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COME SI FERMA UNA LEGGE SUI DIRITTI CIVILI?

Non sappiamo ancora cosa ne sarà del disegno di legge Zan. Se morirà in Senato, se sarà approvato, se sarà stato modificato e mutilato o se sarà ancora a marcire in mezzo ai giochini politici dei partiti.

Qualunque sarà il destino della legge contro l’omolesbobitransfobia, la misoginia e l’abilismo sul terreno resteranno le macerie fumanti di un incendio che è stato appiccato sulla pelle e sui corpi delle persone coinvolte. Perché il dibattito sulla legge Zan ha sempre evitato di entrare nel merito della questione per parlare di altro.

Da quando i diritti LGBT+ sono diventati comuni e accettati in Europa non è più possibile fermare una legge inclusiva con motivazioni fobiche. L’opinione pubblica non capirebbe. Alla gente non piacciono i diritti ma piace ancor meno sentirsi dalla parte del cattivo.

Così diventa necessario creare un paravento. Uno scudo protettito dietro cui nascondere le proprie pulsioni e i propri pregiudizi anziché provare a ragionare e a mettersi in discussione.
Diventa necessario mescolare i piani, agitare le acque, confondere chi è più lontano da questi temi, evocare mostri e fantasmi, spaventare. E c’è chi dietro al paravento trova un comodo rifugio e chi invece ci finisce in buona fede, perché si fida di chi lo sta spaventando o perché non ha mai dovuto interessarsi di certe tematiche e non ha avuto bisogno di studiarle.

La paura è sempre l’arma più forte di un reazionario. La paura spegne la parte razionale del cervello e stimola quella istintiva. La paura ti fa scappare e cercare un rifugio. La paura è ciò che ti fa tornare indietro se temi di incrociare un pericolo che non sei certo di poter affrontare.

Un tempo l’Italia non era un Paese così pauroso. Pochi lo sanno, visto con gli occhi di oggi sembra incredibile, ma l’Italia è stata fra le primissime nazioni al mondo ad aver depenalizzato l’omosessualità. Accadde nel 1890, pochi anni dopo l’unità, grazie all’azione del ministro Giuseppe Zanardelli, un politico purtroppo semi-dimenticato che diede molto al progresso civile dell’Italia. E anche negli primi anni Ottanta è stato uno dei primi paesi europei ad aver varato una legge per autorizzare il cambio anagrafico del sesso. Poi qualcosa s’è rotto e l’Italia ha iniziato a rallentare fino a farsi superare da chiunque. Ha finito per prevalere la paura. E i pregiudizi che la paura alimenta e dalla paura sono alimentati.

Quando, a partire dagli anni 80/90 l’omosessualità inizia a superare lo stigma da cui era affitta in tutto l’Occidente (è del 1990 la definitiva rimozione dall’elenco delle malattie mentali) in Italia se ne parla ancora con timidezza e riserbo. E’ argomento per le rubriche di costume o per i talk show e viene vista come una cosa eccentrica o esotica, una stranezza su cui sghignazzare o da compatire, al massimo da tollerare ma non certo da riconoscere come pari. La strage dell’Aids non aiuta certo.

Sempre in quegli anni esce un piccolo libro di Piergiorgio Paterlini. Si chiama “Ragazzi che amano ragazzi” e raccoglie le testimonianze di decine di adolescenti gay di diversa estrazione sociale, provienienza geografica, credo politico o ideologico. Ognuno affronta e reagisce in modo diverso alla scoperta dell’attrazione verso i maschi ma tutti sono spaventati e angosciati dalla società che vedono intorno.

Quando non è sulle rubriche di costume, allora è argomento di cronaca nera. Sono gli anni degli “ambienti omosessuali” dove ogni tanto qualcuno muore accoltellato. Questi “ambienti omosessuali” sono luoghi torbidi e sporchi, parchi oscuri o parcheggi notturni dove si consumano gli atti proibiti. Gay e trans vivono il medesimo destino, a stento se ne riconosce la differenza. Le lesbiche o i bisessuali sono ancora più marginalizzati, quasi invisibili.
Sono anni in cui i politici di destra possono dire, ad esempio, che non gli omosessuali non possono insegnare alle elemantari (Gianfranco Fini al Maurizio Costanzo Show nel 1998) senza che la cosa faccia poi troppo scandalo nella popolazione.

