TOP
BLM

BLACK LIVES MATTER ROMA: Cittadinanza, un “diritto soggettivo”

Nelle ultime settimane si è riacceso il dibattito politico in merito ad una riforma della legge sulla cittadinanza – la legge attuale è la n.91 del 5 febbraio 1992 – che ridefinisca i criteri per l’acquisizione della cittadinanza sia per gli stranieri nati in Italia da genitori non italiani e sia per gli stranieri nati all’estero ma che vivono, studiano o lavorano nel nostro Paese, garantendo a ciascuno la possibilità di partecipare a pieno alla vita democratica ed alla crescita sociale, politica e culturale del nostro Paese, senza che il possesso o meno della cittadinanza costituisca un discrimine arbitrario per tante/i giovani.

Una riforma della Legge sulla cittadinanza, ridefinendo i criteri per l’acquisizione della stessa, avrebbe un impatto su oltre 1 milione e 316 mila minori di seconda generazione, di cui oltre 990 mila nati in Italia, (dati Istat aggiornati all’1 gennaio2018) che rappresentano oltre l’11% della popolazione 0-18 anni.

Rispetto ad una riforma organica della Legge n.91 del 1992, che sia onnicomprensiva delle singole specificità consigliamo di leggere l’articolo pubblicato in precedenza su questo sito da Elena Mascia, che evidenzia giustamente la necessità del nostro Paese di dotarsi di “leggi che si allineino ai cambiamenti della nostra società”.

Parallelamente ad un lavoro advocacy e sensibilizzazione che porti – dopo quasi trent’anni – a ridefinire i criteri per l’acquisizione della cittadinanza, criteri che possano finalmente superare la centralità del vincolo di sangue per l’acquisizione della cittadinanza – che costituisce il cardine della Legge n.91 del 1992 – è altresì fondamentale portare avanti un lavoro di sensibilizzazione e di valorizzazione delle poche opportunità a disposizione dei giovani di seconda generazione in base alla normativa vigente.

La normativa vigente infatti prevede alcune eccezioni per cui un individuo nato in Italia da genitori stranieri può acquistare la cittadinanza italiana: in seguito alla naturalizzazione di uno dei due genitori con cui risulti convivente, in seguito al matrimonio di un genitore con un/una cittadino/a italiano/a oppure, in base all’art.4 della Legge n.91 del 1992, dichiarando al compimento della maggiore età ed entro il diciannovesimo anno di voler acquistare la cittadinanza italiana.

Difatti l’art.4 comma 2 della legge n. 91/1992 dispone che:

“lo straniero nato in Italia che vi abbia risieduto legalmente senza interruzioni fino al raggiungimento della maggiore età, diviene cittadino se dichiara di voler acquistare la cittadinanza entro un anno”.

Secondo Mohamed Tailmoun, membro di G2 – Seconde Generazioni, una delle associazioni che promuovono una campagna di sensibilizzazione ed informazione sull’acquisizione della cittadinanza in base all’art.4 della legge n. 91/1992, nonostante la la legge n.91/ 1992 sia riconosciuta in maniera inequivocabile come una legge obsoleta, l’art. 4 è l’unica possibilità per esercitare un diritto soggettivo. Il requisito fondamentale della legge sull’acquisizione della cittadinanza italiana è di tipo sanguigno, in quanto richiede che almeno uno dei due genitori da cui si nasce sia italiano. Una delle poche possibilità di non basarsi sullo ius sanguinis è data proprio dall’art.4 che prevede la possibilità di far richiesta della cittadinanza per i figli e le figlie di stranieri nati in Italia alla maggiore età a patto di dimostrare essere in grado di la presenza ininterrotta sul territorio italiano”.

La legge richiede al neo-maggiorenne di soddisfare tre requisiti fondamentali per potersi vedere riconosciuta la cittadinanza italiana: a) la nascita in Italia; b) la residenza legale senza interruzioni fino al raggiungimento della maggiore età; c) la dichiarazione di volontà presentata entro il diciannovesimo anno di età.

L’art. 4 della legge n. 91/1992 sancisce infatti un diritto soggettivo per l’acquisizione della cittadinanza in quanto chiunque sia nato in Italia, da genitori non italiani, ha la possibilità di esercitare tale diritto se in grado di provare di possedere determinati requisiti. Lo Stato ha poi l’obbligo di verificare o meno che chi fa la domanda abbia i requisiti richiesti. Scatta una procedura per cui il diritto deve essere riconosciuto dalle istituzioni e non concesso.

