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Siria rivoluzione

Siria: le speranze dei suoi giovani, dieci anni dopo

A 10 anni dallo scoppio della rivoluzione e del conflitto in Siria, il maggio 2021 si sono tenute le elezioni, le prime dal 2014, nelle quali il presidente Bashar Al Assad ha vinto con il 95%.

L’opposizione le ha definite una farsa, l’Unione Europea e gli Stati Uniti hanno accusato il governo di frode, noi le abbiamo osservate in prospettiva, cercando di ricostruire, attraverso gli occhi dei giovani rimasti in Siria e della diaspora, il peso di queste elezioni e di questi dieci lunghi anni.

Sono 6,6 milioni i rifugiati siriani che hanno lasciato il Paese, più di un terzo della popolazione rimasta in Siria, valutata oggi in 17 milioni, ai quali si aggiungono 6,7 milioni di sfollati e dislocati all’interno del Paese (IDPs, Internally Displaced Persons) [1], che vivono in condizioni non diverse, quando non peggiori, da quelle dei loro concittadini fuggiti all’estero. La maggioranza dei rifugiati vive nei paesi confinanti, quali l’Iraq, la Giordania, il Libano e la Turchia – i quattro Paesi che accolgono il maggior numero di rifugiati siriani. Va segnalata, a questo proposito, l’intenzione di Erdogan di spostare nella “fascia di sicurezza”, oltre il confine con la Siria, da poco sgomberata dai Curdi, una buona parte dei tre milioni e mezzo di Siriani che si trovano sul suo territorio. E poi ci sono più di un milione di siriani arrivati in Europa negli ultimi anni.

Idlib (Siria), 2020. Neonato Ospedale universitario di Idlib. (Credits: DoctorShajulIslam)

Nel nostro percorso la Siria l’abbiamo incontrata diverse volte negli occhi dei cittadini siriani con i quali abbiamo costruito un percorso di mutuo sostegno: dai rifugiati che abbiamo supportato in Italia e in Europa, ai migranti che hanno scelto di portare a termine i propri studi nel nostro paese, fino ai cari amici che abbiamo avuto la fortuna di incontrare nelle missioni dei nostri attivisti in Libano e in Siria.

Dunque abbiamo deciso di dare voce a quelle singole anime che da diverse prospettive ci hanno raccontato la loro Siria, la Siria del confitto nella quale abbiamo conosciuto i luoghi di mezzo, luoghi di passaggio, non-luoghi e neo-luoghi, la Siria delle frontiere e dei transiti, dei campi profughi e degli insediamenti informali nel segno della meglio conosciuta diaspora siriana. Il nostro contributo vuole essere la testimonianza di una ferita che nella nostra prospettiva ha il volto della cicatrice che ogni rifugiato porta dentro di sé, il segno di un’esistenza sospesa.

Se facciamo un passo indietro e scaviamo le radici della questione siriana una tappa obbligata ci riporta nel 2011, un anno nel quale si squarcia il velo della vera natura del governo siriano e degli equilibri internazionali che lo sorreggono. Ci ricordiamo di quella primavera araba che ha scaldato le strade e le città di quel crocevia mediorientale, caratterizzata dalla pacifica natura della rivoluzione che, tuttavia, oltre ad esser stata celata dalla costruzione del discorso politico dominante effettuata dal regime, è stata sin dal principio quasi completamente ignorata dalla maggioranza delle fonti di informazione internazionali.

La catalogazione indistinta dei gruppi armati di opposizione al governo di Assad come “terroristi” o “estremisti islamici” ne ha delegittimato le rivendicazioni agli occhi dell’opinione pubblica internazionale e giustificato il mancato supporto, economico e militare, da parte dell’Occidente. Attualmente, nonostante gli accertamenti ripetuti effettuati delle Nazioni Unite riguardo le violazioni sistematiche di diritti umani e la perpetrazione di crimini di guerra e contro l’umanità, il regime è stato identificato dalla comunità internazionale come “male minore” e come interlocutore credibile nella soluzione del conflitto. Un pensiero che si diffonde in assenza di alternative concrete e credibili anche da parte di chi quel Paese lo ha lasciato per sfuggire alla politica del regime.

