TOP
Donne cacciatrici

IN PRINCIPIO ERA DONNA

La preistoria e le nostre origini dimenticate

Siamo abituati a pensare al patriarcato come a qualcosa che è sempre esistito, così come ci viene spesso ripetuto che l’essere umano è sempre stato così, competitivo, dominante e pronto a fare la guerra. Diverso tempo fa ho scoperto che non era assolutamente vero e, da allora, mi sto dedicando a far conoscere a più persone possibile le origini dell’umanità, così come sono state scoperte e raccontate da un’eminente archeologa: Marija Gimbutas (1921-1994).

Lo ritengo fondamentale e doveroso, in questa epoca di cambiamenti radicali; è importante per ogni donna, che ha il diritto di sapere quanto è stato cancellato dalla storia, per essere etichettato come “preistoria”. Qualcosa, quindi, di meno valore, che non riguarda la storia vera e propria, scritta dagli uomini? Lo lascio giudicare ai lettori.

La professoressa Marija Gimbutas è nata in Lituania il 23 gennaio 1921: quest’anno ricorre il centenario della sua nascita, e l’Unesco l’ha inserita tra le persone illustri da celebrare nel 2021.


Marija Gimbutas

Negli archivi di OPUS, all’università di Santa Barbara, California, la Gimbutas

viene ricordata come “professore emerito dell’UCLA, che ha contribuito a quello che è considerato uno dei più significativi momenti di svolta accademica negli studi delle donne con il suo lavoro archeologico e filosofico sulla cultura e la religione neolitiche. Archeologa lituano-americana, è nota soprattutto per le sue ricerche sulle culture neolitiche e dell’età del bronzo della ‘vecchia Europa’, un termine che lei stessa ha introdotto.”.

Dopo essersi laureata in archeologia in Germania, Marija Gimbutas si trasferisce negli Stati Uniti nel 1949 (con lo status di rifugiata), diventa assistente ad Harvard, e poi insegnante all’università Santa Barbara di Los Angeles, che le affida, dal 1963 al 1989, la direzione dei maggiori scavi archeologici nei siti neolitici (1) di tutta Europa, dai Pirenei alla Siberia.

Grazie al suo lavoro, e alle sue origini lituane, che, come lei spiegava, si basavano sulla connessione con la Terra e con i cicli naturali, in cui i fiumi e le foreste erano sacri, la Gimbutas iniziò a interpretare ogni scavo con le sue competenze non solo archeologiche, ma anche antropologiche, linguistiche e mitologiche.

Nei suoi straordinari libri, che sono un compendio delle sue scoperte e comprensioni, ella dimostra e documenta il ritrovamento di migliaia di statuette e figure femminili, con vari oggetti correlati, appartenenti a una divinità femminile che ella chiama “Grande Dea”.

L’archeologa descrive le abitazioni e le culture neolitiche, in cui le donne hanno goduto rispetto, riconoscimento e prestigio, a partire dal paleolitico (2) fino all’inizio dell’Età del Bronzo (3). Si trattava di comunità agricole, dove le persone collaborano e vivevano in pace, senza distinzioni di ceto, prendendo decisioni in modo comunitario. I villaggi non erano dotati di mura, e le comunità si frequentavano tra loro. Le donne erano sacerdotesse, conoscevano il potere curativo e nutritivo di erbe e bacche, erano artiste, dipingevano grotte, creavano ceramiche e le decoravano, suonavano i tamburi, erano connesse al culto delle acque e celebravano cerimonie legate agli eventi ciclici astrali.

La Gimbutas trovò numerosi manufatti, tra cui moltissime sculture femminili, e notò simboli ripetuti, che suggerivano un possibile significato religioso, che andava oltre alle funzioni legate alla fertilità e alla maternità. La Grande Dea, rappresentata nei ritrovamenti archeologici, rappresentava l’unione di tutte le cose naturali, delle energie della terra, della vita animale e vegetale: una Grande Madre Cosmica.

Venere di Willendorf (23.000-25.000 a.C.)

La cosiddetta “Venere di Laussel” (risalente al 23.000 a.C.) è una scultura scoperta all’ingresso di una grotta cerimoniale, originariamente dipinta di rosso, colore del sangue e della vita. Può aiutarci a comprendere la posizione centrale delle donne nella preistoria, poiché ha, in una mano, un corno a forma di mezza luna, con tredici tacche incise, simboleggiante la connessione tra i cicli lunari e i cicli femminili, che sono indicati dall’altra mano posta sul ventre femminile.

