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Morti sul lavoro

Sicurezza e morti sul lavoro. Solo Luana ha fatto notizia, ma la strage è quotidiana.

Vi siete mai chiesti perché un quadro appeso a un muro di punto in bianco cade? Senza scosse di terremoto. Un bel giorno, il chiodo cede e il quadro casca. Un attimo prima reggeva, un attimo dopo è per terra. Senza alcun preavviso.
È accaduto questo con la giovanissima operaia tessile morta a Prato mentre lavorava all’inizio di maggio. Si chiamava Luana, aveva 22 anni e un contratto di apprendistato. Era mamma di un bimbo piccolo. Ed era anche bella, in realtà bellissima. Circostanza che probabilmente non è stata indifferente nel rendere la sua tragica morte una notizia, invece che essere seppellita sotto l’oblio come tutte le altre.
Improvvisamente, senza ragione apparente, il quadro appeso al muro è cascato e si è rotto in mille pezzi.


Lo dico francamente: a me ha fatto rabbia che solo allora l’opinione pubblica e, peggio, la politica si siano accorte dei morti sul lavoro.
Ancora di più mi ha fatto rabbia sentire quanto in quei giorni si insistesse sul fatto che Luana fosse una mamma e ancora più vedere le sue fotografie ovunque sui social. Mi sono chiesta se fosse rispettoso usare la sua immagine, pur con le migliori intenzioni. Non credo che lo fosse, ma soprattutto avrei voluto che non ce ne fosse stato bisogno. Vorrei che ogni morte sul lavoro rimbalzasse tra stampa, televisioni e social senza bisogno di essere confezionata ad hoc per essere telegenica e commovente al punto da destare finalmente una attenzione che invece non viene data agli altri.


Giovedì 29 aprile, due giorni prima del 1 maggio, e pochi giorni prima della morte di Luana, erano morti 5 operai sul lavoro. In un solo giorno, a Taranto, Vicenza, Potenza e in un cantiere Amazon a Alessandria, dove sono rimasti feriti anche altri tre operai. Li avete sentiti i loro nomi allora? No. E non avete visto i loro volti. Uno di loro, si chiamava Mattia, aveva 23 anni, è morto in un cantiere di Montebelluna, in Veneto. Il sindacato non si è neppure preso la briga di scioperare. Il 18 maggio, ancora, ne sono morti 4 in un solo giorno. Si chiamavano Stepan, 51 enne originario dell’Ucraina, morto nel piacentino travolto dal cancello che stava installando. Armando, 49 anni, rimasto ucciso nel materano schiacciato dal trattore che guidava. Valeriano, 58 anni, morto nel trevigiano fulminato nel suo laboratorio. Il quarto non so nemmeno che nome avesse.


Il 27 maggio, stessa cosa: 5 morti in un solo giorno. Il giorno dopo altri 5. 10 lavoratori in due giorni sono usciti la mattina per andare al lavoro e non sono tornati a casa la sera. Stefano, Ionel, Nicola, Fabio, Andrea, Alberto, Dino… Di nessuno di loro so di che colore fossero gli occhi, se avessero figli, cosa volessero dalla vita prima di finire ammazzati di lavoro.
Da gennaio, sono morti 259 lavoratori e lavoratrici: operai stritolati da una macchina, muratori caduti da una impalcatura, agricoltori ribaltati sul loro trattore. Hanno continuato a morire, a 20 anni come a 50 come a 67. Soprattutto uomini perché i settori più a rischio sono prevalentemente maschili. Ma anche tante donne, come Luana o come le tante lavoratrici morte in incidenti sulla strada, mentre andavano o rientravano dal lavoro. Salgono a 505 i morti dall’inizio del 2021 se si contano anche gli infortuni in itinere. Altri 88, tra questi tantissime donne, se contiamo il personale medico morto nel 2021 a causa di covid (358 da iniziò pandemia). Un bollettino quotidiano di guerra. Perché di loro non si parla mai? Nemmeno il 1 maggio siamo riusciti a imporre questo tema nell’agenda politica del paese. Per parlarne abbiamo dovuto aspettare il giorno dopo, quando è tragicamente morta Luana.

Abbiamo dovuto aspettare che la notizia fosse accattivante, che finisse sui social o sulla stampa, come ha scritto in quei giorni il Secolo XIX, per “un bel volto dagli occhi da cerbiatta, i capelli lunghi e il fisico perfetto”. Capite, perché sono arrabbiata! Il problema per qualcuno non è finire stritolata da una macchina, a 22 anni come a 60, perché – come la Procura sta indagando – sei stata adibita a una mansione non prevista dal tuo contratto e la tapparella di protezione dell’orditoio è stata rimossa per rendere il lavoro più veloce e non dover fermare la macchina per riprendere un filo spezzato. Il problema non è questo, ma se sei abbastanza fotogenica e se la tua storia è abbastanza commovente da poter essere spettacolarizzata e finire nel tritacarne della televisione. Dopo la morte di Luana, Cgil Cisl Uil hanno lanciato una serie di iniziative e mobilitazioni, ma tuttora nessuna delle tre sigle confederali ha avuto il coraggio di dichiarare lo sciopero generale.

