renato Zero. Non dovremmo quindi porci delle domande sulle loro dichiarazioni in quanto semplicemente queste persone non fanno parte della nostra comunità sempre più politica e sempre meno identitaria.

Davide Curcuruto (1996) messinese laureando in Sociologia e Ricerca Sociale fra l'Università di Bologna e la Humboldt Universität di Berlino, attivista Queer nel collettivo La Mala Educación e la rete B-Side Pride. I suoi interessi accademici di inseriscono nell'intersezione fra la Sociologia Economica, i Gender e Subaltern Studies nel contesto mediterraneo.

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