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Decolonializzare la crisi ecologica a Taranto: colonialità, patriarcato, ecologia-mondo( parte seconda)

Puoi leggere la prima parte qui

Quartiere Tamburi: ecologia, spazio, potere


In continuità con l’analisi posta in enfasi sulle radici strutturali del ricatto salute-lavoro ambiente in Taranto il suddetto contributo vuole evidenziare le contraddizioni prodotte dal rapporto tensivo che vede la città tra “zona di sacrificio” e margine di nuovi mondi. Il metodo decoloniale si pone come obbiettivo quello di ri-politicizzare le soggettività coinvolte nella ricerca e in questo caso quelle della comunità tarantina, ponendo la necessità di una costruzione generale di un sapere decolonizzato. Da ciò nasce l’esigenza di proporre una soluzione differente alle domande sulla natura del potere , che diventa inscindibile da una riflessione sia sul sapere che dalla critica dell’economia( ecologia) politica del nuovo spazio globale.1

Nel quadro dell’ecologia-politica si vuole analizzare il dominio capitalista sulle relazioni socio-ambientali con oggetto di studio specifico il quartiere Tamburi di Taranto. La caratteristica predominante di questa periferia è come il suo spazio quotidiano sia colonizzato dalla presenza dell’amplesso industriale pesante: lo stabilimento siderurgico Acciaie d’Italia (Ex Ilva) e la raffineria Eni. Di fatto l’occupazione architettonica e spaziale di questi due siti di produzione non solo rappresentano un’appropriazione del capitale sulle nature( Forza-lavoro, cibo, energia, materia prima)2, ma soprattutto hanno prodotto uno specifico ambiente attraverso il quale una comunità riproduce la sua esistenza.

Il conflitto socio-ambientale che ne deriva racconta di un territorio che ha una storia sociale e politica che vede i quartieri come margini di resistenza ma al contempo al centro di importanti trasformazioni strutturali. Luoghi dove l’ingiustizia ambientale si interseca con quella sociale e spaziale. Luoghi di resistenze che, nel corso dei decenni, hanno visto comunità sperimentare forme alternative dell’abitare e del vivere il proprio territorio. Rispetto a quest’ultimo punto ne discuterò successivamente, dove proverò ad analizzare cosa può rappresentare il diritto alla “Taranto Post-Ilva”.

Un concetto fondamentale analizzato nel quadro dell’ecologia-politica è quello di giustizia ambientale che nasce dalle lotte contro la distribuzione diseguale dei costi ambientali, sistematicamente scaricati su corpi scartabili ( razzializzati, sessualizzati, migranti) e che producono “aree di sacrificio”, dove se l’ambiente è un bene comune, tuttavia l’inquinamento non è uguale per tutti/e. Dalla degradazione degli ecosistemi e del patrimonio-storico alla mercificazione delle risorse alimentari, idriche ed energetiche, dai flussi migratori causati dall’inquinamento e dai cambiamenti climatici fino all’urbanizzazione selvaggia e alle guerre per accaparrarsi zone strategiche per la sopravvivenza e il sostentamento dei paesi più sviluppati: conflitti ambientali emergono sempre più numerosi e mettono in questione il paradigma antropocentrico e meccanicistico prevalente.3

La crisi socio-ambientale che si manifesta nello spazio quotidiano del quartiere Tamburi riverberandosi su tutta la città, mostra la natura metabolica dello spazio urbano, la rilevanza della materia prima(acciaio) che caratterizza la circolarità dei flussi fisico-biologici e storico-sociali, nella produzione di questo quartiere. Inoltre, osservare gli effetti e le contraddizioni prodotte dalla crisi ecologica in atto in questo quartiere permette di comprendere come si spazializza il ricatto salute-lavoro-ambiente cioè come esso sia un meccanismo di potere fondamentale per governare i corpi sociali all’interno di questo quartiere.

Vivere in un territorio dove determinate soggettività che lo abitano subiscono una continua depoliticizzazione e precarizzazione della propria esistenza rende, fin dalla nascita l’esperienza vissuta, un’esperienza politica e di conseguenza anche gli spazi attraverso il quale si determinano queste esperienze.

