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Donne Kurde

Lettera di risposta delle donne curde a: “Oltre il femminismo? Jineolojî e il Movimento per la Libertà delle Donne Curde”

Introduzione di Gea Piccardi

E’ di lunedì 10 maggio la pubblicazione di questa lettera da parte del Comitato di Jineolojî Europa – organizzazione interna al movimento delle donne curde che si occupa della produzione, promozione e divulgazione della Jineolojî (scienza delle donne e della vita) in Europa (per approfondimenti vedi: jineoloji.org)

Si tratta di una critica, di ordine etico, epistemologico, metodologico e contenutistico, al paper scientifico sulla Jineolojî scritto di recente da due ricercatrici della SOAS University di Londra e della London School of Economics, e alla rivista accademica che l’ha pubblicato. Dalla prima parola all’ultima, la lettera delle compagne di Jineolojî sovverte radicalmente l’idea dominante per cui l’accademia fa teoria e i movimenti sociali le pratiche, per cui il Nord Globale produce teoria, e i Sud le pratiche che la teoria analizza. Per cui c’è chi studia, e ha il diritto di dire e parlare per altrx, e chi fa, aspettando che altrx illuminino il proprio cieco fare.

Come scrivono le compagne di Jineolojî: “Finora noi, come donne nel Movimento di Liberazione delle Donne del Kurdistan, abbiamo aperto le nostre porte a tuttx coloro che volessero fare ricerche e scrivere su di noi. Questa apertura nasce dal nostro desiderio di raccontare e trasmettere la lotta che conduciamo sulla nostra terra contro la colonizzazione da parte di quattro Stati-Nazione, e contro la continua negazione della nostra identità e del diritto di esistere. La nostra apertura nasce anche dal nostro impegno a raggiungere altre lotte e costruire alleanze. Nel frattempo, però, abbiamo anche intrapreso passi importanti per rappresentare le nostre identità alle nostre condizioni”.

I movimenti, come quello delle donne curde, producono autorappresentazione, teoria, concetti, possiedono metodi di ricerca, criteri di validazione del sapere, pedagogie proprie, accademie autonome e forme di divulgazione dei propri contenuti. I movimenti conoscono e studiano la teoria che attraversa l’Università, perché chi sta nelle lotte capita che frequenti o abbia frequentato l’Università, ma anche perché quella teoria, prima ancora di entrare nell’accademia, viene prodotta nelle e dalle lotte stesse, anche se spesso quest’origine non viene riconosciuta.

Negare tale ricchezza e capacità di agency, o ignorarla nel momento in cui si scrive un articolo su tal o tal’altro movimento sociale, rappresenta, ci dicono le autrici della lettera, un atteggiamento paternalistico, orientalista e coloniale, oltre che profondamente disonesto. Infatti, una delle cose che rimproverano alle due ricercatrici, è di far riferimento a pensieri radicali come quelli dei femminismi neri e decoloniali per poi screditare, per effetto di comparazione, la produzione teorica della Jineolojî e del movimento delle donne del Kurdistan. Con questa critica rivelano uno dei meccanismi più subdoli che s’incontrano all’interno dell’accademia neoliberale: la possibilità di un uso decontestualizzato e disincarnato di saperi originariamente provenienti dalle lotte sociali e dai movimenti subalterni, con l’obiettivo di argomentare tesi scientifiche che sarebbero forse il primo bersaglio di quegli stessi saperi e movimenti, e laddove l’unico interesse è quello di pubblicare un articolo in più, piuttosto che contribuire al cambiamento sociale-politico-ecologico per cui i movimenti lottano quotidianamente.

