TOP
Rwada

Rwanda: False Identità

In copertina: RUSSELL MONK/THE GLOBE AND MAIL

All’inizio di Aprile, precisamente il 6 Aprile del 1994 si fa risalire l’inizio di 100 giorni in cui il mondo ed in particolare la regione dei gradi laghi africani, assisterono a quello che per portata, organizzazione e numero di vittime è passato alla storia come il più grande genocidio dopo quello perpetuato contro gli ebrei nella Seconda guerra mondiale: il genocidio della popolazione tutsi nel Rwanda. Le cause che portarono all’esplosione di così tanta violenza si trovano nella storia difficile di questo pezzo di mondo, segnato in maniera indelebile da 80 anni di dominazione coloniale.

Nel 1884 il territorio del Rwanda e del Urundi, corrispondente all’attuale Burundi, entra nella sfera d’influenza dell’impero tedesco divenendone una colonia. Nel 1916 durante la Prima guerra mondiale il territorio viene occupato dalle truppe belghe provenienti dal confinante Congo; sarà quindi nel 1919 che la neo nata Società delle Nazioni affidò questo territorio al Belgio in amministrazione fiduciaria.

In Rwanda, a partire dal XVI secolo, si era costituito un regno dalla struttura centralizzata basato su una rigida divisione tra cacciatori-allevatori Tutsi e coltivatori Hutu; una terza etnia, i pigmei Twa, rappresentava la parte minoritaria della popolazione ed era posta in una posizione di grande marginalità. Tutsi e hutu parlano la stessa lingua, condividono lo stesso territorio e fino all’arrivo degli europei condividono le stesse istituzioni politiche. Prima dell’arrivo dei tedeschi prima e dei belgi poi esistevano differenze tra tutsi e hutu, ma queste differenze erano più che etniche occupazionali, in quanto per lingua e tradizione le differenze non vi erano. I tutsi formavano effettivamente la classe aristocratica; gli hutu tuttavia detenevano prerogative rituali grazie alle quali era possibile ricostruire il benessere degli stessi sovrani tutsi e dell’intera comunità. Le leggende locali raccontano dei tutsi come di un popolo pastore proveniente dal nord, giunti nel territorio degli odierni Rwanda e Burundi, trovarono sul posto gli agricoltori hutu. Essi stabilirono un patto: i tutsi avrebbero governato e gli hutu sarebbero stati i garanti religiosi del loro dominio.

Una volta arrivati, i colonizzatori rimasero stupefatti dall’organizzazione del regno rwandese; riducendo ciò che vedevano all’esperienza europea della creazione degli stati-nazione ottocenteschi e ragionando il mondo seguendo le linee di pensiero scaturite dall’impianto positivista, prima tra tutte l’idea evoluzionista e razziale del genere umano, gli europei non poterono che leggere la divisione sociale esistente tra tutsi e hutu come una divisione etnico-razziale di tipo gerarchico.

La posizione politica e di potere ricoperta dai tutsi, in un regno così ben organizzato da rassomigliare a un’embrionale stato-nazione, fece pensare agli europei che questi ultimi fossero appartenenti a un’altra etnia sicuramente più affine a quella caucasoide europea: è così che nasce l’idea della derivazione camitica dei tutsi. Si iniziarono quindi a cercare di trovare le differenze tra le due presunte etnie, ricerca che portò alla definizione di differenze fisiche e comportamentali stereotipate; i tutsi sono quindi visti dagli europei come i capi naturali, come la popolazione di derivazione camitica proveniente dall’Etiopia che riuscì a conquistare e amministrare le barbare popolazioni che trovarono nel territorio dei grandi laghi; a livello fisico alti, slanciati e con la carnagione più chiara, i tutsi iniziarono ad essere considerati i “falsi negri”. Allo stesso tempo gli hutu invece vennero identificati come contadini tribali e arretrati, bassi e tozzi e di colore molto scuro.

Arrivati sul posto gli europei, quindi, privilegiarono il dialogo con la classe politica tutsi e importarono la propria religione, abolendo di fatto il ruolo sacrale che veniva ricoperto dagli hutu.

I governanti tutsi, per puro calcolo politico si convertirono al cristianesimo e fecero propria la teoria della derivazione camitica al fine di legittimare il dominio dei tutsi nel nuovo contesto socio-politico. In quanto interlocutori privilegiati per i colonizzatori, poterono usufruire di una serie di vantaggi politico-economici derivanti dal potere coloniale; gli hutu, al contrario, furono esclusi completamente dalla vita politica e dalla possibilità di accedere all’istruzione e ai vantaggi economici di cui invece godevano i tutsi. All’interno dello stato coloniale rwandese, come in molte altre regioni dell’Africa, la società si stratificò per linee etniche verticali impedendo la stratificazione sociale su base orizzontale, di classe.

Il periodo coloniale belga accentuò e formalizzò la divisione etnica della popolazione rwandese, fino al punto da rendere obbligatoria la specificazione di appartenenza etnica sulle carte d’identità. L’ impossibilità di affermare con certezza la provenienza etnica dei cittadini, data la lunghissima convivenza e l’enorme quantità di matrimoni “misti”, portò le istituzioni coloniali a prendere come indicatore etnico la quantità di capi di bestiame posseduti: se quindi si possedevano più di 10 capi di bestiame si rientrava nell’etnia tutsi, se invece se ne possedevano meno di 10 si veniva riconosciuti come hutu. Questa situazione di diversa possibilità di raggiungere diversi tipi di risorse in base all’appartenenza etnica, non fece altro che aumentare il risentimento che il gruppo hutu provava verso i tutsi, rendendo i due gruppi sociali, fino a quel momento conviventi pacifici su uno stesso territorio fisico e culturale, due entità etnicamente declinate in contrasto fra loro.