Il concetto di depoliticizzazione permette di esplicare due processi distinti ma complementari:
1) Una produzione del corpo del discorso nello spazio pubblico che naturalizza l’esclusione dei soggetti considerati marginali, quello che viene definito take for granted cioè “il dato per scontato “che ne consegue una sua normalizzazione4;
2) l’interiorizzazione e la normalizzazione delle “zone di sacrificio”.
Rispetto al primo punto la geografa lesbica queer Rachele Borghi, afferma:
Il sistema di pensiero tassonomico, ovvero l’ansia di classificazione con cui la ragione cartografica occidentale ha forgiato il nostro modo di pensare, ci ha fatto credere che sia normale considerare il mondo come un puzzle in cui ogni tassello debba essere collocato in un solo e unico posto. Classificando luoghi ma anche attitudini, comportamenti, azioni, parole si può dare un ordine al mondo e, di conseguenza, collocarsi al suo interno.”5

Rachele Borghi

All’interno di questo ragionamento, Borghi fa emergere la necessità di ri-politicizzazione del rapporto corpo-territorio nei termini di rifiuto del pensiero cartesiano occidentale fondato su binomi quali cultura/natura, identità/differenza, uomo/donna dove al primo termine è concesso il privilegio di definire ciò che è e di relegare all’altro tutto ciò che non è.

Rispetto al secondo processo di depoliticizzazione, il quartiere Tamburi diviene una “zona di sacrificio” che ci racconta dei Wind Days, scuole contaminate, mortalità infantile, migrazione e povertà opprimente all’interno di un paesaggio performato e riconfigurato dalla devastazione prodotta dal capitale sul vivente. Per comprendere come la crisi ecologica in atto determina i processi di soggettivazione e le pratiche spaziali di questa comunità può essere utile riflettere sull’ordinanza comunale che viene definita “Wind Day”:


Il Wind Day tradotto «giorno di vento» fa riferimento ad eventi meteorologici nei quali la velocità del vento supera determinati limiti e prende particolari direzioni. In queste condizioni il vento soffiando dall’area industriale disperde in alcuni quartieri della città (Tamburi e Paolo VI) inquinanti di origine industriale, in particolare PM10 e il benzo (a)pirene.
La dispersione di questi inquinanti determina l’aumento del rischio a carico della salute dei cittadini/e di Taranto, in particolare per le persone che risiedono a ridosso dell’area industriale.
In questi casi a titolo di massima precauzione nelle zone adiacenti all’area industriale le persone dovranno osservare determinati comportamenti tra cui quello di chiudere le finestre delle case ed edifici pubblici.”
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Ciò che risulta necessario evidenziare di questo provvedimento giuridico è il suo duplice processo contradditorio attraverso il quale la comunità viene disciplinata e al contempo viene normalizzato e istituzionalizzato tutto ciò. La prima contraddizione rende evidente ulteriormente il concetto di “zona sacrificio” infatti gli apparati istituzionali pur facendo passare la suddetta ordinanza come forma di tutela e di prevenzione, in realtà nasconde la banalità del male: si può chiudere una comunità in casa ma non la fabbrica. Il potere, in questi termini, si esplicita nella sua arte di normalizzare e giustificare la violenza in atto. Si tratta di quella <<soglia di modernità biologica>> cui va incontro una società nella propria conservazione e riproduzione: la razionalità economica, intesa come tecnica di governo fondata sul calcolo dell’utile e sulla massimizzazione del profitto, diventa principio regolatore di ogni aspetto della vita della popolazione7.

Harvey suggerisce che il capitale risolve i suoi problemi ecologici “spostandoli” non solo su scala globale, ma anche all’interno di aree geografiche nazionali attraverso processi di colonizzazione interna, mediante i quali il capitalismo crea “zone di sacrificio”, ovvero aree economiche marginali in cui i corpi vengono colonizzati ed espropriati delle loro risorse e ricchezze.8
Ciò che emerge è una sovrapposizione delle contraddizioni prodotte dalla crisi ecologica: in un periodo caratterizzato dal contesto pandemico attuale, dove i protocolli sanitari raccomandano di tenere aperte le finestre per arieggiare gli spazi chiusi, nel Quartiere Tamburi, quale scelta preventiva deve prevalere, durante i Wind Days? Difendersi dal vento o dal virus?

