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Banksy anarchist

ANARCHIA: LE RAGIONI DI UN’IDEA

Coloro che sono nat* nell’ultima decade e mezza dello scorso millennio hanno vissuto tutta la propria esistenza in un periodo storico connotato dalla categoria di Crisi: crisi economica, crisi politica, crisi del lavoro, della sinistra, dell’informazione, dei valori tradizionali, delle speranze politiche.

Il primo anno paradigmatico è stato il 2001: prima c’è stato il G8, la morte di Carlo Giuliani, la retata nottetempo alla scuola Diaz, la deportazione dei manifestanti a Bolzaneto; poi, le Torri Gemelle e il fantasma del terrorismo, la sfiducia, il complottismo.

Quindi, il 2008 e l’esplosione globale della crisi economica, seguita specialmente negli ultimi anni dall’impellenza sempre maggiore di quella climatica e ambientale. Una crisi su tutti i livelli (e questo anche senza parlare della pandemia) e ciò che sembra mediamente chiaro a chiunque ci abbia ragionato su è che non disponiamo, allo stato attuale, di strumenti sociali, economici, energetici o politici adeguati a farvi fronte. Occorrono, ora più che mai, alternative pratiche ai modelli a cui siamo stat* abituat*.

In modo particolare, il G8 di Genova ha smascherato qualcosa che esisteva da sempre ed è sempre esistito, vale a dire la violenza arbitraria degli uomini in divisa, del braccio armato dei nostri governanti che dispone dei mezzi pratici e giuridici per compiere e insabbiare i peggiori crimini commessi nelle nostre società (tra le vittime oggi più tristemente celebri, Stefano Cucchi). Il 2001 <<ha cambiato le regole del gioco>> (Graeber, 2007); come dice spesso un amico, “a Genova non è morto solo un ragazzo, è morto anche qualcos’altro”. Nessuna manifestazione è più stata la stessa dopo e il movimento No Global si è quasi completamente disgregato. I popoli di oggi sono più che mai depotenziati nel loro agire politico, che si esprime solo ed esclusivamente nell’atto di recarsi alle urne quando necessario (e ormai neanche questo) e nel tentativo, nelle settimane immediatamente precedenti al voto, di informarsi su chi e come sta concorrendo alle elezioni, perché, cosa votano la madre, il padre, le proprie conoscenze, la persona che sicuramente ne sa di più, o, nel caso peggiore, su quale dei politici verte la propria simpatia e attrazione immediata.

La politica della nostra epoca non è politica, è uno show costruito sui sudari del passato. Per questo, tra le varie definizioni di crisi che possiamo trovare, ne esiste una particolarmente estesa e pervasiva: la crisi dello Stato-nazione come soggetto.

In conseguenza a ciò, l’urgenza è quella di esplorare alternative a questa formazione, che possano ri-umanizzare la dimensione politica del vivere insieme, del con-vivere. In questa sede, verrà esaminata l’alternativa più radicale e diretta alla conformazione statale classica, vale a dire l’anarchia. In particolare, lo scopo di questo articolo è esplorare gli argomenti teorici che fondano storicamente la prospettiva anarchica così da fornire innanzitutto un’introduzione e, quindi, un metodo organizzativo e decisionale di riferimento che possa illustrare le ragioni per le quali questa alternativa può essere legittima, non utopica.

L’anarchismo è la dottrina politica che auspica la fine dello Stato e di ogni forma di governo istituzionale in favore di un’organizzazione autoregolata delle società umane priva di organi coercitivi di controllo sulla popolazione. Tradotta nella pratica, questa posizione ambisce allo smantellamento del centralismo politico e delle istituzioni governative (parlamenti, camere, sistema elettorale di rappresentanza, monarchi laddove persistano, ecc), all’abolizione di tutti i corpi armati (esercito, polizia, guardia civile, ecc), degli organi burocratici, delle banche, dei tribunali professionali, del sistema carcerario, delle religioni politiche, della proprietà privata; in una parola: del potere.

Breve nota terminologica: la dottrina politica nella sua formazione filosofica prende il nome di “anarchismo” (esattamente come illuminismo, socialismo e via dicendo), mentre il tipo di conformazione sociale e stile di vita che promuove è l’“anarchia”. L’anarchia di ispirazione socialista, quindi, che fa dell’abolizione della proprietà privata un punto di partenza necessario (in questa sede non verranno affrontate le prospettive anarco-individualiste o ancap), è un tipo di società fondata innanzitutto su tre princìpi: libertà, uguaglianza e collaborazione.