Rispetto ai tre requisiti che il neo-maggiorenne deve soddisfare, la residenza legale senza interruzioni sino al compimento dei diciott’anni, ha rappresentato motivo di dibattitto nella giurisprudenza.

In base al regolamento di esecuzione della legge sulla cittadinanza del 1993 “si considera legalmente residente nel territorio dello Stato chi vi risiede avendo soddisfatto le condizioni e gli adempimenti previsti dalle norme in materia di ingresso e di soggiorno degli stranieri in Italia e da quelle in materia d’iscrizione anagrafica”.

Secondo tale norma quindi lo straniero avrebbe dovuto quindi dimostrare sia di aver soggiornato in Italia in conformità con le leggi che regolano il soggiorno degli stranieri nel nostro Paese sia di essere stato iscritto ininterrottamente all’anagrafe sino al compimento dei diciotto anni di età, al fine di dimostrare la residenza legale.

Interpretando alla lettera tali disposizioni i Comuni hanno per anni negato la cittadinanza a tanti giovani, in quanto non erano in grado di dimostrare la residenza anagrafica anche per un brevissimo arco di tempo. Il criterio della residenza anagrafica ha rappresentato un motivo di discrimine, per i tanti giovani che sotto la responsabilità genitoriale, si sono visti negati la possibilità di esercitare un diritto soggettivo per fattori indipendenti dalla propria volontà.

In aggiunta a questo aspetto in base all’art.4 nella legge 91/1992 i Comuni hanno l’obbligo di informare lo straniero della possibilità di esercitare questo diritto soggettivo, tramite l’invio di una lettera, e che l’assenza di questa comunicazione faccia decadere il limite di decorrenza di un anno per la presentazione della domanda. Sono numerosi i casi di cittadini stranieri che hanno presentato la domanda oltre il diciottesimo anno in quanto non informati dai Comuni della possibilità di acquisizione della cittadinanza.

Per porre rimedio agli adempimenti amministrativi e genitoriali che precludano la possibilità ai neomaggiorenni di esercitare un diritto soggettivo, all’interno della D.L del 21 giugno 2013 n.69 è stata inserita una disposizione attuativa dal titolo “Semplificazione del procedimento per l’acquisto della cittadinanza per lo straniero nato in Italia”. La norma prevede che lo straniero possa dimostrare il possesso dei requisiti, in particolare della residenza, con ogni altra idonea documentazione in sostituzione della residenza anagrafica. In aggiunta viene ribadito come i Comuni abbiano l’obbligo di comunicare agli interessati, nella sede della propria residenza, la possibilità di esercitare tale diritto in conformità con l’art. 4 della legge 91/1992 e che in assenza di tale comunicazione tale diritto potrà essere esercitato oltre il compimento del diciannovesimo anno di età.

Nonostante chiarimenti e le norme applicative, “l ’art.4 della legge n.91 del 1992 non è applicato in modo uniforme sul territorio nazionale, nonostante abbia ormai circa 30 anni. Non è patrimonio di tutti e di tutte sul territorio. Soprattutto vi sono incongruenze sui decreti applicativi successivi” sottolinea Mohamed Tailmoun di Rete G2- Seconde Generazioni, che insieme a Black Lives Matter Roma, sta portando avanti un lavoro di inchiesta sull’applicazione della suddetta norma a Roma.

Qual è la responsabilità specifica dei Comuni? “I Comuni hanno infatti grande libertà e responsabilità in merito all’applicazione di quest’ articolo. Essi dovrebbero fare informazione e rendere operativi e funzionanti gli uffici anagrafici dove si rivolgono i neomaggiorenni per richiedere la cittadinanza. I Comuni dovrebbero inoltre rendere agevole l’accesso alla cittadinanza. Stiamo parlando di cittadini che sono nati, sono cresciuti e hanno vissuto molto spesso nello stesso Comune di cui sono cittadini de facto”.

Quale situazione è emersa attraverso le indagini in corso sull’applicazione della norma a Roma?

Il Decreto Legge del 2013 obbliga i Comuni ad informare i neo-maggiorenni della possibilità di accedere alla cittadinanza in base all’art.4. Il Comune di Roma, questo non lo fa. Per esempio una parte delle persone che sono residenti sul territorio comunale, non risulta dal punto di vista amministrativo, per cui a loro non vengono inviate queste lettere. A tante persone che dovrebbero avere questo diritti soggettivo non viene data la possibilità di esercitare questo diritto. In base al decreto Letta, la responsabilità dei genitori e delle amministrazioni, non può ricadere sul minorenne, precludendo loro la possibilità di esercitare un diritto soggettivo”.