Ben presto iniziano ad emergere le differenze fra l’Italia e il mondo di fuori. Dall’estero arrivano via via notizie ben diverse. Si viene a sapere che non solo altrove nessuno pensa davvero che un omosessuale sia un pericolo per i bambini ma addirittura si iniziano a porre sullo stesso piano etero e gay. La lista dei paesi che approvano matrimoni fra persone dello stesso stesso e adozioni si allunga e comprende anche le realtà più civili dell’Occidente.
E oltre alle notizie dall’estero arrivano film, serie tv, cartoni animati dove il tema viene affrontato in maniera radicalmente diversa rispetto ai modi della televisione italiana. La gente scopre così che le persone queer non sono pericolose e la domanda di concedere pari diritti diventa più pressante. Il Vaticano guida la resistenza non solo in Italia ma ovunque abbia potere. E’ ancora Pontefice Giovanni Paolo II, un Papa fortemente intransigente e ostile a qualsiasi cedimento sulla morale sessuale. Giovanni Paolo II, negli ultim anni di regno, è indebolito dal morbo di Parkinson ma conserva ancora abbastanza forze per condannare tutto ciò che non rientra nei suoi rigidi schemi. E dove non può lui, agiscono i suoi cardinali scelti esclusivamente fra persone dalla rigida impostazione conservatrice.

A volte il Papa perde. Quando nel 2000 si organizza uno dei primi storici Pride a Roma, il Papa insorge. “Un’offesa” dichiara all’Angelus “ai valori di una città cara ai cattolici di tutto il mondo”. La Cei mobilita le sue truppe. Contro il Pride viene scatenata un’offensiva durissima con l’obiettivo di vietare la manifestazione. Per giorni è normale discutere se debba essere consentito o meno a dei cittadini di poter esprimere in strada il loro pensiero. Alla Camera il presidente del Consiglio Amato deve allargare le braccia: “E’ inopportuno ma purtroppo dobbiamo adattarci”. C’è la Costituzione. Il sindaco di Roma, Francesco Rutelli, in corsa per diventare premier alle elezioni del 2001 ritira il patrocinio ma la manifestazione si farà con una grande partecipazione popolare e dovrà molto all’involontaria pubblicità ricevuta dalla Chiesa. Un vescovo francese che in quei giorni partecipa ad un incontro dei gay cattolici viene severamente punito dal Vaticano.

Altre volte il Papa vince. Nel 2007 anche in Italia ci si rende conto che una legge per le coppie è necessaria. Il matrimonio samesex ormai non è più solo una stravaganza per paesi nordici o americani. E’ stato votato anche nella dirimpettaia Spagna. In Italia il matrimonio non è neppure un’ipotesi ma la ministra della famiglia del governo Prodi, Rosy Bindi, presenta un disegno di legge che istituisce un minimo di diritti per le coppie conviventi, è la legge sui Dico. I Dico non arrivano neppure al voto parlamentare. La Chiesa ruggisce furiosa e con lei la destra italiana. Viene convocata un’imponente manifestazione a Roma, il Family Day. La gente si raduna in massa per protestare contro i Dico convinta che la sinistra voglia distruggere la famiglia. L’unica famiglia ammessa. Con il marito, la moglie e i figli. I timidi Dico vengono dipinti come l’arma segreta che porterà alla devastazione della società.

Come Fini pochi anni prima si invocano pericoli e preoccupazioni per i bambini qualora dovessero entrare a contatto con le persone queer. Non è chiaro quali siano, nel concreto, questi pericoli. Molti trovano così naturale che i bambini stiano lontano dalla gente eccentrica e strana che non tentano neppure una spiegazione razionale.  

Lo stesso schema si ripresenta nel 2013/2016 durante i lunghissimi anni della discussione parlamentare sulle unioni civili. Il testo, che prenderà il nome dalla senatrice romana Monica Cirinnà che ne è la relatrice in Senato, verrà approvato al termine di un’estenuante battaglia. Contro la legge Cirinnà si scatena di tutto: il senatore Calderoli genera migliaia di emendamenti con uno speciale algoritmo, il Movimento Cinque Stelle cambia improvvisamente idea poche ore prima del voto, alla fine si esce dallo stallo con un compromesso con i cattolici di Angelino Alfano e la legge passa con una mozione di fiducia posta dall’allora governo Renzi. Viene però tolta la stepchild adoption, la norma che avrebbe consentito agli uniti-civilmente di poter adottare i figli dei propri partner. 
Nel linguaggio comune le unioni civili diventano rapidamente dei “matrimoni” e le coppie gay/lesbiche sono tranquillamente definite “sposate”. Ma resta la pesante mutilazione dei figli.

Non meno convulso è il parallelo dibattito che attraversa il Paese in quegli anni. Rispetto al 2007 sembra passato un mondo. Le nuove generazioni sono a favore con una maggioranza schiacciante. Si è espressa in merito alla necessità di una legge anche la Corte Costituzionale italiana e quella europea dei diritti umani. I paesi occidentali che approvano il matrimonio o forme simili ormai sono diventati la quasi totalità. Nelle cartine d’Europa l’Italia ormai è sola, più vicina all’Est che all’Ovest.

Nelle piazze vengono organizzati ben due Family Day. Non raggiungono l’obiettivo di fermare la legge, permettono al mondo cattolico più estremista di contarsi, valutare la propria forza, individuare i propri leader da votare in massa quando si presentano alle elezioni. E’ da lì che viene, ad esempio, Simone Pillon. Parallelamente milioni di cittadini scendono in centinaia di piazze italiane a sostegno della legge.