Questa lettura etnico-razziale che gli europei danno del contesto rwandese, è la stessa che ancora oggi ci presenta l’Africa come un coacervo di gruppi tribali-etnici che altro non posso fare se non uccidersi a vicenda, in quanto incapaci di trovare soluzioni diplomatiche per la loro trivialità. L’etnia e l’identità etnica, quindi, in Rwanda ma non solo, prendono vita e si alimentano come armature di gruppi in competizione per le risorse in un contesto sociale mutato.

All’alba dell’indipendenza i territori del Rwanda e del Burundi erano una polveriera pronta ad esplodere. Dopo la fine della Seconda guerra mondiale molti missionari giunsero nei due paesi per un’opera di evangelizzazione ed educazione rivolta a quella grande maggioranza, hutu, della popolazione che fino a quel momento non ne aveva potuto usufruire. In Rwanda la presenza della Chiesa cattolica è forte, tanto che alcuni centri diocesani diventano veri e propri cenacoli del nascente fermento politico hutu, favorito con contatti con i democristiani belgi. Nel 1957 viene fondato, da un gruppo di intellettuali hutu, il Parmehutu, il partito per l’affermazione degli hutu che pubblica il “Manifesto dei Bahutu” nel quale si sosteneva la superiorità razziale degli hutu e si denunciava il monopolio razzista del potere da parte dei tutsi. Durante il periodo della “rivoluzione sociale” hutu (dal 1959 al 1962) iniziarono a vedersi le prime persecuzioni ai danni della popolazione tutsi. La rivolta hutu inizialmente si declina come una vera e propria jacquerie contadina durante la quale si attaccano i feudatari più odiati ma non si fa nulla per ribaltare il potere monarchico in mano tutsi, tuttavia alla reazione violenta alle persecuzioni da parte dei tutsi la situazione si inasprisce.

Alla vigilia dell’indipendenza la popolazione era composta per l’84% da hutu, per il 14% da tutsi e per l’1% dal minoritario gruppo twa. In questa condizione, nel momento in cui l’indipendenza venne concessa, la potenza coloniale belga voltò le spalle ai sui interlocutori privilegiati fino a quel momento e venne quindi smantellato l’impianto monarchico, storicamente retto da regnanti tutsi, per arrivare alla proclamazione, tramite il referendum del 1961, all’indipendenza (raggiunta e approvata nel 1962) e all’istituzione della repubblica a guida hutu.

L’indipendenza viene accompagnata dall’uccisione di 100.000 tutsi e di altrettanti esuli accolti dai paesi confinanti. In Burundi dopo una serie di colpi di stato sostenuti prima da uno schieramento poi dall’altro, nel 1972 il potere venne preso da parte dei tutsi, che affogarono nel sangue di 200.000 hutu il tentativo di questi di rovesciare il potere. Nel 1973 il generale rwandese hutu Jùvenal Habyarimana procede al colpo di stato in Rwanda e instaura un regime militare autoritario, le persecuzioni e le conseguenti fughe dei tutsi continuarono senza sosta. Nel 1987 dalla diaspora tutsi prende vita il Fronte Patriottico Rwandese (F.P.R.), con a capo Fred Rwigyema e Paul Kagame, con lo scopo di far rientrare in Rwanda le centinaia di migliaia di profughi tutsi anche con la possibilità di un colpo di stato.

Dal 1990 al 1993 il Rwanda cade in una sanguinosa guerra civile, fino ad arrivare al 4 Agosto del 1993, giorno in cui vennero firmati i trattati di pace tra il F.P.R e lo stato del Rwanda, ricordati come gli accordi di Arusha. Questi accordi politici prevedevano il rientro di tutti i profughi e la spartizione del potere con il F.P.R.

Il 6 Aprile del 1994 l’aereo su cui viaggiava il primo ministro rwandese Habyarimana e quello del Burundi Cyprien Ntaryamira, viene abbattuto. Non si sa con precisione chi avesse ordinato l’azione e chi l’ha messa in pratica, ma da quel giorno per i seguenti 100, su un totale di 7.300.000 persone che popolavano il Rwanda, vennero uccise e trucidate 1.740.000 (dati forniti dal governo rwandese), per la maggior parte tutsi ma anche molti hutu moderati. Migliaia le vedove, molte stuprate e diventate sieropositive, 400.000 bambini rimasti orfani, 85.000 dei quali diventati capifamiglia.

Il genocidio venne portato avanti in maniera sistematica, grazie alla collaborazione dell’esercito rwandese e le milizie di partito irregolari hutu. Il massacro avvenne in maniera rapida e violentissima. I vicini di casa si uccisero per una non ben chiara, se non del tutto inesistente, differenza naturale, etnica; nemmeno il sangue dei congiunti riuscì a fermare questa carneficina fratricida.

Il potere venne infine preso dal F.P.R. nel luglio del 1994, ma i massacri non si fermarono perchè da lì a qualche anno saranno i tutsi a vendicare il loro rancore su profughi hutu che fuggivano.

Una volta lanciata sul tavolo la mela della discordia, nulla può sopravvivere, nulla avrà senso fino a che non vi sarà un unico vincitore.



te sieropositive, 400.000 i bambini rimasti orfani, 85.000 dei quali diventati capifamiglia.

Il mio nome è Filippo Zingone. Sono un ragazzo di 26 anni laureato con laurea triennale in Storia Antropologia e Storia delle religioni, presso l'Università La Sapienza, ad ora iscritto alla magistrale di antropologia. Ho avuto anche piccole esperienze di reportage collaborando con tre fotografi prima in Bosnia e poi a Lesbos, seguendo gli sviluppi e la situazione della tratta Balcanica.

Post a Comment