E tuttavia, nonostante siano rivolte nello specifico alle due accademiche e al loro scritto, le riflessioni proposte dalle compagne del Comitato risultano di fondamentale importanza per chiunque intraprenda una ricerca qualitativa con movimenti e lotte sociali, ma anche per chiunque s’impegni in pratiche di solidarietà transnazionale, dentro o fuori dall’Università, come accademicx e/o militante. Perché il problema non è solo l’accademia, o chi, come Nadje Al-Ali e Isabel Käser, ci lavora. Al contrario, come scriveva nel 2016 l’attivista e ricercatrice curda Dilar Dirik rivolgendosi a un generico pubblico internazionalista solidale con la rivoluzione del Rojava, “il problema risiede nella facilità con cui una persona privilegiata si sente in diritto di scrivere libri su un’intera regione senza mai farci visita. È la bianchezza maschile che predomina in ‘radicali’ tavole rotonde sulle lotte di persone di colore. È la famosa espressione di simpatia per una causa da parte della persona bianca che fa sì che i suoi followers salgano tutti sul carrozzone. È la velocità con cui le cause riguardanti le lotte per la vita e la morte vengono scartate come una patata bollente se appaiono più complicate del previsto” (https://roarmag.org/essays/privilege-revolution-rojava-solidarity/).

Lettera pubblica

Sull’articolo “Oltre il femminismo? Jineolojî e il Movimento per la Libertà delle Donne Curde”

Di: Comitato di Jineolojî Europa

Lettera originale in Inglese / Traduzione a cura di Comitato Italiano di Jineolojî

Il Comitato di Jineolojî Europa ha inviato una lettera alle/i redattrici/ori della rivista Politics & Gender riguardo agli errori materiali e alle carenze metodologiche dell’articolo lì pubblicato, dal titolo “Oltre il femminismo? Jineolojî e il Movimento per la Libertà delle Donne Curde” [Beyond Feminism? Jineolojî and the Kurdish Women’s Freedom Movement] firmato da Nadje Al-Ali e Isabel Käser. Sulla base del diritto di replica, il Comitato di Jineolojî ha chiesto alla redazione di avere la possibilità di scrivere e pubblicare un proprio articolo sulla rivista.

Dopo parecchio tempo, le/i direttrici/ori della rivista hanno scritto una lettera di risposta in cui non si menziona questa nostra richiesta. Hanno invece domandato prove riguardanti le affermazioni fatte dal Comitato di Jineolojî al fine di svolgere ulteriori indagini. In questa situazione, è nata la necessità di condividere con il pubblico le nostre critiche all’articolo. Nel testo che segue, ci proponiamo di esprimere la nostra posizione rispetto all’articolo citato, che è stato scritto senza leggere le fonti e le pubblicazioni di base della Jineolojî e senza svolgere ricerche nei luoghi in cui i lavori di Jineolojî si stanno sviluppando.

17 febbraio 2021

Comitato di Jineoloji Europa

Agli editori di Politics & Gender,

Scriviamo questa lettera in risposta all’articolo “Oltre il femminismo? Jineolojî e il Movimento per la Libertà delle Donne Curde”, scritto da Nadje Al-Ali e Isabel Käser e pubblicato nel vostro giornale nel 2020. Di seguito, elenchiamo le nostre obiezioni a questo articolo. Per riassumere, troviamo inaccettabile che l’articolo trascuri le metodologie femministe e oggettifichi noi e il nostro lavoro di Jineolojî – la scienza della donna e della vita. Rappresenta in modo errato vari aspetti della nostra pratica e diffonde informazioni false. Per questi motivi, desideriamo esprimere il nostro disappunto riguardo alla decisione dex revisorx e delle/i editrici/ori di considerare questo articolo pubblicabile. Considerando i principi base che sono stati sviluppati a seguito dei numerosi casi in cui le donne del Sud, le femministe nere, le donne indigene e le donne migranti hanno mostrato come le femministe bianche rappresentino le donne non occidentali in quanto “altro da sé”, siamo sorprese che un articolo che riproduce questo stesso meccanismo – rappresentare come “altro da sé” le donne indigene curde e il nostro movimento – sia stato pubblicato nella vostra rivista.