Ciò che si cela dietro a queste contraddizioni, è un modo specifico di far prevalere il regime ecologico sulla vita e natura del vivente che abita il contesto tarantino.
Il processo di devastazione ecologica nel suddetto quartiere può essere ricondotto all’analisi ecosofica di Felix Guattari all’interno de “Le Tre ecologie”. Questa riflessione a cavallo degli anni Ottanta e Novanta concerne la messa in discussione del modo «in cui si vive su questo pianeta, nel contesto dell’accelerazione dei mutamenti tecnico-scientifici e del considerevole incremento demografico». Si tratta, scrive Guattari, di mettere a fuoco «i problemi del razzismo, del fallocentrismo, dei disastri tramandati da un’urbanistica che si pretendeva moderna producendo processi di soggettivazione, nel quotidiano e nel sociale interconnesse a pratiche di assoggettamento e dominio del capitale che passano attraverso i processi di devastazione ambientale.

Felix Guattari

Per Guattari, le tre ecologie sono strettamente interconnesse e riguardano quella “classica”, cioè il rapporto tra natura-ambiente, quella politica, che mette in questione i fondamenti strutturali delle società nelle quali si manifesta la crisi ambientale; queste due le interconnette a quella che definisce “ecologia mentale”, che ha a che fare con la situazione di finitezza esistenziale dei soggetti sovradeterminati dai flussi di disoccupazione, marginalità oppressiva, solitudine, angoscia, nevrosi conseguenti al continuo sviluppo del lavoro meccanizzato e alla rivoluzione informatica9, cioè il problema su come viene prodotta la soggettività nelle sue forme eterogenee di esposizione alla tossicità ecologica.. Non solo, riflettere sull’ecologia mentale, permette di mostrare come la precarietà esistenziale sia dovuta alla continua riconfigurazione delle forme di sfruttamento e di dominio che il capitale si avvale all’interno dei vari contesti ecologici. Il quartiere tamburi diviene uno spazio dove l’apparato giuridico-istituzionale si esplicita normalizzando la violenza in atto.

Il diritto alla Taranto Post-Ilva: tra il nulla che avanza e margine di nuovi mondi


Taranto è una città fatta di tante e diverse città, talvolta distanti e indifferenti, con storie antiche e contemporanee che ne fanno uno straordinario luogo culturale con una stratigrafia a cielo aperto di storie millenarie e laboratorio vivo delle trasformazioni del mondo contemporaneo.”10

Taranto, oggi, è al centro di ipotetiche e possibili nuove riconfigurazioni strutturali che porterebbero ad una nuova ri-articolazione e affermazione della governance ambientale che vede questo territorio come una nuova possibilità e risorsa da sfruttare. A partire dai tentativi di gentrificazione del quartiere Borgo Antico interconnessi con l’inizio del turismo crocieristico, quindi un ulteriore nuova forma di devastazione ecologica, fino ad arrivare ad un nuovo ipotetico e possibile passaggio di proprietà dello stabilimento siderurgico, ciò che risulta centrale è il possibile e nuovo processo di ristrutturazione che influenzerà non solo la spazialità in termini urbanistici, ma intesa come accesso al diritto alla città e alla vita. Ciò che è in atto è quello che Luigi Pellizzoni(2011) definisce expertise come strategia di depoliticizzazione delle politiche ambientali che naturalizzano le visioni di queste strategie politiche. L’obbiettivo di questa strategia è quella di promuovere una narrazione che viene evidenziata e costruita attraverso la naturalità del provvedimento, intesa come l’unica possibilità adeguata e giusta nella promozione di politiche di governance dell’ambiente.

Se da un lato vi si pongono nuovi scenari speculativi ed esclusivi dall’altro, vi può essere un’opportunità per rivendicare un diritto alla “Taranto Post-Ilva” inteso nella sua capacità di rompere con questo modello di organizzazione socio-spaziale colonizzante e precarizzante per una riappropriazione del rapporto tra corpo-territorio.

Per avvalorare la forza materiale e simbolica che rappresenta questo quartiere descriverò due momenti vissuti direttamente e che hanno costituito delle tappe importanti rispetto alla costruzione di un processo assembleare che poneva il superamento del ricatto-salute-lavoro ambiente a partire dalla necessità di decidere sui propri corpi e sul proprio territorio. Questi momenti risalgono specificamente al corteo nazionale 4 Maggio 2019 “Per la chiusura di tutte le fonti inquinanti e contro le grandi opere” che ha avuto come principale obbiettivo di attraversare collettivamente le strade del quartiere adiacenti allo stabilimento siderurgico, sotto un incessante pioggia che armonizzava con il contesto sociale determinato dalla rabbia collettiva espressa dalle soggettività presenti al corteo. Questo evento assunse una connotazione duplice: da un lato di dare tangibilità a chiunque partecipò di vedere, sentire e toccare la violenza materiale che esercita e riproduce la crisi ecologica assieme sulla comunità e dall’altro come questo margine per chi lo abita rappresenta uno spazio vissuto: (re)esistere, nonostante tutto, evidenziando come nella nostra terra, la morte non è un processo biologico naturale ma è determinata da una logica di potere e di accumulazione capitalista che la normalizza come strumento di disciplinamento e di gerarchizzazione sociale dei corpi. Riprendendo le parole della scrittrice femminista Gloria Anzaldùa:

