TOP
aborto

DIRITTO ALL’ABORTO: A ZIG ZAG TRA LE LOTTE PER LA GIUSTIZIA RIPRODUTTIVA

Francesca Bonassi e Bianca Gambarana

Con l’intento di ricostruire la costellazione di laboratori di autodeterminazione sessuale e di lotte per i diritti riproduttivi sparse nei vari angoli del mondo, abbiamo deciso di riprendere il lavoro di esplorazione e mappatura iniziato la primavera scorsa, per provare a mettere in connessione le esperienze uniche – eppure così simili – che fioriscono in luoghi e momenti diversi.  Continuiamo dunque questa tessitura, ampliandone ulteriormente i confini, e sempre con un invito a moltiplicare le mani di noi tessitrici.

Nella prima mappatura che abbiamo abbozzato, abbiamo girovagato per l’Italia, la Polonia, l’Irlanda e l’Irlanda del Nord; dopo un breve passaggio in Slovacchia, abbiamo approfondito il quadro legislativo e la situazione pratica in Brasile ed Argentina dove, dopo anni di lotte, esperienze di aborto autodeterminato, manifestazioni e pressioni, è stata finalmente approvata, allo scadere del 2020, una legge di depenalizzazione dell’interruzione volontaria di gravidanza (IVG).

Nonostante i riconoscimenti legislativi, più o meno recenti, adottati in alcuni Paesi, il diritto all’aborto rimane ancora troppo spesso un diritto non praticabile, un servizio non accessibile, una negazione dell’autodeterminazione dei corpi femminili e/o con capacità gestante. Le strategie con le quali questa negazione viene esercitata sono multidirezionali e diverse a seconda dei contesti: talvolta essa prende corpo direttamente in leggi repressive; altre volte si insinua nella legislazione attraverso istituti come quello dell’obiezione di coscienza (odc) – strumento spesso utilizzato per questioni di carriera più che per ragioni di coscienza – o quello dell’obbligo del periodo di riflessione; altre volte, infine, assume la forma di uno stigma pervasivo, delle rappresentazioni distorte, della disinformazione, della cultura patriarcale che vuole la donna madre – basta che lo sia in maniera “naturale”, e meglio se si tratta di una donna cisgender ed eterosessuale, bianca, occidentale, stabilmente in coppia con un uomo.

Con questo nuovo pezzo di puzzle,  ripartiremo dall’Italia per parlare di un progetto di mappatura dell’obiezione di coscienza lanciato qualche mese fa a livello nazionale, e di una nuova esperienza nata a Napoli. Ci sposteremo poi nella vicina  Malta, dove l’aborto è completamente  criminalizzato e dove non mancano lotte e laboratori di autogestione dell’IVG. Approderemo, infine, in Cile ed Ecuador, dove il panorama della giustizia riproduttiva è in movimento – anzi messo in moto – dalle lotte e dalle recenti conquiste.

Ritornare da dove siamo partite: un progetto di mappatura dal basso dell’obiezione di coscienza in Italia. A Napoli “nisciun’ è FESSA!”

Anche sulla base dell’ultima relazione del Ministro della Salute (dati 2018), la situazione dell’accessibilità all’IVG in Italia non smette di farci arrabbiare: l’obiezione di coscienza è in continua crescita, e sfiora oramai il 70% tra i ginecologi; l’aborto farmacologico (tramite l’utilizzo della pillola abortiva RU486), metodo sicuro e meno invasivo rispetto a quello chirurgico, è garantito a macchia di leopardo sul territorio italiano; lo stigma sull’IVG si percepisce anche nel linguaggio con cui è redatta la relazione stessa. 

Ma, con la precisa volontà di non delegare ad altri la scrittura e la narrazione delle nostre vite, è stato lanciato un progetto di mappatura dal basso dell’obiezione di coscienza in Italia: è quindi nato Ora vi mappiamo noi! grazie al lavoro congiunto di Non Una Di Meno (NUDM), Obiezione Respinta e altre singole realtà ed attivistə.

Il progetto, promosso a marzo 2021, vuole tracciare una mappa, a livello regionale e nazionale, degli obiettori di coscienza presenti nei vari presidi sanitari: data la dimensione delle maglie raggiunta dall’odc in Italia, venendo questa praticata ben al di là dei limiti – seppur vaghi, contraddittori e manipolabili – posti dalla legge, è risultato importante riuscire ad individuare gli obiettori anche tra le fila dei medici all’interno dei consultori, e non solo degli ospedali.