Ma per tornare a parlare di rivoluzione siriana, dobbiamo sottolineare che non a caso abbiamo fatto riferimento alla primavera araba. Questa, altro non è stata che un trampolino di lancio per il malcontento della popolazione innestatosi nel contesto di riforme socio-economiche avvenute nel decennio 2000-2010, fondanti di un nuovo disegno politico volto a “sgravare” lo Stato da alcuni dei suoi compiti fondamentali di “protezione” delle categorie vulnerabili di popolazione e di promozione dello sviluppo del Paese. Un malcontento che da solo non aveva avuto la capacità di determinare una vera e propria rivolta di quella società civile “imbavagliata” ma che, tuttavia, aveva colto la sua potenzialità dall’eco di quanto avveniva in Egitto e in Tunisia nei primi mesi del 2011. Così, nelle strade e nelle piazze del Paese si iniziarono a vedere quegli “effetti concreti” delle rivoluzioni nord africane che portarono in piazza centinaia di persone quel 15 marzo 2011.

Una rivolta repressa nel sangue, da un regime pericoloso e violento, che ha commesso crimini di guerra e crimini contro l’umanità, mettendo sotto assedio il proprio popolo all’interno dei cosiddetti accordi di “riconciliazione” con l’opposizione armata. In un report pubblicato nel 2017, dal titolo “We leave or we die”[2], Amnesty International accusa il regime siriano di aver condotto una campagna di assedi, omicidi illegali e sfollamento forzato nei confronti del proprio popolo. Secondo l’organizzazione umanitaria si tratterebbe di veri e propri crimini di guerra e contro l’umanità. In questo senso, “gli assedi, gli omicidi illegali e lo sfollamento forzato da parte del governo fanno parte di un attacco sistematico e molto diffuso contro la popolazione civile e costituisce, pertanto, un crimine contro l’umanità”.

Questi i fatti… diremo noi, obiettivi e indiscutibili che tuttavia hanno stravolto migliaia di vite che, come in un caleidoscopio, riflettono luci ed emozioni diverse che noi in questi anni abbiamo avuto la fortuna di ascoltare.

Le parole che risuonano dalle voci di chi ci è più vicino raccontano di mancanza di speranza, assenza di futuro e declino sociale e culturale: non possiamo identificare una mappa precisa di queste voci con una netta linea di demarcazione tra chi è contro oppure a favore di Bashar al Assad, che nelle ultime elezioni ha ottenuto il 95% delle preferenze. Possiamo tracciare uno spettro di sensazioni di sconforto e privazione nei giovani siriani, sia per chi è rimasto sia per chi è partito: “sono ridicoli, hanno devastato un Paese distruggendo il nostro futuro.” Non lascia spazio a dubbi H., un ragazzo giovane e coraggioso che vive nel sud della Siria quando parla della Siria come di uno scacchiere, dove lo scacco matto, la cui etimologia proviene dall’arabo mat (morto), lascia il popolo senza alcuna difesa, morto.

Studenti siriani partecipano a una scuola estiva organizzata dalla Piattaforma globale per gli studenti siriani (Credits: Global Platform for Syrian Students).

“Nella mia vita non ho mai potuto vedere il mare perché nel Paese non ci si può muovere, e sono costretto a nascondermi per non essere forzatamente arruolato. Sono io responsabile della mia famiglia, mia madre mio padre in particolare contano su di me”. L’inadeguatezza nel parlare di questo disastro che un’intera generazione sta vivendo dallo scoppio della rivoluzione nel 2011 diventa un limite insormontabile nell’analisi di questo semplice scritto, ma probabilmente è questo il nostro scopo: dare voce alla profonda rabbia di migliaia di giovani, dentro e fuori dalla Siria, che sono imprigionati in vite divenute sospese e profondamente svuotate.

La libertà di movimento è uno dei problemi più drammatici se si pensa all’accesso allo studio o al mondo del lavoro. È una sorta di privazione di libertà che forse abbiamo lontanamente immaginato durante questa maledetta pandemia, e noi l’abbiamo vissuta per pochi mesi. La formazione scolastica diventa la prima preoccupazione e il desiderio di completare gli studi, in un quadro di istruzione internazionale diventa un sogno da conquistare. “Io studio Medicina all’Ospedale Universitario di Idlib da poco inaugurato. Una straordinaria opportunità per noi studenti che quando studiavamo ad Aleppo durante diversi periodi l’Ateneo rimaneva chiuso per bombardamenti e incursioni delle forze russe. Alla fine del percorso universitario vorrei specializzarmi all’estero. Qui non sarebbe possibile” aggiunge con sconforto un giovane di 27 anni, residente nel territorio siriano posto sotto il controllo turco.

