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legge 194

PERCHÈ DOPO PIÙ DI 40 ANNI DALLA SUA APPROVAZIONE CHIEDIAMO #MOLTOPIÙDI194?

Gli anniversari non dovrebbero servire solo per ricordare con nostalgia un passato che non può tornare ma per fermarsi e provare insieme a fare un bilancio di come sono andate le cose.

La memoria, processo vivo quanto la storia, ci aiuta dunque a capire da dove veniamo e dove siamo arrivate con il nostro incedere a zig zag tra progressioni e passi indietro.

Oggi ci vogliamo mettere comodə per prenderci del tempo e guardare indietro, con il cuore e la mente rivolti verso il futuro. Insieme a voi, vogliamo celebrare non uno bensì due anniversari che cadono proprio questa settimana. Entrambi riguardano la legge 194/1978, una legge disattesa nei fatti da una sanità pubblica che non riesce tuttora ad applicarla nemmeno ad uno standard minimo garantito da molti altri paesi europei.

Ritornando ai nostri anniversari, quella che si conclude oggi è una settimana davvero particolare. È iniziata lunedì 17 maggio, 40esimo anniversario del referendum promosso dal Movimento per la Vita per modificare in senso restrittivo la legge 194 approvata appena 3 anni prima. Un referendum spesso dimenticato ma che ci ricorda come il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza sia stato osteggiato da un fronte antiabortista compatto sin da subito contro la nostra libertà di determinarci. Quarant’anni fa, milioni di persone si recarono alle urne per votare il loro sostegno alla 194, rispedendo al mittente le restrizioni che volevano essere imposte. Contemporaneamente, i Radicali promossero un ulteriore quesito inserito all’interno dello stesso referendum. Un quesito che chiedeva una maggiore liberalizzazione della pratica abortiva e che purtroppo venne anch’esso respinto.

Oggi, 22 maggio, la settimana si conclude (almeno metaforicamente) con il 43esimo anniversario dell’approvazione della legge 194 che portò il nostro paese alla depenalizzazione e disciplinamento delle modalità di accesso all’aborto. Prima di quella data, il codice penale prevedeva fino a quattro anni di carcere per chi effettuava un aborto e cinque al personale medico coinvolto nella pratica. Il percorso che ha portato a questa legge è stato lungo e intenso. A differenza di chi la vede come il frutto di un percorso istituzionale tra le aule del Parlamento, la nostra memoria va invece al movimento femminista di allora, vero protagonista delle piazze di quegli anni, che, proprio come quello di oggi che manifesta nelle strade di tutta Italia al grido di “Non Una di Meno!”, chiedeva il diritto ad una salute sessuale e riproduttiva all’altezza dei propri bisogni.

La 194 affonda le proprie radici nelle lotte femministe degli anni ‘70 nell’epoca in cui si parlava di “compromesso storico” al governo del paese. Ed è effettivamente un po’ quello che contraddistingue questa legge: se dopo più di quarant’anni dobbiamo ancora difendere il diritto all’aborto garantito, è evidente come non sia altro che un compromesso che prova a tenere insieme il potere del personale medico, il “diritto alla vita” del feto e il diritto di scelta della donna, e che al suo interno abbia tutti gli elementi per vedere disattesa quella libertà di scelta che dovrebbe invece garantire.

Per citare alcuni degli articoli più problematici, non possiamo non cominciare dall’articolo 9, che garantisce l’obiezione di coscienza per gli operatori sanitari. Un fenomeno in continua crescita, che ha raggiunto una percentuale in media pari a circa il 70% dei medici. Non esiste, nella pratica, alcuna forma di regolazione di questo fenomeno, e, senza una modifica immediata dell’articolo 9, rischieremo di non avere più personale medico che abbia una formazione sull’IVG e la volontà di praticare aborti.