Finora noi, come donne nel Movimento di Liberazione delle Donne del Kurdistan, abbiamo aperto le nostre porte a tuttx coloro che volessero fare ricerche e scrivere su di noi. Questa apertura nasce dal nostro desiderio di raccontare e trasmettere la lotta che conduciamo sulla nostra terra contro la colonizzazione da parte di quattro Stati-Nazione, e contro la continua negazione della nostra identità e del diritto di esistere. La nostra apertura nasce anche dal nostro impegno a raggiungere altre lotte e costruire alleanze. Nel frattempo, però, abbiamo anche intrapreso passi importanti per rappresentare le nostre identità alle nostre condizioni.

Francamente, siamo sbalordite dal fatto che un articolo, essenzialmente orientalista e paternalistico verso le persone che studia, metodologicamente infondato e che trascura gli standard etici, possa essere pubblicato su una rispettabile rivista accademica. Al fine di proteggerci da danni futuri, ci rendiamo conto che potrebbe essere necessario, da adesso, essere più selettive riguardo a prossimi impegni di ricerca. Di seguito troverete le nostre obiezioni all’articolo divise in tre sezioni, ovvero metodologia, contenuto e argomentazione.

  1. All’inizio dell’articolo, le autrici affermano di aver intervistato 120 donne curde durante le varie ricerche che hanno condotto. Tuttavia, non chiariscono quante di queste 120 donne che hanno intervistato per i loro progetti più ampi siano effettivamente presenti in questo particolare articolo e in che misura. Inoltre, non vengono fornite informazioni contestuali e metodologiche sulle interviste condotte per questo particolare articolo. Quelle di noi che sono state intervistate da loro, tuttavia, hanno notato che le nostre parole, presentate nell’articolo come prova delle loro varie tesi, sono state completamente estrapolate dal contesto. Piuttosto che dar conto delle nostre affermazioni, alcune parti vengono ritagliate e strumentalizzate per adattarsi agli argomenti delle autrici.
  2. Le autrici sembrano non essersi confrontate con il crescente numero di pubblicazioni sulle quali però pretendono di fare affermazioni di carattere epistemologico. In effetti, l’ammissione nella prima nota a piè di pagina dell’articolo mette in dubbio la validità e l’attendibilità dell’articolo stesso. La nota afferma che per questo articolo non sono state consultate fonti in curdo e turco. Ciò è sorprendente, poiché queste sono le due lingue principali in cui sono pubblicate e trasmesse le informazioni su Jineolojî. Ad esempio, i due programmi di Jineolojî trasmessi da Jin TV, dove le autrici hanno condotto le loro interviste, sono uno in turco e uno in curdo. Né sembra che abbiano consultato alcuna delle pubblicazioni di Jineolojî in cui sono presenti elaborazioni teoriche e concettuali, come la Rivista di Jineolojî, pubblicata ogni tre mesi in lingua turca, e di cui è appena uscito il 20° numero. Inoltre, le principali pubblicazioni intitolate Jineolojî Tartışmaları [discussioni di Jineolojî] del 2015, e Jineolojî’ye Giriş [Introduzione a Jineolojî] del 2016, non sembrano esser state lette.
