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Racconto: Fibre ottiche

L’autore consiglia di leggere ascoltando: Frank Ocean “Ivy”. Blonde. Boys Don’t Cry, 2016.

di Vincenzo Grasso

L’intero archivio della mia vita dichiara che abbiamo trascorso molto tempo insieme.

I dati raccolti sul mio cellulare stimano megabite di chat, giorni di chiamate. In galleria ho trovato foto di noi due in vacanza al mare: tu uno slip di viscosa rosso, io invece uno a mutandina con motivi arabescati. Su Spotify abbiamo una playlist condivisa che ognuno di noi aggiornava con delle canzoni l’uno per l’altro: una colonna sonora prolungata delle nostre notti lunghe anni. Sul mio blog personale ho collezionato circa un centinaio di post riguardanti la nostra relazione. Da un certo momento in poi c’è una rottura, una fuga di dati: dagli autoscatti insieme soffocati dalle piume d’oca del piumone ai selfie da solo di fronte allo specchio, in ascensore, prima di uscire.

Se guardo dentro all’hard-disk posso affermare che non stiamo più insieme e la cosa mi provoca un certo dolore. È la mancanza di dati che mi disturba. Avrei voluto produrre altre memorie per testimoniare almeno in modo fittizio una vita che mi appartiene ancora.

Esiste un mondo possibile dove io e te siamo come dentro a quello scatto al mare. Non siamo più cresciuti. Abbiamo imparato a disconoscerci regredendo di giorno in giorno, ritornando fino a prima dell’anno zero, quando ancora non ci conoscevamo e la nostra archeologia non segnalava nessuna traccia di una estinzione prossima della specie degli amanti.

Su Facebook continui a mettere like ai miei post. Ti inserisci con aggressione e dinanzi a una folla illumini il display del mio cellulare con una notifica. Continui a propormi un coltello ammorbato di marmellata alle fragole. Lecco via tutto, ma la bocca rimane colma di sangue.

No, alle canzoni non metti mai like. La musica che ascolto la trovi insulsa, troppo lontana dalla generazione a cui appartieni. I dati dicono che la nostra playlist condivisa non ha avuto contributi da parte tua in termini di ascolti. Le canzoni che ho inserito per te non le hai mai ascoltate.

Secondo Mark è un’applicazione di Facebook, che ti permette di interagire con un assistente vocale e rivolgergli domande sulla visione che il sistema possiede della tua vita in base alle interazioni del social-network.

Ho iniziato per gioco, in un periodo in cui a malapena uscivo di casa: la spesa la facevo recapitare nel condominio dove abitavo, si occupava di tutto il supermercato. Il portinaio è diventato il custode delle mie abitudini alimentari. I capelli li tagliavo solo con un rasoio elettrico. Rasavo tutto e poi tornavo sul divano, gambe incrociate, aprivo l’applicazione di Facebook, il polpastrello affondava alla voce Secondo Mark.

– Ehi, Manfredi, dimmi pure!

– Mark, secondo te com’è la mia vita adesso?

– Bella, Manfredi! Non dimenticare: tra dieci giorni esatti compi venticinque anni. Perché non festeggi il tuo compleanno con Amedeo?

– Mark, ma io e Amedeo ci siamo lasciati sei mesi fa.

– Beh, Manfredi, dalle vostre interazioni non si direbbe. Lo scambio dei like che vi rivolgete rimane costante sull’80%. Sei proprio sicuro della tua affermazione? Puoi procedere alla registrazione della fine della relazione.

– No, no, aspetta Mark, è interessante. Continua.

– Va bene, allora procedo come prima.

– Hai altro da notificarmi?

– Sta arrivando l’estate. La vostra meta preferita è rimasta sempre la Sardegna. Ti mostro i biglietti aerei più convenienti?

– Ok, Mark!

– Il database consiglia di prenotare dal 5 al 15 di settembre. Il biglietto costa solamente €150 andata e ritorno per tutti e due. Che ne dici?

– Procedi all’acquisto, senz’altro!

– Vi interessa aggiungere un bagaglio da stiva? 25 kg, solo € 10. Conviene no?

– Ma sì, Mark, ci servirà sicuramente.

Esiste un mondo possibile dove io e Amedeo stiamo per festeggiare il mio venticinquesimo compleanno insieme. Mark mi ha fornito una lista di amici da invitare, alcuni non li vedo da anni. È previsto un temporale estivo per quella data. Meglio organizzare da me. Speriamo vada tutto secondo i piani. Che importa alla fine? Il vero traguardo è settembre. Tiro fuori dall’armadio i costumi, il tessuto è usurato in varie parti. L’elastico sta cedendo. Ne ordino un paio su Asus. La consegna è prevista tra meno di cinque giorni. È la vita che voglio, quella in cui mi piace vivere. È bastato un algoritmo e adesso giaccio su un trono di morbida tappezzeria. Ho comprato questa poltrona veneziana su Amazon. È stato un affare.

