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Le autrici rispondono: Jineolojî e le sfide della decolonizzazione del sapere

Articolo tradotto da Gea Piccardi

In quanto autrici dell’articolo Beyond Feminism? Jineolojî e il Movimento per la libertà delle donne curde, vorremmo rispondere alla lettera scritta dal Comitato di Jineolojî Europa. Dati i recenti sviluppi in Palestina, in particolare l’assalto a Gaza e al quartiere di Sheikh Jarrah a Gerusalemme, non abbiamo potuto reagire immediatamente, anche se sapevamo esser necessaria una risposta e alcuni chiarimenti.

Riconosciamo che possono e devono essere articolate critiche al nostro articolo, e che avremmo potuto affrontare meglio alcuni aspetti del suo processo di realizzazione. Tuttavia, si trattava di un testo scritto in solidarietà e teso a porre la teoria e la pratica di Jineolojî in conversazione con una più ampia letteratura femminista transnazionale e decoloniale. Non un attacco contro le persone di Jineolojî o, più in generale, del movimento delle donne curde.

Negli ultimi anni abbiamo pubblicato e parlato ampiamente dell’importanza e del significato della lotta curda, in particolare della lotta delle donne curde. Entrambe siamo state sostenitrici del movimento delle donne curde e siamo state invitate da attiviste e studiose curde a contribuire a eventi, pubblicazioni e produzione di sapere, dato il nostro rispettivo lavoro accademico e politico.

Siamo state ben accolte e accettate poichè evidenziavamo le varie forme di oppressione ed esclusione affrontate dal popolo curdo nella regione, poichè abbiamo scritto e parlato dell’enorme successo del movimento delle donne curde, e sostenuto la depenalizzazione del PKK. Ci siamo espresse apertamente contro l’autoritarismo turco, il militarismo e la repressione da parte del governo, abbiamo sfidato discorsi e contesti femministi arabo-centrici, abbiamo cercato di mediare tra femministe arabe e curde e abbiamo sfidato la sinistra occidentale che in nome dell’antimperialismo ha accettato posizioni anti-curde.

Pur sentendoci connesse e cercando di mostrare solidarietà alla lotta delle donne curde, siamo anche impegnate e legate ad altri movimenti femministi. In particolare Nadje è stata coinvolta nella produzione di conoscenza e nell’attivismo femminista egiziano, iracheno e libanese. Con questo articolo volevamo tracciare connessioni tra Jineolojî e i progetti di altre femministe nella regione e in altre parti del Sud del mondo. Parte del nostro argomento in questo articolo è stato quello di sfidare le nozioni di unicità in termini di epistemologia [proprie di Jineolojî], pur riconoscendo l’importante significato politico del paradigma/concetto.

Intendevamo essere molto sottili nella nostra critica e non essere dannose per il movimento in alcun modo. Certamente non sta a noi definire cosa sia o cosa faccia esattamente Jineolojî, ma mentre viene sviluppata in termini di contenuto, scopi e portata, le femministe provenienti da diverse località geografiche e inserite in diverse lotte politiche, dovrebbero essere in grado di interagire e impegnarsi con tale proposta, vista la portata internazionale del movimento. Oltre a questo contesto politico più ampio in cui abbiamo scritto e posizionato il nostro articolo, va anche sottolineato che l’articolo ha attraversato due cicli di rigorosa revisione che hanno coinvolto tre revisorx chiaramente informatx sul movimento delle donne curde e Jineolojî, che ci hanno fornito preziose critiche e feedback.

Le loro critiche sono state prese in considerazione durante la revisione dell’articolo. La lettera indirizzata alla redazione di Politics & Gender elenca alcuni errori che annotiamo debitamente, ma poi mette principalmente in discussione la nostra integrità di studiose e attiviste, il che mette a repentaglio il cammino verso un impegno costruttivo e una discussione continua – spirito con cui questo articolo è stato scritto.

A nostro avviso, Politics & Gender ha preso molto seriamente la lettera alle/i redattrici/ori, chiedendo a entrambe le parti di fornire maggiori informazioni, invitando alla fine il comitato Jineolojî a sottomettere il proprio articolo in risposta. Sebbene comprendiamo che forse non è realistico aspettarsi che delle/gli attiviste/i scrivano articoli su riviste accademiche, sappiamo anche che ci sono molti altri contesti e piattaforme per interagire con il nostro articolo. Saremmo state felici di essere coinvolte in queste discussioni, ma non siamo mai state contattate direttamente.

