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Cultura dello stupro

Autismo e cultura dello stupro

Immagine in copertina: (Mazzoni Center, 2015)

Sui nostri giornali le notizie si susseguono a una velocità tale che l’arrivo della nuova notizia cancella la memoria della precedente a ritmi vorticosi tanto che fatti di cronaca che hanno destato scalpore e sono diventati argomento di discussione finiscono per essere dimenticati nel giro di pochi giorni e al loro posto c’è la nuova notizia, pronta anche lei per essere dimenticata. E fatti di cronaca che dovrebbero suscitare un dibattito passano del tutto inosservati.

Così è di pochi mesi fa la notizia di una ragazza di 15 anni stuprata da un 45enne mentre la madre era assente per lavoro. La ragazza era autistica e disabile fisica e l’uomo si era mostrato disponibile a dare un aiuto, salvo approfittare della situazione per passare allo stupro. Sembra un caso limite e ogni volta che si parla di stupro nella nostra cultura si tende a limitarne la possibilità a un piccolo numero di individui, stigmatizzati, che vengono dipinti come mostri o animali. La pratica del relegare qualcuno al contesto sopranaturale e/o animale è una tecnica molto diffusa nella nostra società: il nemico in guerra è un ratto; il leader politico sanguinario o è un mostro o uno psicopatico (nella nostra società praticamente la stessa cosa visto il forte stigma che colpisce le persone con disturbi psichiatrici) e così la discussione si esaurisce in una condanna delle mele marce, che, come sempre, salva tutti.

Da poco si è anche provato a portare avanti una critica al catcalling e molti maschi, bianchi1, etero, cis, abili hanno ironizzato dicendo che un fischio per strada non li aveva mai portati a stuprare nessun*. Anche questo tipo di affermazioni, insieme al classico “non tutti gli uomini fanno questo” è qualcosa che nasconde molto della nostra realtà, impedisce una messa in discussione e una critica radicale alla nostra cultura. Presupposto, volutamente ingenuo, di questo genere di argomentazioni è che un uomo passi dal catcalling allo stupro così come certe rappresentazioni vorrebbero che dallo spinello si passi alla cocaina. Così, la molestia viene ricondotta alla goliardia e la persona afab2 a qualcuno che non deve lamentarsi. Ma nessuno ha mai detto che le persone passino insensibilmente dal catcalling allo stupro o che il catcalling sia una sorta di palestra che formi futuri stupratori; ciò che si dice e si afferma è che una cultura che legittima il catcalling copre una molestia e che questo sistema di copertura della molestia è quello che porta a coprire e legittimare anche lo stupro.

Un problema molto grave della nostra società è che la nostra è e rimane una cultura dello stupro in cui tutti, specie se socializzati maschi, siamo portatori di disvalori che vedono nella sopraffazione, nello stupro e nella violenza anche di natura sessuale, dei cardini. Da un punto di vista meramente sessuale il maschio bianco è cresciuto nell’idea di essere un predatore e che “ogni occasione lasciata è una occasione perduta”e ciò instaura dinamiche di costrizione in istituzioni “legali” come matrimonio o fidanzamento: esiste ancora la concezione che il sesso sia un dovere coniugale e, anche all’interno di un rapporto di vecchia data, il consenso è dato per acquisito una volta per tutte fino ad episodi di stupro che non vengono rilevati come tali perché a commetterli è il marito.

In questo contesto alcune persone sono più esposte di altre. Noi persone autistiche, per esempio, per nostra natura abbiamo una certa difficoltà a leggere il linguaggio del corpo e del viso. Da ciò consegue una incapacità a comprendere le intenzioni di chi ci sta vicino. Quando qualcuno che non conosco mi si avvicina e cerca di stabilire un contatto generalmente nella mia testa parte la domanda “Ma cosa vorrà quest*?”, che porta una certa ansia e, spesso, mutismo selettivo.

Per me una conversazione si stabilisce per interesse e argomenti e lo small talk, il parlare del più e del meno, è veramente difficile se non impossibile. Però sono ormai consapevole che una comunicazione neurotipica si basa spesso su conversazioni o gesti che non sono importanti in sé ma che acquistano importanza perché creano socialità. Per esempio, un neurotipico può passare un pomeriggio a tifare; in fin dei conti il calcio stesso è secondario. Anche un autistico può ovviamente amare il calcio ma il suo interesse sarebbe un interesse gestito in maniera differente e se da una parte la conoscenza dell’argomento diventa enciclopedica, dall’altra può essere vissuta completamente in solitudine e, anzi, portare a isolamento proprio in un’ottica di raccolta dati e ricerca; la socializzazione arriverebbe in un secondo momento e spesso, vista da una persona allistica, è una ossessione. In questa modalità completamente differente un autistico rimane indifeso davanti un allistico e se la sua reazione è molto spesso quella di totale chiusura, in alcune condizioni il tentativo di assecondare chi ti sta davanti e una scarsa comprensione di quello che sta accadendo può portare a gravi situazioni di pericolo. Se un neurotipico ti sta parlando è per socializzare? E’ bene fare questa cosa che tu non faresti? E questa cosa che valore ha?