Chi abita le mie stanze è un ospite diligente, non arreca disturbo alcuno. Consuma sempre pasti da asporto per non sporcare le stoviglie. Nessuna briciola incontra la pianta dei miei piedi quando mi aggiro per la cucina. Le bollette sono rimaste stabili. Pago sempre la stessa quota per acqua, luce, gas. Pago sempre lo stesso contributo al banco dei pegni. Lui trattiene i ricordi e li rivende in rete guadagnandoci bitcoin. Io invece, mantengo una vita felice. Non posso chiedere nessun riscatto, altrimenti il gioco fallisce.

La vacanza si avvicina, è il quarto giorno di settembre e io ho già fatto le valige per entrambi. Non mi va di disturbarlo per così poco. Ho preso dal mio armadio i capi di abbigliamento che più gli sono cari, quelli che mi invidia maggiormente e li ho ripiegati insieme a quelli scelti per me. Trascorro la notte insonne. Ingurgito acqua gelata e visito il bagno con la frequenza di due volte ogni quarto d’ora. Ricomincio con l’inventario delle cose da non dimenticare, segno gli indirizzi da raggiungere, le serate migliori.

L’arsura mi prende alla gola, l’arsura è un nodo che si restringe insieme con il colletto della mia maglietta.

Ingurgito altra acqua gelata.

Tiro lo sciacquone di nuovo.

Mi lavo la faccia. Il rubinetto rimane gocciante.

So che domani, dopo la partenza, Amedeo mi rimprovererà per aver lasciato il gas aperto, le stoviglie sporche nel lavandino, il frigo pieno nonostante abbia staccato l’elettricità. Mi assalirà un senso di colpa, da Caino fino al mio vicino di casa, trapassando la scorza della frutta marcescente, disturbando il volo delle mosche che come iene vagano sulla cena mai finita rimasta sul tavolo. Non posso permetterlo.

Ritorno in cucina e pulisco tutto fino al mattino.

Mi addormento con le prime dita d’alba striscianti sul volto.

Mi risveglio, dal divano rosso in cui mi ritrovo scomposto, alzo lo sguardo e mi confido con l’orologio da parete: a quest’ora siamo già partiti. Mi osservo intorno, mi reco alle portefinestre, scosto le tende, il tessuto leggero si aggrinza nella morsa della mano.

Un aeroplano squarcia il cielo e dentro ci siamo noi due, con i posti assegnati l’uno accanto all’altro, le cinture strette in vita, i cellulari spenti. Ad Amedeo hanno dato il posto accanto al finestrino, ma sa che è il mio preferito, quindi me l’ha ceduto con una carezza discreta.

Ritorno al divano e siamo già atterrati.

Rintraccio le ferite sul mio corpo. Il mio stomaco vibrante contiene tutta la vertigine che si prova stando in aria. Mi dolgono le gambe dopo il viaggio in aereo. Le orecchie sono ancora otturate e io guardo il soffitto e il lampadario rimasto acceso dalla sera prima mi sembra un sole incandescente, così vicino alla terra da essere fatale.

Chiudo gli occhi.

Sento il vicino che ritorna a casa, introduce le chiavi nella serratura.

Sento gli scatti della porta.

Sento gli scatti della porta della camera d’albergo.

Il vicino richiude la porta. Amedeo richiude la porta.

Un tonfo, si getta sul letto.

Scatto una foto alla sua schiena, il capo dorato nella stanza infinita e dopo il terrazzo l’invasione del mare.

Upload su Instagram.

Prendo così tanti like che potrei pensare a monetizzare la sua immagine. Peccato che la foto sia vecchia, di due estati fa.

Sorrido isterico.

Il bagno, voglio raggiungere il bagno. Chiudo a chiave la porta. Apro l’acqua nella vasca di marmo. La guardo riempirsi, la corrompo con sali minerali e bagnoschiuma, olio essenziale di lavanda. L’acqua diventa il mare, la schiuma lo spezzarsi delle onde sui nostri ventri esposti a riva. L’acqua mi bagna tutto. M’immergo. Cado sul fondale. Bevo acqua. Riemergo tra le sue braccia. La schiena striscia contro il marmo. Getto via il liquido intruso dal corpo.

– Manfredi, che ne dici di postare una foto della spiaggia su cui siete? Potreste lasciare una recensione positiva alla struttura balneare dove avete trascorso la giornata! Che ne dici? Comodi i lettini?

– Ma certo, Mark. Dai, facciamo vedere un po’ in giro dove stiamo in vacanza.

Cerco su Google una foto di una spiaggia della Costa Smeralda. Mare crystal-clear, yacht in lontananza. La carico. Mi geolocalizzo a Porto Cervo.

Caption:Ho sognato che la mia vacanza eri tu.”

Amedeo ha messo like!

Ridiscendo nel tormento, un tormento azzurro. La vasca si riempie di pesci e anche il mio cranio, mar Mediterraneo pieno di squali bianchi. Il mio cervello ne è accerchiato e vado via, riemergo a galla, riemergo dalla terra divorando sabbia.

Adesso, serata in disco all’aperto, musica techno. Carico un video che ho trovato sull’account Instagram di una mia amica che si scopa un dj. Di nuovo, Porto Cervo.

In sottofondo, delle risate maschili.