Col senno di poi, riconosciamo che avremmo potuto fare di meglio su diversi fronti: prima di tutto avremmo dovuto evitare di fare riferimento a un gruppo specifico di militanti come chiave del nostro articolo in quanto ha forse esposto e reso le singole attiviste potenzialmente vulnerabili. Avremmo dovuto fare affidamento sul nostro più ampio gruppo di interlocutrici, attingendo alle nostre rispettive ricerche precedenti, per evitare una situazione in cui le persone vengano più facilmente identificabili. In secondo luogo, anche se condividere la bozza dell’articolo non era una precondizione per nessuna delle persone intervistate, avevamo offerto questa possibilità a due attiviste che avevano gentilmente offerto il loro tempo per parlare con noi e condividere le loro intuizioni.

Non siamo riuscite a farlo e ce ne dispiacciamo. Tuttavia, mettiamo fortemente in discussione le accuse di mancanza di consenso o di aver distorto le conversazioni. Le nostre intenzioni sono state comunicate in modo trasparente alle nostre interlocutrici prima delle interviste. Tutte le interviste sono state registrate e trascritte con cura. Inoltre, entrambe siamo state coinvolte in conversazioni, eventi e ci siamo aggiornate sugli scritti rilevanti per l’elaborazione e lo sviluppo della Jineolojî negli ultimi sette anni. Durante la stesura di questo articolo, ci siamo assicurate che qualsiasi citazione riflettesse una tendenza più ampia che avevamo notato nelle interviste e nelle interazioni precedenti. In generale, il nostro articolo mostra che esiste una diversità d’interpretazioni, e punti di vista specifici su una vasta gamma di argomenti.

Certamente avremmo potuto consultare più fonti in turco e in curdo, tuttavia, nel nostro articolo affermiamo su quali dati si basi la nostra analisi. Va sottolineato che Isabel ha lavorato con fonti originali (Jineolojî) prodotte dal movimento delle donne curde per altri progetti, mentre Nadje, che può lavorare solo con testi arabi ma non turchi o curdi, è stata in precedenza in contatto con le editrici della Rivista di Jineolojî. Vi ha infatti contribuito con un articolo alcuni anni fa e le era stato chiesto di suggerire potenziali nuove autrici. Comprendiamo che ci sono molte più fonti in turco e curdo e sappiamo che altrx scriveranno e si confronteranno con queste, forse confutando alcuni dei nostri argomenti.

Siamo consapevoli delle relazioni storiche di potere tra accademicx che hanno accesso alle risorse, e la cui produzione di conoscenza è stata storicamente considerata più autorevole in virtù delle loro affiliazioni istituzionali. E siamo profondamente consapevoli che le attiviste del movimento delle donne curde sono state oggetto della produzione di sapere, in particolare dopo la rivoluzione del Rojava. Siamo coscienti di questa dinamica e nel nostro rispettivo lavoro abbiamo cercato di tenerne conto. La nostra intenzione con questo articolo era, e pensavamo di esserci riuscite, di discutere l’importante ruolo che la Jineolojî gioca nella produzione di sapere femminista transnazionale, a partire da uno scenario diverso. In quanto studiose e attiviste femministe legate a molte altre lotte, oltre alla lotta curda, stavamo tuttavia sfidando la pretesa di eccezionalità legata a Jineolojî, impegnandoci in modo critico con alcune delle sue nozioni essenzializzanti di genere e sessualità. Lo abbiamo fatto in modo costruttivo e rispettoso e abbiamo anche dimostrato che esiste una diversità di opinioni su tutti questi temi.

Siamo entrambe impegnate nel progetto di decolonizzazione e di promozione di un lavoro accademico femminista transnazionale. Riconosciamo che non sempre lo facciamo bene e sicuramente sentiamo che avremmo potuto essere più rigorose in alcune delle nostre interazioni. Confidiamo che un pubblico accademico e attivista interessato leggerà il nostro articolo e la risposta ad esso con una mente aperta, e giungerà alle proprie conclusioni – forse incontrando ispirazione per intraprendere la propria ricerca, o includendo l’articolo e la lettera di risposta nelle discussioni in classe riguardo alle sfide per la decolonizzazione della produzione del sapere. Speriamo comunque di poterci confrontare e dibattere sul contenuto del nostro articolo, così come sulle questioni più ampie di metodologia ed epistemologia femminista, in modo costruttivo con attivistx e studiosx del movimento e non solo.

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