Chi si riconoscono in questa prospettiva non si dice “anarchista”, bensì “anarchica” o “anarchico”, a sottolineare l’aspetto profondamente pratico di questa posizione, che si presenta come stile di vita connotato dalla libera autodeterminazione e non propriamente come forma di governo, poiché ne reclama l’abolizione.

Ecco perché in italiano l’aggettivo “libertario” ha assunto nella maggior parte dei contesti il sinonimo di “anarchico”, perché questo tipo di pensiero politico richiama direttamente un modo di vivere all’insegna della libertà e della rottura critica con gli schemi dominanti, da cui deriva anche il successo dell’anarchia nella musica e nei movimenti punk, o in alcune frange del movimento No Global, o ancora in alcuni sistemi educativi vicini a quello steineriano. Tendenzialmente, l’uso di “anarchico” o “libertario” dipende dall’accento che si intende dare al discorso, se più strettamente politico, o performativo-educativo. In questo ambito la connotazione è la prima, perché si indagherà il principio sociopolitico su cui si instaura la corrente di pensiero.

La tesi anarchica è che qualsiasi tipologia di governo esistente, esistita e possibile si fondi sul principio di autorità, ossia sulla legittima disposizione della forza sociale declinata nelle forme della coazione fisica, dell’egemonia culturale e del potere economico. Si dice “legittima” poiché fa parte della definizione stessa di governo (a prescindere dalla forma costituzionale e dalle modalità d’instaurazione, che siano legali – costituzionali – o meno – colpo di stato -) che esso si qualifichi come detentore della forza, poiché le esigenze per le quali si ritiene necessaria l’esistenza di un’autorità politica, quale che sia, sono il mantenimento dell’ordine sociale e la garanzia della sicurezza individuale e collettiva. Governo è, in ultima istanza, controllo autoritario di una società per mezzo della forza allo scopo di mantenere l’ordine costituito e la sicurezza dei suoi componenti. Ogni governo di fatto deve la sua istituzione a questo assunto preliminare riguardo la sua necessità, in funzione di ciò che si suppone che sia.

La filosofia politica statalista (quella che fonda per principio i nostri sistemi di governo vigenti e che nasce nella sua forma moderna intorno al secolo XIV, in particolare con Machiavelli e Hobbes) riconosce l’esigenza inalienabile di una forma di supervisione autoritaria della collettività che, di per sé, non sarebbe in grado di mantenere l’ordine sociale superando le divergenze di interessi individuali. Così, la categoria universale di Governo diventa depositaria della virtù di agire per il bene comune, sublimando una facoltà reale e umana, propria di qualsiasi collettività consapevole, in un concetto metafisico antecedente ad ogni concretizzazione storica.

A questa visione trascendente del governo in senso astratto, gli anarchici e le anarchiche oppongono una visione empirica di ciò che governo significa, ossia niente di più che l’insieme dei governanti (nell’ambito di un discorso, si badi bene, ancora teorico). Non esiste nessuna idea di governo, esistono esclusivamente i governi, vale a dire governanti e governat* all’interno di uno specifico territorio in una precisa epoca storica, uomini (maschile consapevole) che esercitano un controllo reale sulla politica, l’economia e la cultura di una società.

L’egemonia è insita nella categoria di governo perché è garantita dalla delegazione di poteri che l’insieme dei cittadini e delle cittadine effettua nei confronti dei suoi rappresentanti, secondo un criterio fiduciario che trova le sue ragioni nel concetto astratto e che non può essere scardinato dall’esperienza, che resiste a ogni dimostrazione di dispotismo, inutilità e mancato adempimento delle aspettative dei governi effettivi. Qualsiasi forma di controllo autoritario poggia sull’idea che il conflitto di interessi tra singoli non sia mitigabile al di fuori dell’obbligazione, che significa, in ultima istanza, che una classe limitata di individui dispone dei mezzi per far valere le posizioni di una parte a scapito delle altre. Il governo (o lo Stato) in sé non esiste, esistono esclusivamente uomini al potere, con tutto ciò che questo comporta; se ci si rifiuta di riconoscere le virtù politiche alla maggioranza della popolazione, non vi è alcuna ragione di stabilire che solo una determinata classe invece le possegga, e quanto più inclusivo è il criterio di scelta dei rappresentanti, tanto più il paradosso mostra la sua fragilità.