La lotta è sempre stata interiore e si svolge nei terreni esteriori. Niente accade nel mondo “reale” se prima non accade nelle immagini all’interno della nostra mente.”11

Rispetto a questo evento, la novità che si evinse rispetto ai conflitti e le mobilitazioni precedenti, fu il riconoscimento che i corpi sono strumento e campo politico da sperimentare e reinventare, cioè la convinzione che la rivendicazione della decisionalità di controllo sul proprio corpo non può slegarsi dalla rivendicazione della decisionalità sui nostri territori.12

Il secondo evento risale, invece, nel Luglio 2019 in continuità con il percorso assembleare, attraverso il quale le due scuole del quartiere Tamburi “Deledda” “Vico-De Carolis” divennero luogo centrale sia di ulteriore manifestazione della crisi ecologica ma al contempo anche di conflitto socio-ambientale13.

Durante quei giorni, tra abitanti del quartiere, studentə, fuorisede, madri in lotta, operai/e, bambinə si svilupparono pratiche solidali e collettive, dove l’assenza del conoscersi fu sostituita dalla volontà di riconoscersi nelle esperienze di sofferenza e di rabbia. Inoltre per evidenziare come il rapporto dinamico con la crisi ecologica sia in continua riconfigurazione, durante i giorni di occupazione, un ragazzo vicino alle lotte del proprio quartiere e alle occupazioni, perse la vita durante il tragitto mentre andava a “lavorare” presso lo stabilimento siderurgico. Questo evento scaturì un contrasto di emozioni che rendevano palese cosa avesse determinato quel principio di esclusione del quartiere: il privilegio di chi riesce a vivere a discapito di chi viene espropriato di ogni strumento per la ricerca di quello che può essere un desiderio comune e collettivo: un mondo migliore, inteso come spazio fisico e vissuto dove la libertà di essere, vivere, coabitare è sostanziale e materiale.

Le occupazioni, pertanto, non furono solo occasione di conflitto rispetto alla violenza istituzionale che si stava manifestando in quei giorni, ma furono per moltə di noi, il luogo di rielaborazione e di collettivizzazione di ciò che quell’industria ha prodotto in termini di traumi sociali, psicologici e fisici. La compressione spazio-temporale degli eventi, durante quelle giornate di mobilitazione e occupazione videro da un lato il potere esercitato sulle nostre esperienze vissute e dall’altro la necessità di sperimentare, nella bellezza della loro spontaneità, forme di tutela collettiva. La teorizzazione dello spazio di bell hooks diviene un possibile strumento interpretativo del quartiere Tamburi. Sperimentazioni di luoghi dove poter “immaginare possibili futuri”, “dove poter vivere in maniera diversa” dove nuovi e possibili “viaggi teorici” si connettono ad un processo di auto-guarigione e di liberazione collettiva. Riprendendo le sue parole, bell hooks afferma che “la teoria non appartiene a qualche addetta/o ai lavori e non è deputata a un luogo specifico, ma è qualcosa che chiunque può esercitare senza necessariamente conoscerne o possederne il nome. Questa teoria parla a diversi tipi di pubblico; attraversa confini; trasforma le coscienze; funge da catalizzatore per il cambiamento sociale.”14

L’occupazione diviene luogo e pratica che riflette i rapporti tra i contenuti dei diritti, la natura dei soggetti che li rivendicano e le forme assunte dal conflitto per ottenerli, dove questi luoghi divengono testi scritti e da scrivere. La spontaneità e la natura politica dell’ambiente che è stato riprodotto durante l’occupazione richiama fortemente il concetto di eterotopia di Lefebvre. Lui delinea degli spazi di possibilità liminali dove “qualcosa di diverso” non è solo possibile ma necessario per definire delle traiettorie rivoluzionarie. Queste traiettorie nascono da ciò che le persone fanno, sentono, percepiscono e riescono ad articolare quando sono alla ricerca di un senso nella loro vita quotidiana.