Capita così molto spesso che persone autistiche afab siano vittime di stupro e la percentuale di vittime di stupro tra loro è più alto di quello del numero già alto delle vittime totali di stupro nella restante popolazione di persone afab . Una persona autistica spesso ha difficoltà a dire di no, appare remissiva, non capisce cosa sta accadendo e quindi chiunque voglia approfittarne molto spesso lo fa.

Da un punto di vista meramente culturale, il machismo è connotato positivamente quando viene indicato col nome di romanticismo e questo, come comunemente inteso, è un lungo atto di disabilitazione della persona afab. In tutta la concezione romantica la “donna” è intesa come “sesso debole”, persona che deve essere remissiva, gentile, e che sarebbe generalmente incapace di fare alcune cose o alcuni ragionamenti: classico l’esempio del portare i pesi per la “propria donna” o il considerare certi ragionamenti superficiali “femminili”. Questo mina costantemente l’autostima e la fiducia della persona e la fa cresciuta nell’idea di necessitare di un tutore, di non poter essere e di non poter pensare alla propria indipendenza. In una persona autistica afab è probabile questa pressione culturale si leghi ad effettive difficoltà dovute per esempio a disprassia, ansia sociale, mutismo selettivo e così la persona autistica afab può vivere in un contesto che la faccia vivere accentuando una disabilità, che può diventare dipendenza da un altro e che consegna legando mani e piedi al “tutore”, che è spesso un compagno a cui ci si dovrà sentire grat*. Spesso questa gratitudine si chiede di ripagarla con prestazioni sessuali. È quindi il caso di analizzare e approfondire l’argomento stupro e il suo ruolo nella nostra società.

La prima definizione di stupro che ci viene in mente è estremamente semplice e indica un atto sessuale in cui un pene penetra un corpo, tanto che ancora per molti è difficile riconoscere l’atto di Brando sul set di “Ultimo Tango a Parigi” come uno stupro proprio perché tecnicamente non ci fu alcuna penetrazione. Tuttavia Maria Schneider ha sempre chiamato quello stupro, per di più consumato davanti più operatori senza alcuna possibilità di difendersene.

Lo stupro quindi non implica necessariamente una penetrazione e, soprattutto, non è un atto sessuale ma una atto di potere: una parte, quella detentrice di un potere, afferma la propria posizione di forza e privilegio proprio umiliando la vittima, privandola di possibilità di scelta e facendone corpo penetrabile. Questo tipo di mentalità centrata sul culto del fallo come arma di sottomissione è già presente nella nostra cultura europea sin da tempi arcaici e potremmo ricordare a questo proposito le spade romane arcaiche che rappresentavano proprio un uomo in erezione e il fallo-lama andava affondato nel corpo dell’avversario per esaltare il proprio dominio; ritualmente, sui campi di battaglia romani, quello che si consumava era un immenso atto di stupro collettivo in cui un pene di metallo, sostituto di quello di carne, entrava nel corpo dell’avversario. La spada e lo stupro affermavano quindi una posizione di privilegio e di potere e oggi, anche se questo elemento non sempre si verifica fisicamente3 , riti di stupro simbolico sono continui al punto di passare quasi inosservati.

La pornografia mainstream è il luogo in cui, collettivamente, questo atto si ripete di continuo ed è mostrato come atto sessuale eccitante. La pornografia di cui fruisce il grosso della popolazione è già di per sé un luogo in cui il corpo femminile è visto in funzione del pene e tutto in quel contesto pone ancora una volta una sessualità di tipo penetrativo: la persona afab è lì per essere penetrata, è sempre disponibile alla penetrazione e anche quando sta praticando dell’autoerotismo questo non è mai per dare piacere a sé ma una preparazione all’arrivo del maschio che, senza che nessuno si turbi, può arrivare in una stanza sempre aperta, priva di ogni privacy ( non ne ha diritto visto che non solo la sua stanza ma il suo stesso corpo non le appartiene) e passare quasi immediatamente a una penetrazione in cui l’assenso è dato per implicito e mai messo in discussione.

Ma questo è già un racconto “dolce” e, il più delle volte, non è così che vanno le cose neppure in un contesto di pornografia mainstream. Spessissimo la persona afab su cui è puntato l’occhio della telecamera non è consenziente o spesso è rappresentato dichiaratamente uno stupro punitivo: persone afab omosessuali vengono “corrette” grazie alla penetrazione o, se hanno compiuto un qualche “errore”, vengono corrette con stupri veri e propri che però, durante il rapporto, diventano rapporti voluti perché in quella mentalità una persona afab lo desidera sempre, anche quando lo tace, e l’idea che “la donna lo voglia sempre” e che il suo consenso sia abbastanza implicito e secondario si trova anche nella comune rappresentazione cinematografica e romantica della “donna” che dice no a un “uomo” ma che viene letteralmente messa sotto assedio e sottoposta a stalking fino a quando il suo no diventa un sì4.