Un modello di società autogestita è l’alternativa anarchica al modello statale, che consentirebbe di eliminare la disparità gerarchica tra governanti e governat* e che rappresenta la sola maniera reale di mantenere l’ordine al di fuori del controllo autoritario, che è sempre volto a perpetrare gli interessi della classe dominante poiché si identifica con essa in virtù dell’autorità. In questo senso, accade spesso che i pensatori anarchici stabiliscano una relazione sinonimica tra “anarchia” (dal greco, “assenza di governo”) e “democrazia” (dal greco, “forza del popolo”); in effetti, la storia dei due termini è strettamente intrecciata: nel mondo classico nel quale sono stati coniati, entrambi erano utilizzati in maniera dispregiativa per descrivere situazioni sociali prive di capi e caratterizzate dalla centralità delle masse popolari, la prima connotata principalmente dal caos, la seconda dall’ignoranza.

Chiamando “democrazia” quella ateniese, Pericle (Tucidide) utilizzava il termine in maniera intenzionalmente provocatoria definendo con esso un’organizzazione assembleare della politica cittadina, un modello non solo funzionante, ma all’apice del suo successo imperialista. Il tipo di organizzazione che hanno in mente gli anarchici contemporanei è molto più simile, dal punto di vista delle pratiche decisionali, alla democrazia ateniese di quanto non lo siano le cosiddette “democrazie occidentali”, vale a dire: Stati-nazione su base territoriale, caratterizzati da organi di governo centralizzati costituiti da rappresentanti, insediati tramite suffragio secondo criteri di maggioranza (più o meno sofisticati e inclusivi, generalmente suddivisi in sistemi maggioritari e proporzionali). L’indicazione metodologica relativa ai processi decisionali suggerita dall’approccio anarchico è precisamente quella assembleare, quella che nei manuali di filosofia politica figura sotto la dicitura di “democrazia diretta”: ogni decisione viene rimessa alle assemblee pubbliche a libera partecipazione che procedono non secondo maggioranza, ma secondo unanimità, ossia mettendo in atto strumenti di dialogo volti alla ricerca del consenso, nel rispetto del principio per cui “nessun* può imporre nulla a nessun*”.

Questo tipo di processo funziona quando coloro che ne fanno parte (ossia, innanzitutto, coloro che sono direttamente coinvolt* negli effetti delle decisioni prese, e quindi, da chiunque scelga di parteciparvi) concordano su una serie di princìpi di base (ad esempio inclusione, libera espressione, orizzontalità…) che non vengono più discussi in termini ideologici né messi in questione quotidianamente, in modo tale che i momenti decisionali possano vertere su questioni di ordine pratico per le quali non esistono categorie universali di “giusto” o “sbagliato”, ma piuttosto giudizi circostanziati relativi all’efficienza o alla praticità delle alternative.

Per questo motivo, le assemblee anarchiche verrebbero a costituirsi sulla scia di quelli che vengono definiti “gruppi di affinità”: gruppi di persone legate da concreti interessi comuni e le cui esistenze sono necessariamente intrecciate nel vivere quotidiano (per esempio assemblee condominiali, assemblee di quartiere, assemblee trasversali legate a collettivi di appartenenza, ecc). La comunicazione delle decisioni prese alle altre assemblee avverrebbe tramite delegazione temporanea, e non mandato di rappresentanza, di portavoce con incarico circostanziato e scelt* unanimemente utilizzando gli strumenti democratici disponibili (alcuni metodi possono essere il sorteggio, l’unanimità nel riconoscere in uno specifico contesto l’abilità di un individuo particolarmente adatto a riferire con precisione un determinato messaggio, solo in ultimissima istanza attraverso il voto di maggioranza).

Un modello di questo genere è molto familiare a tutt* coloro che hanno frequentato collettivi, assemblee cittadine, assemblee studentesche, alcune assemblee condominiali nell’ambito di esperienze di cohousing o ancora talvolta quelle scolastiche. Ciò che ne ostacola il successo nel dibattito politico ufficiale è la permanenza dell’idea metafisica di governo, che, esattamente come Dio, svolge una funzione regolativa e consolatoria in virtù della fede umana, cieca all’esperienza, con l’unica conseguenza di de-responsabilizzare il corpo sociale e occultare la natura inequivocabilmente dispotica del potere delegato.

