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Legge 194: Obiezione di coscienza e pluralismo

«È meglio obbedire a Dio che agli uomini». Con questo passo degli Atti degli Apostoli (V, 29), i fedeli cristiani sono soliti legittimare il loro ricorso all’obiezione di coscienza per l’interruzione volontaria di gravidanza, che viene garantita dallo Stato Italiano con la legge 194. Ma sorge il quesito di come possa uno Stato che si professi laico consentire il mancato svolgimento delle proprie funzioni da parte di un medico – il quale, per dispensarsi, fa appello puramente alle sue credenze religiose.

Innanzi tutto, è doveroso indagare in che senso lo Stato Italiano si possa definire laico, ovvero se si richiami al principio di laicità oppure a quello di laicismo. Questa distinzione, nata in ambienti cattolici, individuerebbe due diversi atteggiamenti dello Stato nel suo rapporto con la religione.

Evidentemente, lo Stato Italiano si rifà al principio di laicità, poiché non rimane indifferente alle esigenze spirituali del cittadino e se ne prende carico collaborando con le istituzioni religiose. Sussiste una separazione di sfere di competenza tra lo Stato e l’istituzione religiosa, come stabilito dall’articolo 7 della Costituzione Italiana, per il quale lo Stato è sovrano e indipendente nell’ordine temporale, mentre la Chiesa Cattolica lo è nell’ordine spirituale. Ma non solo: con l’articolo 8 della Costituzione, si garantisce la libertà di culto ad ogni persona, e a tutte le confessioni religiose si dà il sostegno necessario per «organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano». Per questo motivo, è possibile stabilire accordi e concordati tra Stato e Chiesa, per favorire la collaborazione tra la comunità religiosa e quella politica.

Il caso francese risulta a questo proposito toto caelo differente, apparendo indubbiamente più inerente al laicismo: la Costituzione Francese, sin dal primo articolo, definisce la Repubblica come laica, e per legge si sancisce proprio ciò che per Benedetto XVI caratterizza il laicismo, ovvero il divieto di esposizione di simboli religiosi in luoghi pubblici, e pertanto si confina la religione nell’ambito della sola coscienza individuale. Proprio per questo motivo, risulta ancora più difficoltoso comprendere in che modo si possa coniugare il diritto all’obiezione di coscienza, vigente anche oltralpe, con l’ordinamento giuridico francese.

In secondo luogo, c’è anche da rilevare che l’interruzione volontaria di gravidanza, per la Chiesa Cattolica, non è solo un peccato morale, ma anche un reato penale. Il Codice di Diritto Canonico del 1983 annovera l’aborto tra i delitti contro la vita e la libertà dell’uomo, e chi lo procura incorre nella scomunica latae sententiae. Ovviamente per chi è ateo o comunque non si professa cristiano, la pena della scomunica non funge da alcun deterrente, né le si attribuisce un significato di rilievo; ma per chi invece è cattolico, essa risulta come la sanzione più grave che possa essere comminata, dal momento che prevede l’esclusione dalla comunità cattolica. Giovanni Paolo II, nell’enciclica Evangelium vitae, sul valore e l’inviolabilità della vita umana, mette in guardia dal sopprimere deliberatamente un essere umano innocente qual è l’embrione o il feto, che dovrebbe invece essere protetto dalla madre, e afferma che non può esserci giustificazione per chi si macchia di questa terribile colpa. Pertanto, nell’operatore sanitario credente, non può che scaturire un terribile conflitto interiore, trovandosi inevitabilmente tra due fuochi: se si propende per il dovere civile, si vedrà la propria anima bruciata, se per quello religioso, la propria carriera. Ma lo Stato Italiano, proprio perché si rifà al principio di laicità e non di laicismo, riconosce la battaglia interiore del medico, dell’infermiere o in generale del personale sanitario, e riconosce loro la possibilità di avvalersi dell’obiezione di coscienza.

Eppure, in un contesto ormai multiculturale, diventa assai complesso difendere una tale posizione dello Stato Italiano, dal momento che se si riconosce un privilegio particolare sulle basi di un diritto religioso, si potrebbero aprire le porte ad una richiesta potenzialmente infinita di esenzioni. Per questo motivo, bisognerebbe trovare un parametro oggettivo con il quale valutare le esigenze spirituali dei cittadini, poiché i precetti di culto potrebbero essere contrari all’ordinamento giuridico. Senza di esso, infatti, saremmo gettati nel relativismo, concezione secondo la quale non sussiste alcun principio morale; per cui l’etica si delineerebbe a partire dall’opinione dei singoli individui piuttosto che dalla conoscenza di una norma pratica certa. Combattuto da Platone nel Teeteto, il relativismo ci vuole fare credere che ci sia solamente il giudizio del soggetto percipiente, venendo a negare una realtà – anche morale – di fondo.

Assecondando le esigenze di culto dei cittadini, si rischia di legittimare il loro monismo di valori, per il quale i credenti si sentono chiamati ad obbedire ai doveri dell’ordinamento divino – nell’interpretazione di una chiesa particolare – piuttosto che di quello civile. Per questo motivo, insieme a Kant, sentiamo ancora il «grido di guerra di preti ipocriti ed ambiziosi, per incitare le folle alla rivolta contro l’autorità civile», come fece il già citato Giovanni Paolo II indirizzandosi alla coscienza dei medici, e come continua a fare anche papa Francesco, appellando gli abortisti «nazisti col camice bianco». Una tale interferenza da parte di un’istituzione religiosa non può essere accettabile, dal momento che – banalmente – non si può determinare se quel singolo precetto religioso sia realmente voluto da Dio.

Il pluralismo, al contrario del relativismo e del monismo, garantisce appunto una pluralità di prospettive morali, aprendosi alla riflessione sociale e al confronto democratico. Questo perché il pluralismo si fonda su un principio morale dettato dalla ragione, mentre il relativismo ne richiede l’assenza, sicché tutte le tesi perdono di valore. Allora, solo riconoscendo il nucleo naturale della religione, si può stabilire cosa ne faccia parte e cosa no. Non si può lasciare voce ai precetti della fede di chiesa, perché ogni fede ne ha di diversi e potrebbero scontrarsi con l’ordinamento giuridico dello Stato.

La domanda per una possibile legittimazione dell’obiezione di coscienza si fa quindi diversa: lo Stato Italiano riconosce l’inviolabilità della vita dell’embrione e del feto come un dovere della ragione (interpretabile dalle diverse confessioni come un dovere divino) oppure ha semplicemente ceduto ai dettami di fede della Chiesa Cattolica? Se si propende per la seconda opzione bisogna essere consapevoli di tutti i pericoli che questo genere di apertura può portare. Da questo punto si potrebbero gettare le basi per una più approfondita riflessione sul rapporto tra pluralismo culturale e diritto ecclesiastico.

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