La Grande Dea era la rappresentazione della creazione e della vita, che la donna racchiudeva in sé, nel proprio ventre. Le statuette “steatopigie”, come vengono definite, hanno grandi seni, grandi fianchi, un ventre enorme e gravido, perché rappresentano una Madre Cosmica, che tutto genera. La donna, connessa ai cicli planetari e naturali, era considerata connessa direttamente alla divinità, perché era in grado di creare la vita. Aveva le conoscenze più importanti per la cura legata alle piante e alle erbe, poteva sanguinare mensilmente senza morire, era legata alle acque, di cui si conosce il culto legato ai pozzi sacri.

Abbiamo un’infinità di esempi di queste sepolture nella nostra Sardegna, dove esistono più di 5.000 siti archeologici, e sono state ritrovate più di 130 statuette della Dea Madre. La maggior parte di questi siti giace nell’incuria, è nascosto in terreni privati adibiti a pascolo, è sconosciuto ai più. È molto interessante che, di tutto questo, non vi sia traccia nei libri di storia, anzi, sia stato declassato a preistoria, cioè qualcosa di cui non ha senso occuparsi.

Invece noi possiamo documentarci, andando a visitare questi luoghi, o a vedere la straordinaria fattura di queste statuine, alte una decina di centimetri circa, come ho fatto io recandomi al museo archeologico di Cagliari, o a quello di Perfugas.

Le statuette della Dea Madre sono state rinvenute all’interno delle sepolture. Per i nostri progenitori era molto chiaro l’eterno ciclo di nascita – sviluppo – maturità -declino – morte – rigenerazione che riscontravano in natura. Essi ponevano i defunti in posizione fetale all’interno di quello che ritenevano essere il grembo della Grande Madre, cioè la terra. Dipingevano le pareti di rosso, il colore sacro del sangue, del grembo, della vita. Nella mano aperta del defunto, o vicino al suo cuore (come si vede nel particolare del disegno, al numero (4) ponevano la statuetta della Dea. Simbolicamente, essi facevano in modo che il corpo tornasse nel grembo della Dea Madre, per poter rinascere.

Dee Madri al Museo Archeologico di Cagliari

Le tombe dei giganti, in Sardegna, hanno forme ben precise, che si rifanno chiaramente alla forma dei genitali femminili, eppure, anche in questo caso, gli archeologi (uomini) minimizzano, fanno finta di niente. Come se tutto questo non indicasse il valore straordinario che i nostri progenitori attribuivano alla capacità di dare la vita che solo il corpo femminile racchiude.

Non sappiamo con certezza quando i nostri avi preistorici compresero il ruolo del padre nella fecondazione, per il semplice motivo che la vita sessuale dei nostri predecessori era ben diversa dalla nostra. Sia la donna che l’uomo erano liberi, non esisteva la monogamia o la coppia. Fare l’amore era, probabilmente, l’attività preferita nel tempo lasciato libero dalla ricerca del cibo, sin dai primordi, e avveniva con modalità molto diverse da quelle che conosciamo ora (sarebbe troppo lungo parlarne qui, c’è un libro che ne parla diffusamente: “In principio era il sesso”, C.Ryan & C.Jethà). Le relazioni che uomini e donne intrattenevano erano multiple, contemporaneamente, per cui i bambini che nascevano erano figli della donna e della comunità, che contribuiva ad allevarli.

(Tomba dei giganti di Iloi – Sedilo – ©Andrea Marongiu)

In effetti, quello che i ritrovamenti archeologici di Marija Gimbutas rivelarono fu la matrilinearità delle persone sepolte, che erano, quindi imparentate per via materna. Allo stesso modo funzionano le società matriarcali ancora esistenti. È decisamente interessante il fatto che il matriarcato, se così vogliamo definire il periodo temporale in cui la donna era rispettata e onorata – dalla comparsa dei primi ominidi sul pianeta 3.000.000 di anni fa sino a 5.500 anni fa circa – non sia mai stato il contrario del patriarcato, cioè una società in cui la donna domina l’uomo, bensì un insieme di piccole comunità di eguali che collaboravano tra loro.

L’informazione, forse, più importante in assoluto, che la Gimbutas ci ha fornito, è che sul pianeta Terra, fin quando la donna è stata rispettata e onorata, non è mai esistita la guerra. In tutti i ritrovamenti archeologici preistorici, infatti, non esistono segni di combattimenti, e le sepolture riguardano morti naturali, o avvenute per incidenti dati dalla vita di quel tempo. Per questo motivo, ancora oggi, molti archeologi (uomini) fanno fatica ad accettare la sua visione di una unica Grande Dea Madre, che accomunava tutti i popoli dell’era neolitica, pur rappresentata, nelle statuette ritrovate, in modo differente e in luoghi lontanissimi tra loro. Per gli uomini, in effetti, è molto difficile rinunciare all’idea che di un’organizzazione gerarchica.