  3. D’altra parte, Al-Ali e Käser scrivono: “La maggior parte della ricerca di Jineolojî si sta svolgendo in Rojava, dove il governo autonomo ha incluso Jineolojî nel curriculum scolastico ufficiale, e sono state aperte un’Accademia di Jineolojî e la Facoltà di Jineolojî all’Università del Rojava a Qamishlo”(p.12). È interessante notare che, nonostante la loro stessa dichiarazione, le autrici non sembrano aver parlato con nessunx coinvoltx in questi sforzi.
  4. Un’altra questione importante riguarda la relazione tra domanda di ricerca e metodologia. Se, come affermato a pagina 5, lo scopo dell’articolo è quello di studiare i significati che le donne danno a Jineolojî, perché la ricerca non è stata progettata di conseguenza? Perché le autrici hanno trascurato di affrontare sistematicamente le interpretazioni che diverse donne danno della Jineolojî e invece hanno usato ogni dichiarazione fatta dalle intervistate come prova di un’altra affermazione che (le autrici) hanno fatto su Jineolojî? Inoltre, più avanti nell’articolo, le autrici deviano dalla loro domanda di ricerca originale senza alcuna spiegazione. L’attenzione si sposta sulla definizione di Jineolojî e la sua relazione con la sessualità. Dato questo nuovo focus, ci si aspetterebbe, e sarebbe stato ancora più importante per le autrici, l’analisi dei materiali prodotti da Jineolojî su questi argomenti. Tuttavia, ancora una volta, non viene fatto alcuno sforzo del genere.
  5. Allo stesso modo, un articolo che sostiene che Jineolojî non stia sviluppando una nuova epistemologia, dovrebbe almeno aver condotto un’analisi del contenuto delle pubblicazioni chiave precedentemente menzionate e le affermazioni fatte sull’epistemologia in esse contenute. Il fatto che le autrici non soddisfino un criterio metodologico così basilare suggerisce un pregiudizio da parte loro. Cioè, Al-Ali e Käser sembrano credere che il Movimento per la Libertà delle Donne del Kurdistan, che ha scritto su questi e altri argomenti nonostante molteplici ostacoli, non stia effettivamente producendo una conoscenza degna della considerazione di Al-Ali e Käser.
  6. L’articolo pone grande enfasi sulla relazione di Jineolojî con le identità LGBTQI+. Tuttavia, sebbene le autrici affermino che c’è una considerevole partecipazione di persone LGBTQI+ nei campi di Jineolojî, sembra che sia stata intervistata solo una persona. Questa persona è tokenizzata e il suo punto di vista è trattato come se rappresentasse tutti gli altri partecipanti LGBTQI+.
  7. Le autrici fanno spesso riferimento positivamente al femminismo transnazionale, al decolonialismo e a molti altri femminismi critici. Le ricerche che attingono da tali approcci femministi normalmente cercano un impegno orizzontale come metodo. Tuttavia, in questo articolo non c’è alcuna indicazione che faccia pensare che le affermazioni avanzate dalle autrici siano state in qualche modo discusse con le intervistate. Ad esempio, due di noi che sono state intervistate, hanno chiesto di leggere l’articolo prima della pubblicazione, ma non hanno mai ricevuto risposta. Detto ciò, sembra che le autrici considerino le intervistate come soggetti sperimentali da utilizzare a loro scopo, piuttosto che come partner alla pari in un progetto di ricerca pensato collettivamente.