Per Lefebvre il confluire spontaneo in un momento di “irruzione”, quando gruppi eterotopici disparati vedono improvvisamente, anche solo per un attimo, la possibilità di un’azione collettiva che trasformi l’esistente le pratiche spaziali che, nella loro dinamicità e rinegoziazione, pongono in tensione i rapporti di privilegio e di dominio che si impongono sul paesaggio fisico della città.
A partire da queste considerazioni, il diritto alla Taranto Post-Ilva può assumere significati diversi in base a chi lo produrrà e quali ipotetici conflitti e trasformazioni si genereranno. L’accesso alla città inteso come l’opportunità di esistere e rivendicare il proprio spazio di rappresentazione ed espressione diviene una delle tante possibili sfide che la comunità tarantina dovrà porre al centro della sua quotidianità per contrastare quello che può essere un ennesimo tentativo di espropriare il suddetto diritto.

Non solo, ritessere quel legame che riconosce l’influenza reciproca tra corpo-territorio, potrebbe produrre un nuovo rapporto di significazione con le nature intese nella necessità di nuovi metabolismi urbani e nuovi modi di abitare. Decolonializzare la crisi ecologica si pone come tentativo non solo di riconoscere i meccanismi di potere, privilegio e di classe attraverso il quale performano gli spazi sia nella loro accezione simbolica che materiale ma soprattutto è un tentativo di riscrivere la storia partendo dai quei corpi sociali resi subalterni che sono stati storicamente oppressi ed esclusi.


Per questo motivo, affianco alla prospettiva di un superamento di un modello egemonico coloniale, bisogna anche pensare alle prospettive di decolonializzazione dell’essere, ovvero decolonializzarsi significa rigettare i rapporti di dominazione, di sottomissione e di dipendenza15 che colonizzano i territori delle nostre menti e dei nostri habitat attraverso nuove forme di pensiero e pratiche che interrogano noi occidentali rispetto ai modi di essere ed abitare il pianeta. Ripensare mondi viventi alternativi migliori, dove nessun tipo di confine e nessuna violenza strutturale lederà il diritto pluriversale16 di esistere.


1 A.Dal Gobbo, M.Benegiamo, S.Torre, il pensiero decoloniale: dalle radici del dibattito ad una proposta di metodo, ACME ( An International Journal for Critical Geographies),2020, pp.449-453

2 J W. Moore, Antropocene o Capitalocene, Verona, Ombre Corte, 2017, p.39-40

3 EPP – Giornata di studio e confronto 2018 • Ecologie Politiche del Presente, visto il 02/02/2021

4 R.Borghi, Decolonialità e Privilegio: pratiche femministe e critica al sistema-mondo, Meltemi, Milano,2020, p.45

5 Ibidem, p.43

6 Cos’è il wind day – pugliasalute (sanita.puglia.it)

7 M.Foucault, Bisogna difendere la società, Milano,Feltrinelli,2009,p.208

8 D.Harvey, The enigma of Capital and the Crisis this time, in Reading Marx’s Capital with David Harvey, consultato il 05/02/2021. Disponibile su: http://davidharvey,2010

9 Félix Guattari: “Che cos’è l’ecosofia?” – EuroNomade

10 OCSE, ACTORS ITALIA: Rapporto sulla città di Taranto e il Museo Nazionale Archeologico di Taranto, Trento, 2016

11 G.Anzaldùa, Terre di Confine. La frontera, Palomar, Bari, 2000

12 Per approfondire ulteriormente: Decidere sui territori, decidere sui corpi. Un contributo da Taranto (infoaut.org)

13 Per leggere la prima parte su questo evento: Decolonizzare la crisi ecologica a Taranto: colonialismo, patriarcato, ecologia-mondo (prima parte) – Intersezionale

14 b.hooks, M. Nadotti, Elogio del Margine/Scrivere al buio, Tamu Edizioni, Napoli, 2020, p.128

15 R.Borghi, Decolonialità e Privilegio, Meltemi, Milano, 2020,p.37

16 Pluriversalismo: concetto che tenta di superare l’opposizione tra relativismo e universalismo. Il pluriversalismo cerca di pensare ad un universale che ammetta l’esistenza della pluralità ed è strettamente interconnesso al concetto di sapere transfrontaliero e transmodernità.( Rachele Borghi, Decolonialità e Privilegio, p.92)

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