Ma se torniamo in Italia la musica non cambia e una giovane donna, in Italia da oltre 3 anni, che ha investito tutto ciò che aveva, indebitandosi fino al collo, per mettere piede in un’Università italiana di design ci dice con fermezza “non avrei mai avuto questa possibilità prima ma non per questo non voglio tornare nel mio Paese con quello che ho imparato qui… magari potrei contribuire allo sviluppo tornando con uno dei miei progetti imprenditoriali”. Ma la spinta ad uscire dal paese del “levante” ha diversi fattori tra i quali, parlando di giovani, spiccano la libertà e il futuro: “il controllo del regime è capillare e si basa su un principio fondato sul dividi et impera, così ognuno diventa il sospetto dell’altro dentro una giostra di azioni e rappresaglie: se si pensa al soffocamento si ha chiara l’idea di cosa proviamo”.

Le elezioni, tenutesi il 26 maggio, in violazione della procedura imposta dal Consiglio di Sicurezza ONU con la risoluzione 2254 emanata nel 2015 ovvero un anno dopo le precedenti elezioni[3],  hanno riscosso dure critiche a livello internazionale, da parte di molti Paesi, tra cui l’Italia. Nel giorno di queste elezioni a Roma, in Piazza dell’Esquilino, un gruppo siriani della associazione Siria Libera e Democratica, giovani e meno giovani, si sono riuniti per mostrare il proprio dissenso ad al-Assad. In particolare, Feisal Al Mohamad (medico e portavoce dell’Associazione Siria Libera e Democratica), che abbiamo intervistato in piazza Esquilino ha ribadito l’importanza di questa risoluzione che prevede un governo di transizione per arrivare a elezioni democratiche. “La comunità internazionale non ascolta la comunità della diaspora, e coloro che rappresentano l’opposizione. Questo accade per convenienza economica”. Le principali risorse energetiche del paese, collocate nelle provincie di Hasaka e Dayr al-Zawr sono controllate da attori stranieri in maniera diretta o indiretta, tramite la mediazione del governo centrale o delle altre autorità locali presenti sui vari territori. “Le comunità locali non vengono concepite come elementi di un ecosistema visto nel suo complesso, bensì sempre più come tessere di un puzzle da tenere distanti e staccate tra loro. Una divisione accentuata dalla necessità di allontanare le une dalle altre, perché non si alleino e nel beneficiare delle risorse territoriali”.

Queste elezioni hanno davvero aggiunto poco o nulla al panorama e alla vita delle persone, che dalla comunità internazionale continuano ad essere abbandonate al loro destino, ad eccezione di un processo aperto in Germania a carico di alcuni funzionari siriani, che certamente può rappresentare una luce in fondo al tunnel dell’impunità. Ciò che manca, tuttavia, è un supporto alla futura classe dirigente di giovani rimasti in Siria, ora soli e senza speranza (“hopeless”), che possa garantire loro opportunità con corridoi di ingresso regolare per l’accesso allo studio e alla formazione internazionale. Sono giovani carichi e coraggiosi, i quali potrebbero, se sostenuti e tutelati, riportare in Siria una speranza di una Siria migliore. Loro sarebbero i veri vincitori di questa guerra, se avessero la possibilità di gareggiare. Noi siamo con loro.


[1] https://www.unhcr.org/syria-emergency.html

[2] https://www.amnestyusa.org/wp-content/uploads/2017/11/We-leave-or-we-die_Syria-REPORT.pdf

[3] http://unscr.com/en/resolutions/2254 

Un nuovo spazio creato da donne e uomini che hanno incontrato sogni, progetti e necessità delle persone migranti e che insieme hanno deciso di dare una nuova forma al pensiero contemporaneo. Uno snodo tra le reti cittadine nazionali e internazionali per contribuire al superamento della crisi in cui versano i diritti dei migranti, diritti umani di ognuna e ognuno di noi. Un nuovo spazio di condivisione per dare voce al pensiero migrante, ai dati, all’arte, a un’economia solidale e sostenibile, alla partecipazione dal basso della cittadinanza. Contro la staticità, contro le frontiere fisiche e mentali, per un nuovo modello sociale in cui non c’è chi dà e chi riceve, ma una comunità solidale, mutuale, forte e fiera di aver abbattuto ogni confine.

Comments (1)

  • Giulio

    Un articolo molto interessante e di attualità. Un pensiero va anche alle migliaia di siriani che vivono in campi profughi in Turchia, ospitati ma non riconosciuti come parte del tessuto sociale.

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