Nei siti preistorici sardi è sempre presente una o più “capanne delle riunioni”, in cui si riunivano periodicamente tutte le comunità per deliberare decisioni di qualsiasi genere. In ognuna di queste è possibile constatare l’assoluta parità che regnava allora: non esiste un gradito più alto o un posto riservato a una qualche autorità. (Capanna delle riunioni Pozzo Sacro di Santa Cristina – Paulilatino (OR).

Secondo una ricerca, pubblicata su PNAS, effettuata dall’Istituto di Preistoria e Archeologia di Monaco, e dal Max Planck Institute di Jena, sui resti di persone vissute in Germania tra il 2.500 e il 1.650 a.C., nel Neolitico le donne si spostavano più dei maschi, erano portatrici di cultura, e furono fondamentali per lo scambio di informazioni tecnologiche e saperi. Viaggiavano da sole, per portare fino a 500 o 600 chilometri di distanza le conoscenze raggiunte, come dimostrano le analisi del DNA e degli isotopi dello stronzio nei denti di persone sepolte in una vasta zona. Le donne provenivano da luoghi diversi, ma si integravano perfettamente con i residenti, entrando a far parte della comunità, mentre gli uomini erano, perlopiù, stanziali. Una immagine ben diversa, rispetto a quella che vede le donne preistoriche restare a casa, mentre gli uomini uscivano a cacciare.

Come è potuto finire tutto questo?

Anche in questo caso è la Gimbutas che ci ha fornito la risposta. Ella, infatti, individuò due sistemi distinti: le culture dell’Europa Antica paleolitica e neolitica, incentrate sulla donna; e le culture indoeuropee (nelle steppe dell’asia centrale) con apparati religiosi aggressivi e violenti, a predominio maschile. Le sue ricerche la portarono a concludere che le società dell’Europa Antica avevano condotto una lunghissima esistenza pacifica, con strutture sociali egalitarie e valori di collaborazione e mutuo beneficio.

Le culture patriarcali indoeuropee non erano così avanzate, ma, a partire dal 4.000 a.C. circa, si espansero dall’Asia, invadendo a cavallo le regioni europee, conquistandole all’improvviso e con estrema facilità, imponendo nuove idee e pratiche gerarchiche aggressive e violente. In quel periodo ha inizio il patriarcato che ancora oggi viviamo. La civiltà della Dea iniziò un inesorabile declino, fin quasi a scomparire, pur restando viva nelle dee e madri divine successivamente celebrate.

Dall’Età del Bronzo in poi iniziano, infatti, i ritrovamenti di statuette in bronzo raffiguranti guerrieri con la lancia in mano, e i segni che la vita sta radicalmente cambiando. Le comunità agricole, che condividevano tutto, vengono sostituite dalla pratica indoeuropea della proprietà come appannaggio di individui di sesso maschile. Le donne, la terra, il bestiame, diventano beni in mano ai potenti dominatori, le vittime di guerra ridotte in schiavitù. La società inizia a dividersi in base al ceto; i villaggi si dotano di fortificazioni per proteggersi da chi non è autorizzato o da altri invasori.

Molti studiosi, archeologi e antropologi, faticano a uscire dalla mentalità che vuole il maschio sempre dominante, e guardano all’antichità sempre nell’ottica della violenza innata nell’essere umano, e del mito della guerra. La maggior parte di essi preferisce credere che il patriarcato sia sempre esistito. Le scoperte della Gimbutas sul principio femminile preminente nella preistoria, che ne testimonia il rilevante ruolo sociale e culturale svolto dal Paleolitico sino al momento dell’invasione dei guerrieri, sono considerate troppo minacciose per la comunità archeologica maschile tradizionale, perché rischia di distruggere il mito dell’antichissima superiorità maschile.

Ma noi, ora, sappiamo di poterci opporre alla narrazione che vuole Eva come macchiata dal peccato originale, per aver voluto mangiare la mela della conoscenza. Sappiamo che le donne già possedevano la conoscenza e, malgrado i tentativi violenti perpetuati nei secoli, nessuno è stato in grado di strappargliela. Sappiamo che una donna non manda i suoi figli in guerra e che, quando la Dea era Madre, sia uomini che donne erano rispettati, e il valore della vita era sacro.

E, per tutti questi motivi, sappiamo che una società giusta ed equa è possibile, quando le donne abbandonano gli schemi patriarcali, riconoscono pienamente la loro origine, e se ne riappropriano.

Note:

  1. Il Neolitico va dal 10.000 a.C. al 3.500 a.C. circa.
  2. Il Paleolitico inizia 2.500.000 anni fa circa, sino al 10.000 a.C.
  3. L’Età del Bronzo va dal 3.400 a.C. al 600 a.C. circa

Bibliografia:

M. Gimbutas, Il linguaggio della Dea, 1989

M. Gimbutas, La civiltà della Dea, 1991

M. Gimbutas, Le Dee viventi, 2001

J. Foster, Le donne invisibili della preistoria, 2013

Post a Comment