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Il corpo del testo. Elementi di traduzione transfemminista queer

DIVORATORƏ DI LIBRI: Il corpo del testo. Elementi di traduzione transfemminista queer

Laura Fontanella, Il corpo del testo. Elementi di traduzione transfemminista queer

L’autodeterminazione è un cardine del femminismo, la cui pratica politica può avvenire, fra le possibili rappresentanze materiali e sfere d’azione, attraverso il corpo e la lingua. Il corpo è la dimensione in cui agiamo e ci relazioniamo tra noi ed è personale in quanto è diritto esclusivo di chi la abita stabilirne la validità, indipendentemente dalle forme e dalla mutevolezza; la lingua è lo strumento con il quale esprimiamo le realtà sia comuni sia immaginabili e tramite cui possiamo ottenere riconoscimento sociale perché storico–sociale è il criterio secondo cui avviene una trasformazione linguistica che ci permette di soddisfare delle esigenze comunicative.

Corpo e lingua, tuttavia, subiscono uno scambio valoriale che contribuisce alla radicalizzazione di stereotipi sostenuti dal sessismo e dal patriarcato, quest’ultimo spesso denominato eterocispatriarcato per meglio definire il prototipo umano che garantisce la sopravvivenza di questo sistema, l’uomo bianco, occidentale, etero, cisgender, borghese e abile.

Il corpo diventa oggetto, approvato o stigmatizzato dalla società in base a ciò che è previsto dal sistema patriarcale eteronormativo nel quale sono marginalizzate tutte le soggettività, per esempio queer, disabili o extraeuropee, che non sono ascrivibili tanto nel binarismo sessuale e di genere maschile/femminile, che sancisce la prevaricazione del primo sul secondo, quanto nella produttività capitalista, se non in ruoli subordinanti e alienanti.

La lingua, invece, viene percepita come un assunto personale dall’accezione individualista, secondo il quale fenomeni importanti come la femminilizzazione dei titoli professionali e l’uso della schwa, della u o di altre soluzioni che denotano inclusività e rispetto sono considerati attentati alla lingua da coloro che non si interrogano sul privilegio linguistico androcentrico, perché magari ne godono, e nemmeno sulla fattualità teorico–scientifica del cambiamento della lingua per una questione di abitudine o di comodità – e quando si parla di comodità si parla ancora una volta di privilegio.

Nel saggio Il corpo del testo. Elementi di traduzione transfemminista queer Laura Fontanella difende la possibilità di stabilire un linguaggio inclusivo e paritario attraverso la specificità della traduzione femminista e il suo sviluppo transfemminista queer e, come anticipa il titolo, al centro di questo linguaggio e di questa pratica ci siamo noi con le nostre vite e con i nostri corpi marginalizzati e screditati dal sistema patriarcale: nei lavori letterari femminili e femministi e attraverso la traduzione femminista che si è dedicata proprio a questi lavori il corpo della donna è stato raccontato con parole diverse e, in alcuni casi, nuove che si oppongono agli stereotipi nei quali è costantemente incasellato, perché diverso e nuovo deve essere il modo di considerare il corpo e chi lo abita.

La puntualità e l’immediatezza del saggio di Fontanella sono riscontrabili sin dalla ricostruzione storica del lavoro traduttivo e della traduttologia femministe che, come lo sviluppo della disciplina e le altre forme di attivismo trattate all’interno del testo, sono approfondite dalla spiegazione, esaustiva e anch’essa storiografica, di termini, di concetti e di movimenti che rendono il saggio utile per un’introduzione al femminismo. Del resto il femminismo è imprescindibile dalle lotte contro la marginalizzazione di genere, sociale, economica e culturale e le traduttrici femministe, infatti, si posero l’obiettivo di divulgare l’ideologia femminista, in quanto senza questo intento non avrebbero potuto perseguire gli altri scopi della loro pratica, ossia pubblicare le opere di autrici ignote o dimenticate, riscattare la traduzione come lavoro creativo e diffondere forme sperimentali di scrittura.

A monte di questi scopi il bisogno primario restò quello di contrastare un sistema che relega all’invisibilità le donne come persone e come lavoratrici, in questo caso specifico come scrittrici e/o traduttrici, pertanto adottarono una pratica traduttiva rinnovata negli intenti e nel vocabolario e insita nella lotta linguistica del femminismo della seconda ondata, il contesto politico che ingloba il periodo storico che inizia negli anni Sessanta e finisce agli albori degli anni Novanta e nel quale ha avuto origine la traduzione femminista: se si desiderava non far radicalizzare il sessismo in una cultura né seminarlo in altre, era necessario modificare il linguaggio ormai istituzionalizzato tanto nei contesti pubblici e ufficiali quanto in quelli privati e agire per una traduzione che non esportasse né importasse il sessismo.

La necessità di un rinnovamento linguistico che resta costante, come costanti sono le minacciose detrazioni di cui è vittima, è considerata, tuttavia, negli ambienti governativi, in quanto proprio negli anni prima citati, esattamente nel 1987, viene pubblicato in Italia il documento Il sessismo nella lingua italiana curato dalla linguista e attivista femminista Alma Sabatini in collaborazione con Marcella Mariani, Edda Billi e Alda Santangelo per la Presidenza del Consiglio dei Ministri e Commissione Nazionale per la Parità e le Pari Opportunità tra uomo e donna. Ancora in Italia, ma nell’anno corrente, il personale del comune di Castelfranco Emilia, in provincia di Modena, ha pubblicato l’11 aprile sulla pagina Facebook di riferimento un post nel quale viene spiegato l’uso nei comunicati ufficiali della vocale centrale semichiusa non arrotondata, o schwa – ə –, in sostituzione delle desinenze determinanti il maschile universale e che termina con queste parole:

Questo non significa stravolgere la nostra lingua o le nostre abitudini, significa fare un esercizio di cura e attenzione verso tutte le persone, in modo che si sentano ugualmente rappresentate.