Abbiamo trovato numerosi errori nell’articolo, in gran parte dovuti dal fatto che si trascura la ricerca prodotta dalle comunità studiate:

  1. Le sezioni dell’abstract e della metodologia dell’articolo affermano che la ricerca si basa su interviste condotte con persone impegnate nello sviluppo della Jineolojî. Tuttavia, come evidente nel corpo principale del testo, la maggior parte delle interviste è stata fatta alle lavoratrici di Jin TV. Jin TV è un progetto televisivo condotto collettivamente da donne curde, arabe, turche e europee. La TV, che ha studi in Medio Oriente e nei Olanda, trasmette programmi settimanali, tra cui due su Jineolojî. Jin TV, come istituzione, non ha alcun collegamento diretto con lo sviluppo e la diffusione di Jineolojî. Come abbiamo affermato in precedenza, l’articolo manca di qualsiasi informazione che renda possibile la validazione dei suoi metodi (perché, dove, come e chi è stata intervistata). Pertanto il suo contenuto risulta sospetto sin dall’inizio.
  2. La nota 11 afferma che la nozione di “verità” del Movimento di Liberazione Curdo fa riferimento alla vita nella società neolitica. Si suggerisce quindi che il movimento creda che la verità possa essere rivelata solo attraverso scavi archeologici e studi storici. In realtà, la verità (hakikat) è uno degli argomenti più importanti alla cui concettualizzazione il Movimento di Liberazione Curdo ha dedicato molti anni e molto lavoro. Abdullah Öcalan elabora queste idee in molte delle sue opere, opere citate ma apparentemente non lette dalle autrici. In varie sezioni del libro Building Free Life: Dialogues with Abdullah Öcalan, ancora una volta citato dalle autrici, diversx accademicx discutono il concetto di verità del Movimento di Liberazione Curdo. Tuttavia, piuttosto che impegnarsi sinceramente con i concetti curdi di verità, le autrici hanno limitato la questione a una nota fuorviante.
  3. L’affermazione a pagina 12 secondo cui il Movimento delle Donne Curde ha fondato un centro Jineolojî a Diyarbakır che è stato poi chiuso dallo Stato turco non è corretta. Oltre alla Rivista di Jineolojî, lanciata nel 2016 a Diyarbakır (e che prosegue con le sue pubblicazioni), non esiste un’istituzione formale che operi sotto il nome di Jineolojî. Questo è un errore che avrebbe potuto essere evitato se le ricercatrici avessero colto l’opportunità di visitare l’ufficio a Diyarbakır della Rivista di Jineolojî nel loro periodo di ricerca sul campo (2015-2018) e parlare con le sue editrici. Questo ci porta alla conclusione che le autrici non hanno problemi a presentare informazioni al loro pubblico senza una necessaria verifica dei fatti.
  4. Alle pagine 22 e 23, sulla base delle loro ricerche preliminari e delle dichiarazioni delle loro interlocutrici, le autrici affermano che i curricula di Jineolojî in Medio Oriente e in Europa sono gli stessi. Quindi specificano gli argomenti in una nota a piè di pagina. Anche questo non è accurato. Sebbene i workshop e le formazioni di Jineolojî possano avere molti argomenti in comune, i curricula sono determinati in base alle specificità dei rispettivi paesi o città. Le ricercatrici non sembrano avere alcuna conoscenza dettagliata dei curricula, delle formazioni e dei seminari di Jineolojî che si svolgono a Diyarbakır, Mardin e in altri luoghi del Kurdistan.

Riguardo all’argomentazione dell’articolo:

  1. Le donne che sviluppano Jineolojî elaborano Jineolojî su base quotidiana, affinando così la sua scala e ampliandone la portata. Se coloro che sviluppano Jineolojî si astengono dal fissarla a una definizione esatta, ma piuttosto la descrivono come uno sforzo collettivo e continuo, perché le autrici ricorrono a un linguaggio che confina e disciplina la Jineolojî, facendo affermazioni autorevoli per conto proprio? Inoltre, sebbene il libro Introduzione a Jineolojî (Jineolojî’ye Giriş), così come tutte le fonti scritte e orali di Jineolojî, sottolineano ripetutamente che Jineolojî attinge dall’eredità delle lotte femminili globali e storiche, dei movimenti femministi, e della lotta di liberazione delle donne curde, perché l’articolo insiste nell’affermare che Jineolojî si rifiuta di riconoscere la lunga storia della lotta femminista?+
  2. Un altro approccio contraddittorio dell’articolo è dato dall’enfasi posta sulla standpoint theory (teoria del punto di vista), e dalla particolare attenzione rivolta alle idee di Patricia Hill Collins, quando poi l’atteggiamento assunto nel testo è totalmente opposto a questi lavori. Tali approcci sostengono che le donne sviluppano una conoscenza sui fenomeni sociali che è importante, fondata, e basata sulle loro particolari esperienze e territori. Eppure, sorprendentemente, le autrici mettono in discussione i modi di definirsi del Movimento delle Donne Curde.
  3. Agli occhi delle autrici, l’astensione, da parte delle donne e degli uomini che partecipano alla guerriglia del Movimento di Liberazione del Kurdistan, dai rapporti sessuali, mostra che, nonostante tutte le loro affermazioni, le donne curde rimangono oppresse e represse. In Occidente l’asessualità è accettata come un’identità queer, femministe rispettate come Adrienne Rich parlavano di “eterosessualità obbligatoria”, e femministe nere come Audre Lorde hanno aperto la strada all’idea di erotismo al di fuori della sessualità; perché invece la scelta politica del Movimento delle Donne del Kurdistan di optare per l’asessualità all’interno di condizioni patriarcali, così come la loro lotta per concettualizzare il significato filosofico dell’amore in relazione alle nozioni di libertà, natura, vita e umanità, sono viste, da Al-Ali e Käser, come forme di soppressione del desiderio? Ci si chiede, avrebbero potuto le autrici fare una simile affermazione a proposito di un contesto diverso dal Medio Oriente (dove sempre si presume che la sessualità sia repressa) senza che le/i redattrici/ori si accorgessero che questa forma d’argomentazione è lontana dalla solidarietà femminista, qualcosa a cui le autrici affermano di aspirare?
  4. L’affermazione, da parte del Movimento di Liberazione delle Donne del Kurdistan, secondo cui gran parte delle relazioni sessuali tra donne e uomini ha un carattere di stupro, è il prodotto di anni di esperienza, ricerca, discussione collettiva e teorie. Questa visione è semplificata come essenzialista dalle autrici, che affermano anche in modo distorto che Jineolojî definisce tutti gli uomini come stupratori. Per più di due decenni, il Movimento di Liberazione delle Donne del Kurdistan discute e sviluppa progetti per trasformare gli uomini e per sradicare le forme dominanti e violente di mascolinità. Se le ricercatrici avessero consultato la letteratura del movimento avrebbero notato che l’approccio alla mascolinità e alla sessualità non è essenzialista, ma fondamentalmente trasformativo.
  5. Tra le critiche che oggigiorno la letteratura femminista decoloniale rivolge alle femministe bianche, c’è il fatto che il femminismo occidentale detta la stessa identica concettualizzazione e pratica delle identità LGBTQI+ che esistono nei circoli progressisti in Occidente ovunque nel mondo, e svaluta tutti i movimenti radicali che aderiscono ad altre concettualizzazioni e pratiche. Ciò che viene spesso definito ‘pinkwashing’ – per rendere invisibili altre oppressioni – è un modo in cui le femministe bianche collaborano ancora una volta con il colonialismo e l’imperialismo: nessuno sviluppo autonomo di scuole di pensiero è possibile nel Sud del mondo senza il progressivo intervento dell’Occidente. Quest’articolo è un esempio di tale atteggiamento. D’altra parte, crediamo fermamente che le critiche fatte da parte delle identità e prospettive LGBTQI+ alla Jineolojî siano preziose e accogliamo positivamente il potenziale trasformativo che l’impegno con queste e altre critiche costruttive e sostanziali fornisce alla nostra praxis.

Conclusione:

È del massimo valore che le autrici dell’articolo desiderino sollevare critiche alla Jineolojî: fa parte ed è richiesto dalla solidarietà tra donne. Tuttavia, se consideriamo l’uso dei loro dati, le posizioni che adottano e il linguaggio e i metodi che impiegano, concludiamo che, piuttosto che criticare, il loro scopo è quello di paternalizzare e banalizzare il nostro lavoro, e di legittimare e diffondere il loro punto di vista attraverso questo articolo.

Abbiamo scritto questa lettera perché riteniamo che l’articolo porterà alla diffusione di giudizi errati sul nostro lavoro, che quindi è importante correggere. I punti di vista accademici, i suggerimenti e le critiche su Jineolojî sono molto importanti per noi. Tuttavia, riteniamo altrettanto importante che tali lavori si svolgano al di fuori della prospettiva egemonica dello scientismo positivista e degli sguardi orientalisti, in un modo che rafforzi la lotta di liberazione delle donne.

Crediamo che sia importante che la vostra rivista non offra spazio a tali atteggiamenti e che a noi, in quanto produttrici di conoscenza sulla Jineolojî, dovrebbe essere data l’opportunità di esprimere le nostre preoccupazioni e di auto-rappresentarci. In questo senso, vi chiediamo di pubblicare questa lettera nel vostro prossimo numero, come risposta a Al di là del femminismo, e speriamo che possiate offrirci la possibilità di contribuire con un articolo su Jineolojî in futuro sulla vostra rivista.

Auguriamo alle/gli editrici/ori della rivista tutto il meglio nel loro lavoro.

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