Esistono principalmente due ordini di obiezione teorica all’anarchia: il primo tipo riguarda le premesse, vale a dire la convinzione nell’affermare la capacità di autoregolazione dei nuclei sociali; il secondo tipo riguarda la fattibilità, ossia le concrete possibilità di affermazione di un modello anarchico. L’obiezione del primo tipo può essere formulata come segue: non è realistico pensare che le persone siano effettivamente capaci di organizzarsi autonomamente senza distruggersi a vicenda, gli esseri umani “non sono abbastanza buoni” (responsabili, saggi, razionali) per mettere in atto un modello di questo genere. La seconda suona così: anche posto che ne siano capaci, è impensabile un’organizzazione di questo tipo su larga scala, ossia su porzioni territoriali dell’estensione degli Stati-nazione odierni, si tratta di pura utopia.

Alla prima questione si può rispondere con una constatazione: nessun sistema politico nella storia globale dell’umanità ha funzionato esattamente secondo le proprie direttive, né mai è stato utile a eliminare questa presunta natura malvagia degli esseri umani, semmai i governi sono stati più o meno abili nel contenerla (o nasconderla). Ora, l’anarchia non è una condizione di monadismo individuale dove ciascuno fa quello che vuole, è un pensiero concreto che parte da ciò che abbiamo: città, comuni, condominii, autostrade, industrie, tecnologie, social network, trasporti internazionali.

Nulla di tutto ciò sparirebbe per magia in una condizione di “anarchia realizzata”, molti di questi spazi sarebbero tenuti in vita attivamente da coloro che li abitano o che ci lavorano. Il controllo coercitivo esercitato dai governi sarebbe sostituito dall’esercizio collettivo della pratica politica in tutte le sue componenti, quindi anche nella discussione e stesura comune delle regole di convivenza. Non siamo abbastanza buoni per l’anarchia ora (forse), ma sarebbe proprio l’anarchia come pratica a renderci adatti ad essa, attraverso la partecipazione e la responsabilizzazione prodotte dalla democrazia diretta, nell’ambito della quale ciascuna persona potrebbe verificare immediatamente la propria concreta rilevanza. In altre parole, se siamo o no “pronti” a essere liberi è irrilevante, perché in ogni caso è meglio esserlo tutte quante che solamente una parte, la quale, per questa ragione, ha il potere di fare danni assai maggiori e ben più estesi dei piccoli criminali o di occasionali serial killer, che ugualmente nessun governo è stato mai in grado di eliminare.

Per quanto riguarda i dubbi sull’estensione territoriale, un modello anarchico assembleare riporterebbe immediatamente la politica entro le distanze umanamente agibili (e in ogni caso supportate dall’internet), costituendo unità assembleari su basi di inerenza e costituite su vari livelli di estensione. Esistono svariate correnti all’interno dell’anarchismo che si differenziano sul tipo di modello democratico che ritengono preferibile, non verranno prese in esame qui; nei termini di distanze nazionali a cui questo tipo di obiezione fa riferimento, la maggior parte dei teorici anarchici approda a modelli federativi su base regionale: unioni politiche decentralizzate stabilite tra regioni autonome, democratiche e autogovernate secondo sistemi assembleari articolati e capillari, in modo tale da restituire alla vita politica una dimensione umana e comune (l’utopia ultima spesso legata a quest’idea è una federazione di tutti i paesi del pianeta, il cosmopolitismo realizzato in un’unica società umana globale). All’obiezione sulla lentezza decisionale dovuta alla complessità di relazioni politiche pubbliche e dirette si risponde schiettamente con l’invito a domandarsi quanto rapido o snello sia invece un qualsiasi procedimento burocratico, anche per questioni di assoluta banalità.

BIBLIOGRAFIA

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Kropotkin P., Siamo abbastanza buoni?, pubblicato in “Freedom”, vol. 2, n. 21, giugno 1888, in Varengo S., Pagine anarchiche. Pëtr Kropotkin e il mensile “Freedom” (1886 – 1914), Biblion Edizioni srl, Milano, 2015.

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|nota redazionale _ l’uso degli asterischi e il tentativo di neutralizzare il sessismo del linguaggio non è sempre riuscito completamente, è stato necessario talvolta scendere a compromessi per favorire la fluidità del discorso; tuttavia, si è ugualmente tentato di rispettare la neutralità quanto più possibile (la dicitura “pensatori anarchici” non implica che essi siano solamente uomini, ma si riferisce agli autori in bibliografia, in questo caso tutti uomini). Si tiene a precisare che il problema non è degli asterischi, ma delle strutture su cui è costruita la lingua. |

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