Mio selfie in vasca dell’hotel, adesso. Il mio volto con una maschera all’argilla applicata. Sguardo da The Mask. Io, aggredito dalla schiuma, socchiudo gli occhi e sogno di disciogliermi come sapone.

I miei fan crescono esponenzialmente. Le statistiche dicono che sto compiendo un ottimo lavoro. Una mia vecchia amica, mi invia un direct-message dove elogia la vita che sto filtrando in pixel.

Aggiungo una love-reaction al suo messaggio.

– Manfredi, come procede la vostra vacanza?

– Alla grande, Mark. Dove ci consigli di andare a cenare domani sera?

– Cosa gradite, pesce?

– Sì, direi che un’idea ottima. Trovaci un posto sul mare.

– Perfetto, prenoto un tavolo per due in terrazza. Prenoto anche il taxi per le ore 20.15. Ti va bene l’orario?

– Direi di sì. Grazie!

– Ricordati di inserire una vostra foto insieme. I tuoi feed esploderanno!

Esco dalla vasca. Attacco alla presa l’asciugacapelli, il getto d’aria mi riscalda il capo. Corro in stanza, indosso i vestiti migliori. C’è una camicia di sartoria di seta. Amedeo adora trascinare il dito sul tessuto, il polpastrello diviene scivoloso con il contatto, si aggira intorno ai bottoni e slabbra le asole. La sua mano investe il mio petto, risale al collo, mette alle strette il mio fiato. Mi vesto in fretta.

Sono pronto per la foto, amore, dove sei?

Apro la porta. Scendo le scale.

Mi dirigo verso casa sua. Tutti si aspettano la nostra foto online. Mia cugina è curiosa di vederci insieme. Non vede da tanto sue foto sul mio profilo.

Dentro di me i diagrammi assumono curve da sconcerto. Passo con il rosso, prima del fallimento. Risalgo al vertice dei miei insights con i clacson allarmati.

Stabilisco la curva di fronte a un fioraio sotto casa sua. Lo incontro lì.

Adesso siamo di nuovo in basso nelle statistiche: ho compiuto un balzo non appena il mio sguardo ha incontrato il suo e ci siamo scaraventati contro i vasi della bottega, stramazzando entrambi al suolo. L’acqua strabocca sul marciume del legno della pavimentazione. Crisantemi e orchidee, rose volgari, garofani offesi. Mi rialzo, appoggiandomi contro il ferro battuto degli espositori. Lo guardo in volto.

– Ciao Amedeo, come stai?

– Bene, bene. Ti sei fatto male?

Muovo il capo in segno di diniego.

Tremo, estraggo il cellulare dalla tasca, e apro la fotocamera.

– Possiamo farci una foto?

– Perché? Scusami, ma non credo che…

Mi osserva spaventato. Si piega a raccogliere il vaso da terra. Chiede scusa alla fioraia, che nel frattempo completa la confezione di un bouquet, arricciando il nastro che custodisce il mazzo con una forbice dai riflessi maliziosi.

– Sono per me? – gli chiedo.

– Sai, in realtà non proprio. Forse non ce lo siamo detti, ma…

– E per chi sono?

– Per un’altra persona. Scusami, spero di non crearti problemi. Ti prego non fare quella faccia.

Il bouquet risplende nelle sue dita scolpite. All’anulare un anello balugina.

Mi vergogno.

Stringe più forte i fiori e le foglie laccate si smuovono frusciando. Un rumore come di vento in un tunnel mi raschia i timpani. Punto la telecamera sull’anello che gli strozza il dito, riluce contro un sole da giorno del giudizio.

Scatto la foto.

– Manfredi, siete pronti al pranzo? Ricordati che il ristorante apre alle ore 12:00 e chiude alle ore 14:00. Tra trenta minuti potrete accedere.

A stomaco vuoto, ritorno negli highlight dei miei followers. A stomaco vuoto, attraverso i satelliti in cielo e ridiscendo alla velocità della fibra ottica. Amore mio, vado più veloce delle auto in corsa al gran premio, sono nell’aria che inali senza rigetto.

Ti piace l’anello che ti ho acquistato?

Evento importante. La data di oggi è il sei di settembre. Seleziono: Proposta di matrimonio. Aggiungi foto.

Caption: “Ha detto sì!”

– Bravo, Manfredi! Ti sei fatto notare!

Vincenzo Grasso

Nasce a Catania nel 1998. Attualmente vive a Torino, dove frequenta la facoltà di Filosofia. Ha esordito con Carmen, una riscrittura post-moderna di Lolita di V. Nabokov (Edizioni SuiGeneris, 2015). Ha pubblicato racconti su diverse riviste, come: Cadillac, Tuffi Rivista, Lahar Magazine, Carie. È stato finalista al Premio Campiello Giovani 2018 con il racconto Bestiario familiare.

CRACK è una rivista letteraria indipendente nata a Torino nel 2018. Pubblica racconti brevi , altre narrazioni e rubriche sul mondo dell’editoria. È gratuita ed è disponibile sia in versione elettronica sia cartacea, scopri di più su www.crackrivista.it

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