Lo spirito dell’art.4 della legge n.91/1992, che ruota intorno alla cittadinanza come diritto soggettivo di un individuo è lo stesso che anima le proposte di riforma della legge sulla cittadinanza: “l’art. 4 è un cacciavite, uno strumento utile a dimostrare come una possibile riforma sia efficace e fattibile senza bisogno di creare un dibattito ideologico tra IUS SOLI E IUS CULTURAE ecc..”. Secondo Mohamed Tailmoun “la legge n.91 del 1992 va riformata e allargata dando la possibilità anche a chi non nasce qui di accedere alla cittadinanza senza dover aspettare la maggiore età, in base ad un diritto soggettivo”.

Poter accedere alla cittadinanza prima dei diciott’anni di età è fondamentale perché l’infanzia e l’adolescenza sono i momenti in cui si compiono le scelte decisive nella vita di una persona come riferisce Mary Diop di Link Coordinamento Universitario “l’impatto è enorme per i giovani, per chi è nato ed è vissuto qui tutta la vita e deve aspettare i diciott’ anni per vedersi riconosciuto la cittadinanza. Molti giovani appena ottengono la cittadinanza decidono di andare a studiare, vivere o lavorare altrove”.

Una manifestazione a Roma nel luglio 2017 – Ansa archivio

In parallelo rispetto al percorso di ridefinizione dei criteri per l’acquisizione della cittadinanza è compito della società civile vigilare affinchè le istituzioni applichino correttamente la normativa vigente. Difatti i Comuni che hanno l’obbligo di informare i futuri cittadini, non possono continuare a nascondersi dietro la non regolarità amministrativa dei neo maggiorenni.

I comuni devono trovare soluzioni per come far pervenire la comunicazione, informare ed accompagnare le persone durante il percorso.

Un altro aspetto riguarda la scuola, dove gli alunni e le alunne on cittadinanza non italiana rappresentano il 10,0% del totale della popolazione scolastica. Nel quinquennio 2014/2015 – 2018/2019 il numero degli studenti “stranieri” nati in Italia è passato da circa 450 mila unità a 553 mila, di cui oltre 72 mila iscritti in scuole secondarie di secondo grado.

Tuttavia la scuola non risulta essere un luogo dove avviene una corretta informazione e sensibilizzazione difatti “non vi è alcun tipo di sensibilizzazione sul tema della cittadinanza. Viene ignorato sia a scuola ma anche all’università dove non vengono portate avanti iniziative di sensibilizzazione sul tema della cittadinanza, dove non si parla mai dei diritti delle seconde generazioni” afferma Mary Diop.

Tuttavia la scuola, in qualità di comunità educante, svolge un ruolo fondamentale nella formazione delle nuove generazioni fornendo strumenti e competenze per l’elaborazione di un pensiero e di una coscienza civica per i futuri cittadini. I dirigenti, il personale docente e non docente, possono e devono assumere un ruolo centrale nel facilitare il processo di formazione di una cittadinanza attiva nella nostra società.

La Legge n.92 del 20 agosto 2019 introduce in tutte scuole di ogni ordine e grado l’educazione civica che ha come fondamento la conoscenza della Costituzione Italiana, che viene riconosciuta non solo come norma cardine del nostro ordinamento, ma anche come criterio per identificare diritti, doveri, compiti, comportamenti personali e istituzionali, finalizzati a promuovere il pieno sviluppo della persona e la partecipazione di tutti i cittadini all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Le scuole sono chiamate dalla Legge, ad aggiornare i curricoli di istituto e l’attività di programmazione didattica nel primo e nel secondo ciclo di istruzione, al fine di sviluppare “la conoscenza e la comprensione delle strutture e dei profili sociali, economici, giuridici, civici e ambientali della società”.

In applicazione alla Legge la scuola ha il compito di fornire strumenti al fine di creare cittadini consapevoli ed informati.

A tale scopo tutte le scuole secondarie di secondo grado dovrebbero prevedere momenti di incontro ed informazione in merito all’art.4 della Legge n.91 del 5 febbraio 1992 “Nuove norme in materia di cittadinanza” in merito all’acquisto della cittadinanza alla maggiore età, in particolare modo per gli alunni del biennio finale della scuola secondaria (17-18 anni) in quanto coincide con il momento in cui dovrebbe avvenire la notifica da parte del Comune di residenza e, con al compimento del diciottesimo anno diviene possibile presentare regolare domanda di richiesta di acquisizione della cittadinanza.

Post a Comment