Facendo valere il Freedom of Information Act (la normativa che garantisce a chiunque il diritto di accesso alle informazioni possedute dalle pubbliche amministrazioni), prima il Coordinamento delle Assemblee delle Donne dei Consultori e Non Una Di Meno – Roma, poi Ora vi mappiamo noi!, hanno potuto richiedere ed in alcuni casi ottenere informazioni sulla percentuale di obiezione negli ospedali e nei consultori.



Si tratta di un lavoro fondamentale al fine di fornire informazioni più dettagliate rispetto a quelle ufficiali – monitorando anche il fenomeno dell’odc nei consultori -, aiutare chi sceglie di abortire ad individuare personale medico non obiettore, segnalando, invece, i casi in cui l’obiezione viene esercitata.

Abbiamo già affrontato la questione dell’abuso dell’obiezione di coscienza in Italia nello scorso articolo, e non ci ritorneremo qui per ragioni di sinteticità, ma la denuncia da muovere contro questa situazione deve continuare finché il diritto all’aborto non sarà pienamente e concretamente riconosciuto e garantito e l’obiezione di coscienza non sarà più un’opzione esercitabile in questo ambito.

Oltre a Ora vi mappiamo noi!, negli ultimi mesi del 2020, durante il secondo lockdown, è nato a Napoli un altro progetto di mappatura dell’obiezione di coscienza, dell’accesso al servizio di IVG e di informazione sulla salute sessuale: ‘Ccà nisciun’ è FESSA!

Come ci racconta una delle attiviste, questo laboratorio è nato in maniera del tutto spontanea, a partire da esperienze personali: era (ed è tuttora) forte la necessità di attivarsi, in città e a livello regionale, al fine di monitorare la possibilità di effettivo esercizio del diritto all’aborto e dell’autodeterminazione riproduttiva sul territorio.

Per dare avvio a questa mappatura, è stato lanciato un questionario per provare a comprendere quale fosse il quadro relativo all’accesso all’IVG a Napoli. Le risposte ricevute sono state tantissime ed è stato, quindi, possibile realizzare come tale problema fosse effettivo, concreto e particolarmente sentito, e come anche la voglia di partecipare e fare qualcosa per provare a cambiare la situazione fosse molta.

Il percorso si è, poi, articolato su due assi principali: un lavoro di mappatura dei consultori, degli ospedali e dei centri che praticano l’IVG a Napoli, ed un attento e curato lavoro di comunicazione a livello social tramite la pagina Instagram di Caà nisciun’ è FESSA!.

Per quanto riguarda la mappatura dell’obiezione di coscienza all’interno dei consultori, il lavoro si è dimostrato lungo e complesso, risultando difficile anche solo individuare questi luoghi, dal momento che le informazioni reperibili online non sono sempre aggiornate. L’idea è quella di estendere anche agli ospedali e a tutti i centri che praticano l’IVG il lavoro di mappatura dal basso, in modo da fornire un quadro il più completo e chiaro possibile, monitorando pure l’effettiva applicazione delle nuove linee di indirizzo relative alla somministrazione della RU486.

Inoltre, tale lavoro ha permesso la raccolta di contatti di personale non obiettore al quale indirizzare le persone che si rivolgono a Ccà nisciun’ è FESSA! (numerosissime sono state le chiamate durante il lockdown) per ricevere informazioni relativamente ai servizi inerenti la salute sessuale.

Dal punto di vista della comunicazione, la pagina Instagram del progetto fornisce, in maniera facilmente accessibile e fruibile, portando avanti anche un lavoro di traduzione in lingue diverse dall’italiano, informazioni sulla salute riproduttiva attraverso tre diverse rubriche: la prima fornisce informazioni sui centri che garantiscono l’IVG a Napoli; la seconda approfondisce l’IVG stessa, dalla 194 alle diverse tipologie di interruzione di gravidanza possibili, dalla documentazione che è necessario avere con sé alle regole stabilite durante la pandemia; la terza rubrica si concentra sui temi della contraccezione ed educazione sessuale, veicolando i contenuti in maniera immediata e incisiva, come per esempio in questo reel sul preservativo femminile.