La rappresentazione dello stupro punitivo esce spesso dal mondo della finzione5 per diventare fatto di cronaca reale. Si può per esempio ricordare il caso emblematico di Agitu Gudeta che, a fine dicembre dello scorso anno, è stata uccisa e stuprata mentre agonizzava. Il responsabile dell’omicidio e dello stupro era un connazionale e queste origini sono state usate per relativizzare l’atto e caricarlo di una violenza e animalità “non italiana”; da altre parti si è anche cercato di giustificare quanto è avvenuto parlando della disperazione dell’omicida e della posizione di “padrone”della Gudeta.

Tuttavia l’omicidio ha delle dinamiche molto chiare che lo riportano all’interno del discorso che stiamo portando avanti: Agitu Gudeta, per questioni economiche, è stata ferita mortalmente e, durante l’agonia, è stata stuprata. Ciò non lo si può far prescindere dalle dinamiche di genere nella nostra società e l’uomo che ha ucciso la Gudeta ha sentito la necessità di “rimetterla a posto”, “farla tornare donna” e, per farlo, lo strumento efficace è stato proprio lo stupro punitivo dell’immaginario pornografico.

Lo stupro è quindi un elemento che caratterizza e permea la nostra società e che il più delle volte viene sminuito o disconosciuto e quando una persona ( generalmente afab) ha il coraggio di parlare e denunciare l’accaduto si ritiene che ad essere colpevole sia la vittima stessa. La stessa “disponibilità”, un comportamento che uno stupratore potrà definire “fraintendibile” viene reputato causa del malinteso che avrebbe portato allo stupro, dando per implicito che si debba ragionare da stupratore per prevenire lo stupro e che la natura del “maschio” sia quella predatoria e che lo stupro sia nella natura delle cose.

E’ la persona stuprata che sarebbe tenuta a una difesa o a dichiarare di non voler essere stuprata e credo sia abbastanza evidente quanto questo genere di argomentazioni remi a sfavore delle persone afab e delle persone afab autistiche in particolare. Nello stupro lo stupratore afferma il proprio potere, il proprio privilegio, il proprio diritto inalienabile al soddisfacimento del proprio piacere mentre la vittima è colei che deve riconoscere la gerarchia dei valori e dei generi della nostra società e riconoscersi nel ruolo di colei da cui si ricava piacere; esulare da queste dinamiche e tentare di sottrarvisi può portare proprio alla punizione di cui sopra ma anche non riconoscerle, magari perché la propria mente non riconosce convenzioni sociali e ruoli, può portare a essere “ricondotta all’ordine”.

E’ quindi necessario che la nostra cultura affronti seriamente la cultura dello stupro e la contrasti dalle fondamenta e ciò deve necessariamente passare per una profonda autocritica e analisi6 della nostra cultura, una educazione seria che sia educazione sessuale e sentimentale ma anche educazione a ruolo e identità di genere che diventi cultura in cui non si sia standardizzati in modelli a cui aderire e in una cultura della sottomissione e dell’uso dell’altro, sia a fini economici che a fini sessuali. Solo comprendendo profondamente la mutualità dei rapporti e superando il consumismo anche nelle relazioni e riconducendo tutto a scambio, reciprocità e apertura verso l’altro potremo scardinare un luogo culturale in cui si propagandano come positivi modelli predatori e si viva in una mutualità e in un completarsi reciproco.

1Ricordo che “bianco”non significa “avente pelle bianca “ma è una nozione culturale che indica, in pratica, gli occidentali della classe dominante. Né un berbero né uno slavo in Italia sono considerati “bianchi”

2La sigla Afab sta per Assigned female at birth

3 anche se la piaga italiana del femminicidio mostra che poi tanto raro non è che il simbolico diventi fisico anche nella nostra cultura

4E quanto questo elemento sia radicato nella nostra cultura lo vediamo anche nella recentissima polemica sul bacio di Biancaneve, polemica nata da una banale considerazione di due giornaliste di un giornale locale che si chiedevano semplicemente se sia lecito un bacio a una sconosciuta che dorme.

5Ma è una finzione relativa e spesso nel mondo della pornografia lo stupro rappresentato è anche effettivamente agito. Basti considerare tutti quei rapporti che attrici nominalmente consenzienti non vorrebbero avere ma a cui si sottopongono perché sotto pressione o perché debbono rispettare obblighi contrattuali passando a persone che sul set sono messe davanti a fatti compiuti per non parlare della piaga del revenge porn in cui video amatoriali vengono diffusi in rete, a volte letteralmente uccidendo la ragazza che vi compare.

6Che può e deve passare anche dalle analisi dei nostri prodotti culturali e definire “un bacio non consensuale”quello tra una donna addormentata e un principe non dovrebbe diventare occasione per stracciarsi le vedi ma per analizzare un problema

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