“Se non viene riscontrato il caso di urgenza, al termine dell’incontro il medico del consultorio o della struttura socio-sanitaria, o il medico di fiducia, di fronte alla richiesta della donna di interrompere la gravidanza sulla base delle circostanze di cui all’articolo 4, le rilascia copia di un documento, firmato anche dalla donna, attestante lo stato di gravidanza e l’avvenuta richiesta, e la invita a soprassedere per sette giorni.” con l’articolo 5, si sancisce la nostra impossibilità di intendere e di volere, quantomeno fino a quando non incontriamo il medico: un messaggio assolutamente problematico e un ulteriore ostacolo a un’operazione che spesso si rivela una corsa contro il tempo.

Se gli articoli 5 e 9 affidano il potere di scelta nelle mani del medico, l’articolo 2 fa invece entrare silenziosamente le associazioni antiabortiste all’interno delle strutture pubbliche.

Citando esplicitamente le “associazioni del volontariato che possono anche aiutare la maternità difficile dopo la nascita”, si è permesso un costante incremento di Centri di Aiuto per la Vita (CAV) gestiti da organizzazioni che tentano di convincere chi vi si rivolge a portare a termine la gravidanza agendo su sensi di colpa e disinformazione.

In occasione di questo controverso anniversario dunque, chiediamo #MoltoPiùDi194, che per noi significa lavorare a stretto contatto con realtà locali e strutture che garantiscano realmente l’accesso all’aborto, mappare e combattere il fenomeno dell’obiezione di coscienza garantendo una formazione adeguata al personale medico-sanitario, fornire supporto a chi ne abbia bisogno attraverso sportelli e servizi territoriali. #MoltoPiùDi194 significa anche però pretendere un cambiamento radicale. Per farlo, a nostro avviso, è necessario avere il coraggio di modificare la legge 194. Quarant’anni dopo la sua approvazione, il movimento transfemminista ha la forza per farlo. Lo dobbiamo a tutte le nostre sorelle che prima di noi hanno lottato per una legge oggi disattesa e per quelle che ancora oggi non riescono a veder garantita la scelta di non proseguire la propria gravidanza.

È questo per noi il senso dell’anniversario. La memoria viva del passato ha lo scopo di ardere nelle lotte del presente per mantenere accesa quella fiamma. Per ricordarci cosa ha spinto allora a scendere in piazza. Per avanzare oggi e non retrocedere di fronte alle spinte reazionarie del presente. Le nostre parole si chiudono con un estratto inedito del libro “Obiezione respinta: diritto alla salute e giustizia riproduttiva” curato da Cinzia Settembrini. L’autrice è Angela Balzano, una nostra sorella con cui vogliamo festeggiare questa settimana di ricorrenze e ripercorrere assieme a lei e tuttə voi la genesi della legge 194:

“Fino al 1978, il Titolo X del codice fascista ha condannato le donne alla clandestinità, al carico di incertezze e rischi di vita e salute che essa comporta. Le strade per abortire clandestinamente erano diverse e si dipanavano a partire dalle condizioni di vita delle donne, dal loro livello di reddito e formazione. In poche avevano la possibilità di abortire all’estero, in troppe sono state costrette a pagare a caro prezzo i ginecologi che praticavano l’aborto illegalmente1 o a ricorrere a prezzemolo e ferri da calza. Queste le principali strade fino agli inizi degli anni Settanta, quando è ritornato il tempo di condivisione, auto-organizzazione e autogestione di corpi e salute.

I metodi utilizzati erano quelli del self-help femminista, che ha dalla sua lo speculum e la metodica Karman. Gruppi quali il Movimento di liberazione della donna (MLD), in sintonia e collaborazione con i consultori autogestititi come il CISA (Centro informazioni sterilizzazione e aborto) e l’AIED (Associazione italiana per l’educazione demografica), offrivano alle donne informazioni sulla contraccezione e praticavano aborti, illegali ma gratuiti e sicuri. La loro era una forma di disobbedienza civile, sapevano che sarebbero incappate nelle sanzioni statali, sono state loro a provocare l’intervento delle forze dell’ordine proprio al fine di evidenziare il cinismo della norma.