È un passo importante verso uno dei nostri obiettivi: una società e una comunità inclusiva, equa e coesa!

Questo «esercizio di cura e attenzione verso tutte le persone» ci aiuta a ricordare che la lingua cambia in base agli sviluppi storici, dunque sociali, e che, oltre le donne cisgender, ci sono altre soggettività, per esempio non binarie e queer, che con le prime condividono un comune oppressore, come scrive Fontanella, ossia il patriarcato e hanno lo stesso diritto di essere rappresentate e riconosciute. Sulla base di questa realtà sono stati riscontrati dei limiti nella traduzione femminista e, di conseguenza, lu attivistu hanno operato affinché venisse fatto un passo in più per renderla davvero inclusiva.

Nonostante la sovversione di cui è carico un testo machista tradotto in ottica femminista, da questo metodo emergerebbe, paradossalmente, un ulteriore binarismo tra femminile e maschile. Inoltre, affinché una traduzione femminista sia efficace tanto negli intenti linguistici quanto in quelli socio–politici, questa deve essere applicata in base a quando è opportuno usarla e con la cura di adottare un linguaggio scevro da sessismo e anche da esclusioni. Una più forte politicizzazione di questo metodo traduttivo, quindi del linguaggio, è avvenuta grazie a collettivi di genere che usano la traduzione come uno degli strumenti di militanza transfemminista e ne hanno garantito una crescita da femminista a transfemminista queer, uno sviluppo nel quale gli insegnamenti della traduzione femminista non sono dimenticati, bensì arricchiti da soluzioni che possano effettivamente soddisfare le esigenze di altre soggettività discriminate. L’equità fra maschile e femminile è conservata all’interno di una lotta di superamento del binarismo; la decostruzione del linguaggio sessista e androcentrico è operata mediante l’uso provocatorio di termini come frocio o checca e la sostituzione delle desinenze che esprimono il maschile universale con la già citata schwa, la u, l’asterisco o la chiocciola; le sperimentazioni linguistiche sono intensificate con la continua attenzione nei confronti delle soggettività queer e delle mancanze che contribuiscono a una loro invisibilizzazione.

Plumas Traidoras, uno dei collettivi citati da Fontanella, basa la propria metodologia traduttiva su una costante interrogazione circa le possibili scelte dovuta all’assenza di una letteratura di riferimento sulla questione del genere, quindi all’assenza di parole e di concetti in italiano, la quale, nel caso di una traduzione di un testo la cui lingua originale è colonialista, per esempio l’inglese, si cerca di colmarla attraverso la creazione di parole nuove. Quanto sia politico il metodo traduttivo di Plumas Traidoras lo comprendiamo, inoltre, dalla diffusione di testi e di traduzioni transfemministe su un blog, che non è mirata all’inserimento nel mercato editoriale, quanto piuttosto a una fruizione collettiva e collettivizzante del materiale.

Lo stesso saggio di Laura Fontanella ha costituito l’occasione per realizzare un workshop di traduzione transfemminista presso la libreria milanese Antigone. All’interno di questo laboratorio le persone partecipanti erano consapevoli quanto la scelta di una soluzione e lo scarto di un’altra fossero una «decisione politica» e una «responsabilità» nei confronti di specifiche soggettività. Infatti, in un incontro su un testo il cui protagonista è un uomo trans al quale è stato attribuito sin dall’infanzia il genere femminile, il contributo per una scelta traduttiva è stato dato da una persona che, rispetto alle altre, aveva un maggiore rapporto affettivo con una persona trans e, quindi, ha potuto fornire dei consigli sulla base della propria esperienza.

L’attività traduttiva transfemminista dei collettivi di genere quanto di questo laboratorio, pertanto, deve essere caratterizzata contemporaneamente da una coscienza politica e da una conoscenza dell’argomento e questa duplice esigenza è la spiegazione della praticità e dell’onestà del saggio di Fontanella. Pratico in quanto sperimentalmente operativo, come si può constatare dal workshop menzionato poc’anzi, dunque aperto, come aperte e costanti sono le mutazioni linguistiche e la consapevolizzazione femminista. Onesto perché fa riflettere sulla necessità di fare un passo indietro per cedere maggiore spazio a chi ha esperienza a fronte di una precisa realtà discriminatoria.

Il senso dell’intersezionalità, del resto, è proprio quello di dare voce a chi viene quasi sempre sottratta, oltre quello di riunire diversi attivismi, e fra questi rientra la consapevolizzazione dellu bambinu che può avvenire, tra i possibili ambiti, nell’editoria per l’infanzia, alla quale Fontanella dedica un paragrafo, il settore editoriale più osteggiato dai detrattori di una cultura inclusiva. Forse ciò che fa davvero paura è la potenza assimilativa della realtà infantile: tramite la pubblicazione di testi e di traduzioni intersezionali nella letteratura per l’infanzia e l’adolescenza si può al tempo stesso impedire l’attecchimento di stereotipi e educare possibili artefici di un futuro equilibrato e pacifico, agli antipodi di quello costellato da sfruttamento e da consequenziali profitti capitalisti desiderato dagli stessi conservatori che criticano o addirittura limitano la circolazione di determinati libri, in nome di una salvaguardia che non proteggere i bisogni dellu ragazzu, bensì interessi personali.

Trovate il libro qui: Laura Fontanella – Il corpo del testo. Elementi di traduzione transfemminista queer – Asterisco Edizioni

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