Resosi conto che la semplice condanna morale non è più sufficiente, i detrattori della legge Cirinnà trovano nell’omogenitorialità il fantasma da agitare per terrorizzare l’italiano medio. Ancora una volta ritorna lo stesso tema: bisogna tenere i bambini lontano dalle persone queer. Inizia a fare capolino la cosiddetta teoria gender. Ora non sono più i gay o le lesbiche o i bisessuali o i trans il pericolo. Loro non hanno colpe. Persino il Family Day ha i suoi lgbt da sventolare come prova di tolleranza. Tutti hanno “molti amici gay”. I veri colpevoli sono fantomatiche entità che si radunano dentro la lobby gay o lobby lgbt che strumentalizza le persone queer e si nasconde dietro i loro problemi per portare avanti un piano volto a distruggere la famiglia, a trasformare i bambini in merce da comprare e legalizzare l’utero in affitto che nella loro retorica evoca immagini di donne da inseminare per sfornare bimbi a uso e consumo della lobby.

Menzogne che non bastano a fermare la legge ma che comunque riescono a farne saltare una parte.

La propaganda si è raffinata e ha ripreso a scatenarsi contro la legge Zan. Ancora una volta si tirano dentro i bambini raccontando che le scuole non saranno più luoghi sicuri o che la legge proteggerà anche i pedofili. Non c’è discussione sulle persone lgbt che non comprenda sempre i bambini. In molte persone è ancora fortemente radicato il pregiudizio che vuole gli omosessuali sessualmente attratti anche dai bambini. E’ una bugia, una calunnia, un crimine d’odio. Si usava lo stesso argomento anche contro gli ebrei o i rom! Quando si cerca una minoranza su cui aizzare odio si trova sempre il modo di coinvolgere i bambini.

E’ la paura come dicevamo all’inizio la chiave segreta per fermare una legge sui diritti civili e niente fa paura come l’idea di mettere in pericolo i bambini. Scatta istintivo il bisogno di proteggere la propria prole. Anche se questo è un Paese che penalizza i bambini, li ha completamente dimenticati durante la pandemia e massacra sul posto di lavoro e non solo le donne che decidono di diventare madri o gli uomini che decidono di accudire la propria famiglia o di aiutare le compagne (o i compagni) nella crescita dei figli. Il patriarcato si ricorda dei bambini solo quando può usarli come arma.

La paura non vive solo con i bambini. Trova anche altri modi di radicarsi. La novità sul dibattito sulla legge Zan è il focus costantemente puntato sul tema dell’identità. E’ una cosa molto seria, l’identità. E’ il cuore del nostro essere. E’ ciò che ci distingue dagli altri, ciò che vediamo quando ci specchiamo, è attorno all’identità che costruiamo il nostro mondo. La sola idea che qualcuno possa strapparci questa identità per plasmarci in qualcosa in cui non saremmo più noi e ciò che siamo è sufficiente a generare terrore.

La nostra società si autopercepisce come un mondo sotto assedio, costretto prima o poi a dover rinunciare alla propria identità. Quasi giorno esce una notizia su qualcosa della nostra identità che viene messo sotto processo, rimosso e cancellato. Una statua, un libro, un film, un classico Disney. A nessuno importa che quasi sempre sono notizie gonfiate, distorte, inventate. Importa di più l’ansia o meglio la paura di subire una cancellazione in corso e di non riuscire a fermarla. E i mostri, gli agitatori di chi vuol cancellare tutto, sono sempre loro, le minoranze. Non troverete mai un articolo dove sia il Potere a chiedere di cancellare o censurare qualcosa. Fateci caso: i responsabili di qualche cancellazione è sempre qualche minoranza. Ed è un meccanismo vincente, spaventa molto più di chi agita pericoli per i bambini. Non tutti hanno figli ma tutti hanno un’identità…

La legge Zan, bisogna ricordarlo e ribadirlo, non parla certo di  bambini e non impone obblighi in merito alle proprie identità. E’ una legge anche piuttosto semplice che vorrebbe estendere i reati legati all’odio anche verso quei crimini commessi in merito all’orientamento sessuale, all’identità di genere, al genere e alla disabilità. Non fa altro. Eppure buona parte della politica e dell’opinione pubblica ha deciso che non va comunque bene e ha deciso di lottarla. E non solo a destra. Anche parti della sinistra e del centro stanno premendo, in maniera forse più soft ma comunque premono, perché la legge sia cambiata o accantonata assecondando così gli agitatori di paura.  

L’Italia è un paese pieno di paure. Non ha slanci, è ansioso e fragile. E’ un luogo in crisi, che si percepisce in declino, si sente sotto assedio. E’ una nazione agorafobica, che teme gli spazi aperti, nuovi orizzonti da scoprire. In un simile clima è facile per chi è al potere o vuole arrivarci al potere spargere nuovi inquietudini. E su quelle inquietudini uccidere ogni minima forma di progresso. 

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