Gli anni che portano all’eliminazione delle norme fasciste sono ricchi e conflittuali. C’è stato un uso liberatorio e sovversivo delle tecniche mediche, c’è stata la lotta politica, un ampio fronte di scontro in cui diverse erano le voci levatesi per l’abrogazione del Titolo X e più in generale per l’autodeterminazione sessuale e riproduttiva. Bisogna ricordare che non tutte le femministe chiedevano una legge, per molte la sola liberalizzazione sarebbe stata sufficiente (Rivolta Femminile e il movimento femminista romano). Il PCI e il Partito Radicale ritenevano invece si dovesse procedere a mezzo di proposte di legge. L’Espresso e la Lega XIII maggio scelsero la via del referendum e così il 12 luglio 1975 furono depositate settecentocinquantamila firme per il Referendum abrogativo degli articoli del Titolo X. Il 18 dicembre 1975 la Corte Costituzionale dichiarò ammissibile il referendum, ma nel maggio 1976 il presidente Leone sciolse le camere.

Lo scioglimento delle camere è un chiaro messaggio: la legge sull’aborto non può essere “scritta dal basso”. Tanto era il timore che passassero le istanze di femministe e Radicali, che erano preferibili le elezioni anticipate. L’urgenza primaria di uno Stato-nazione è il controllo della riproduzione, lo prova il fatto che il presidente Leone aveva già sciolto le camere per evitare un altro referendum, quello sul divorzio, nel 1972. Tra il 1972 e il 1976, di conflitti sociali ve ne erano stati tanti, si pensi ai movimenti di studenti e operai. Eppure, il ricorso all’ultimo strumento dello Stato, lo scioglimento del Governo, è stato motivato da aborto e divorzio, non dalle occupazioni delle fabbriche né dalla violenza organizzata dei gruppi extra-parlamentari. Lo Stato-nazione sul salario può sempre mediare, può reprimere le proteste studentesche, ma come fa a obbligare le donne a riprodursi quando queste non vogliono farlo? Chi ri/produrrà studenti e operai senza il consenso delle donne? E quali forme mostruose potrebbe assumere la ri/produzione se non contenuta nel recinto della famiglia eterosessuale?

Sento l’influenza di Rivolta Femminile mentre scrivo queste parole. L’influenza di chi sapeva che “la negazione della libertà d’aborto rientra nel veto globale che viene fatto all’autonomia della donna” e al contempo di chi aveva ben indentificato “nel lavoro domestico non retribuito la prestazione che permette al capitalismo, privato e di Stato, di sussistere”2. Lo Stato aveva colto la sfida lanciata dalle lotte femministe: si rivendicava l’aborto libero, sicuro e gratuito, si lottava per la redistribuzione dei redditi, contro la divisione sessuale del lavoro.

L’irriducibilità dell’autogestione del corpo è il buco nero dello Stato, per colmarlo ha bisogno di leggi e sanzioni, così come l’istituzione famiglia e il sistema produttivo a esso collegata è il suo muro portante, da proteggere pena la progressiva caduta della struttura. La Legge 194 del 1978 è stata varata da un governo della DC, con presidente del consiglio Giulio Andreotti, nel famigerato periodo politico noto come “compromesso storico”, per attenuare l’impatto delle rivendicazioni femministe. La storia del nostro aborto è la storia di un compromesso impresso sui nostri corpi. La 194 non è purtroppo stata scritta dalle femministe, anche se non saremo mai arrivate al punto di abrogare il codice fascista se non fosse stato per loro, per tutte le Gigliola Pierobon della storia cui sento di appartenere.

Gigliola Pierobon, nel 1969, stava testimoniando a un processo quando da “testimone diventa accusata” per aver abortito clandestinamente3 ed è obbligata a sottoporsi a una visita ginecologica. Tuttavia, come spiega Greco:

Negli anni trascorsi tra l’aborto e il processo Gigliola è cambiata e non tace. Si è avvicinata al femminismo, non è più sola come quel giorno di sei anni prima su quel tavolo da cucina. Appena riceve la notifica del rinvio a giudizio Lola, così la chiamano le compagne, la rende pubblica, non subisce in silenzio.