Nemmeno nei territori dove avvengono le morti sul lavoro, si sciopera sempre. A volte si fa, come a Prato, altre no. E non accade sempre che il sindacato si costituisca parte civile nei processi, come dovrebbe invece accadere.
Dove vivo, a Bergamo, da quando è morta Luana, quindi in soli 10 giorni, sono morti 3 lavoratori, un altro, settimana scorsa è rimasto gravemente ferito. Per ora il sindacato è riuscito a convocare soltanto un presidio davanti alla Prefettura con 2 ore di sciopero della sola categoria dell’edilizia, salvo varie fabbriche metalmeccaniche che hanno scioperato spontaneamente in solidarietà.
Segno che nei posti di lavoro non se ne può più di questa carneficina quotidiana, anche se i vertici sindacali continuano a non capirlo.
Invece che indirizzare la rabbia e l’indignazione che la vicenda di Luana ha finalmente sollevato, a Bergamo, Cgil Cisl Uil preferiscono una iniziativa online martedì prossimo con i tre segretari generali e un rappresentante dell’Ufficio Pastorale della Diocesi. Tutti maschi e un prete!

Non so che dire, sarebbe ridicolo se non fosse drammatico. Non possiamo più rimandare, non abbiamo bisogno di altri convegni e altre parole, figuriamoci di un prete. È ora di lanciare una mobilitazione vera nel paese e finalmente dire basta. I morti sul lavoro non sono mai solo incidenti dovuti al caso, ma eventi determinati dal fatto che la sicurezza è una variabile dipendente dal profitto.
Le ragioni delle morti non sono la mancanza di formazione dei lavoratori. Facciamone di più e meglio, certo, ma dobbiamo a monte rigettare l’idea che le morti sul lavoro siano “incidenti”, “errori”, “distrazioni”. Non lo sono mai. In uno degli otto paesi più industrializzati del mondo, non dovrebbe accadere di morire sul posto di lavoro stritolati da una macchina, nemmeno se, per assurdo, si decidesse di suicidarsi. Intendo dire che il livello di tecnologia è tale che la macchina dovrebbe fermarsi anche se si decidesse di buttarticisi dentro volontariamente. Se invece questo può accadere, tutti i giorni, anche 3 o 4 o 5 volte al giorno, è per la scarsità di investimenti da parte delle imprese, i tagli alle istituzioni di sorveglianza, a partire dalla costante riduzione del personale ispettivo, l’allungamento dell’età pensionabile (che a 60 anni sei a rischio covid ma fino a 67 puoi tranquillamente arrampicarti su una impalcatura). Le ragioni sono anche gli arretramenti sul piano normativo, non soltanto il lavoro nero come è ovvio ma anche la precarietà e la catena degli appalti e subappalti, sulla quale il governo sta mettendo mano con un ulteriore peggioramento delle norme nel decreto semplificazione. In generale, una delle ragioni è la crescente ricattabilità dei lavoratori e delle lavoratrici, tanto più dopo il Jobs act e la cancellazione dell’articolo 18. Circostanza che rende difficile non soltanto rifiutarsi di svolgere un lavoro se non è garantita la sicurezza, ma persino denunciare il mancato rispetto delle norme da parte di Rls e delegati.


La ragione è anche lo smantellamento del sistema industriale del paese. A proposito di Luana, parliamo di come sono le condizioni di lavoro nel settore tessile. Quali sono gli effetti di decenni di disinvestimento in questo settore, con la chiusura e lo spostamento delle produzioni all’estero, il fiorire di piccoli laboratori sotto scacco di brand che dettano le condizioni con contratti unilaterali, che favoriscono – soprattutto tra le donne e i migranti – lavoro poco pagato, con poche tutele, pochissima sicurezza, spesso in nero o in mano alla criminalità.
E non è nemmeno soltanto questo. Sotto alle morti sul lavoro c’è uno stillicidio quotidiano, fatto di impianti obsoleti lasciati a inquinare interi ecosistemi, ma anche un mare di infortuni e malattie professionali, dovuti, oltre che al mancato rispetto delle norme, all’esposizione a sostanze o ambienti nocivi, ai movimenti ripetitivi e all’aumento dei ritmi. Alla base c’è la stessa ragione delle morti sul lavoro: il crescente disinteresse per la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro, considerate un costo, né più né meno di qualsiasi altra voce di spesa.


Se per qualche circostanza, Luana è stata la ragione per cui il quadro improvvisamente è caduto dalla parete, ora dobbiamo fare tutto ciò ch è possibile perché l’attenzione si concentri sul quadro rotto e non ne cadano più. Non possiamo più rimandare, perché già ora, purtroppo, non si parla più nemmeno di lei.
Lo dobbiamo a Luana, ma anche a tutti quelli di cui nessuno ci ha mai detto il nome, come Stepan, Valeriano, Armando, Sergio, Agostino, Antonino, Mattia, Flamour, Natalino, Mauro, Antonio, Pierluigi, Gianni, Maurizio, Emanuele, Lidio, Luca, Roberto, Michele, Guglielmo, Salvatore, Francesco, Massimo, Hamid, Ruggero

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