Gigliola non si pentì mai e affermò: “Ogni donna deve avere il diritto a decidere della propria vita e del proprio corpo”4. Non ci fu assoluzione, ma perdono giudiziale. La sola espressione “perdono giudiziale” restituisce con immediatezza il mancato riconoscimento dell’autodeterminazione delle donne. Il Tribunale di Padova infatti le concede “il perdono giudiziale del reato” per “la resipiscenza dimostrata con la consapevole accettazione di una seconda maternità”5. Gigliola non è ancora una “persona” per la magistratura, sfugge alla pena solo perché nel frattempo è diventata madre, destino che lo Stato-nazione vorrebbe ineluttabile per tutte.

Bisogna attendere il 1975, la sentenza 27, perché la magistratura si metta all’ascolto delle istanze femministe e registri la necessità di un cambiamento normativo. Oggetto della sentenza è l’art. 546 del Codice Rocco che contrastava con il secondo comma dell’art. 31 e con il primo comma dell’art. 32 della Costituzione, che tutelano maternità e infanzia e salute individuale e collettiva. I giudici dichiararono che l’art. 546 rappresentava un ostacolo per il diritto alla salute delle donne e sollevarono un’altra contraddizione, quella relativa al conflitto tra i diritti dell’embrione e i diritti della donna: l’aborto non poteva più essere inquadrato nell’ambito dei “reati contro la stirpe” e punito in nome del “benessere demografico”, come durante la monarchia o il regime fascista. Occorreva inserirlo in un ambito più confacente, quale quello dei reati contro la persona. Inoltre, bisognava constatare che persona è la donna, sia quando decide di portare a termine la gravidanza sia quando decide di interromperla, mentre il “concepito” è definibile persona solo in potenza: “Non esiste equivalenza fra il diritto non solo alla vita ma anche alla salute proprio di chi è già persona, come la madre, e la salvaguardia dell’embrione che persona deve ancora diventare”.

Prima di questa sentenza, ve ne era stata un’altra cruciale: la 49 del 1971 che abrogava la norma vietante la circolazione dei contraccettivi, la 553 del Codice Rocco. Tuttavia, il Ministero della Salute, ignorando la sentenza, nella pratica ha per anni continuato ad applicare le norme del “Regolamento per la registrazione dei farmaci” (Reg. n. 478 del 1927), vietando “la registrazione di specialità medicinali e di presidi medico-chirurgici aventi indicazioni anticoncezionali”. Solo con un decreto del 1976 il Ministero, costretto dalle battaglie di AIED e femministe, abrogava anche le norme del regolamento dei farmaci. Finalmente la pillola non era più “un farmaco regolatore del ciclo mestruale” ma a tutti gli effetti un contraccettivo che permetteva di non accettare la maternità come destino ineluttabile.”

Il libro “Obiezione Respinta: diritto alla salute e giustizia riproduttiva” è acquistabile qui https://www.prosperoeditore.com/libri/obiezione-respinta_cinzia_settembrini


1 Cfr. I cucchiai d’oro, in A. Balzano, C. Flamigni, Sessualità e Riproduzione. Due generazioni in dialogo su diritti, corpi e medicina, Torino, AnankeLab, 2015.

2 C. Lonzi, cit., pp. 7-8.

3 V. Greco, Oggi, ieri, domani: molto più di 194, su «lavoroculturale.org», del 4 giugno 2018.

4 G. Pierobon, Il processo degli angeli. Storia di un aborto, Roma, Tattilo Editrice, 1974, p. 11.

5 Ivi, pp. 198-199.

Obiezione Respinta è un progetto che dal 2017 mappa dell'obiezione di coscienza in Italia a partire dalle esperienze di chi l'ha vissuta sulla propria pelle. Negli anni ci siamo occupate di divulgazione su sessualità, contraccezione, IVG, tecnologie digitali, femminismo. Online ci trovi su obiezionerespinta.info, mentre offline ci trovi alla Limonaia-Zona Rosa di Pisa.

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