Oltre a fornire informazioni utili, lo scopo della pagina è anche quello di decostruire e abbattere la retorica colpevolizzante che ancora grava sull’aborto, sottolineando come questo rientri nel ventaglio delle scelte possibili nell’ambito dell’autodetermianzione sessuale e come debba essere riconosciuto, anche a livello pratico, in quanto diritto fondamentale.

La prospettiva è quella di estendere tale lavoro di mappatura all’intera regione e non fermarsi solo a questo: la volontà è anche quella di aprire uno sportello autogestito, portando avanti, parallelamente alla controinformazione e alla contronarrazione delle esperienze di aborto, pratiche di mutualismo dal basso. Il fine è di intercettare bisogni e desideri, oltre che persone interessate ad attivarsi, così da creare collettivamente un discorso pubblico, avanzare rivendicazioni di stampo politico e costruire un femminismo che, partendo dal tema dell’autodeterminazione sessuale, vada oltre la mera parità di genere, e ponga al centro la lotta contro le discriminazioni legate a genere, razza e classe.

L’aborto come reato: il caso maltese

A Malta l’aborto è criminalizzato in ogni caso ed è punito con la reclusione fino a 3 anni per la donna che abortisce, fino a 4 anni oltre alla revoca perpetua della licenza per il dottore che lo pratica. Non è possibile abortire legalmente nemmeno in caso di stupro, gravi malformazioni fetali o pericolo per la salute o la vita della gestante, casi in cui tale diritto è – almeno sulla carta – tendenzialmente riconosciuto anche dalle normative europee più restrittive (si veda, ad esempio, il caso polacco).

Ogni anno dall’isola almeno 300 donne sono costrette a recarsi all’estero ad abortire, in Inghilterra, Olanda o Italia (e quest’ultima meta la dice lunga sulla situazione maltese) o a ordinare pillole abortive online.

Diverse organizzazioni che lottano per la legalizzazione dell’aborto sottolineano ormai da tempo che non è che l’aborto a Malta non esista, è che non esiste legalmente: gli aborti compiuti all’estero o clandestinamente tramite l’acquisto di pillole online sono, infatti, numerosissimi, e il rischio di subire una condanna penale aumenta le difficoltà di tracciamento di tale fenomeno e di supporto a coloro che scelgono di ricorrere all’IVG. Come scrive Doctors for choice Malta nell’articolo Exporting the problem: Why abortion should be legal in Malta:

«The prohibition on abortion does not stop abortion from happening, but it only makes it less safe, more expensive, and more inconvenient for the women and girls who need it. […] The status quo is nothing but an injustice, where those who can afford it can get quality care in a clinic abroad and have an abortion legally, whereas those who cannot afford it have to have an abortion on their own, in fear, and possibly face criminal sanctions if discovered».

Non mancano realtà locali e/o internazionali attive nell’aiutare le donne e le persone con capacità gestante ad abortire, fornendo loro informazioni, aiuto e sostegno nel compimento dei viaggi all’estero (la cui organizzazione è divenuta più complessa durante la pandemia) o nell’ordine delle pillole abortive. Tra queste, oltre a Doctors for choice Malta, vi sono, per esempio: Voice for choice, coalizione di organizzazioni impegnate sul fronte della giustizia riproduttiva; FPAS Malta che, in maniera non giudicante e gratuita, fornisce informazioni sui diritti riproduttivi, dall’aborto alla contraccezione, dalla contraccezione di emergenza alla gravidanza, e accompagna le donne che decidono di abortire; Break the taboo Malta, progetto impegnato nella lotta contro la stigmatizzazione dell’aborto tramite la condivisione di storie di persone che hanno scelto di ricorrere all’IVG; Women on Web, da anni attiva nel supporto delle donne che decidono di abortire assicurando la possibilità di ordinare la pillola online.

La galassia di organizzazioni che garantiscono l’ aborto autogestito ed accompagnato è varia, ma la decriminalizzazione dell’IVG è quanto mai necessaria per assicurare la piena autodeterminazione sessuale di coloro che decidono di abortire: leggi che criminalizzano l’aborto non eliminano tale pratica, ma mettono solamente a rischio la salute e la vita delle donne. L’aborto è un diritto fondamentale e come tale deve essere riconosciuto e praticato!

L’onda verde avanza in America Latina: dall’Ecuador al Cile, per farla finita (davvero) con Pinochet

Es ley, è legge! Il 30 dicembre 2020 l’approvazione da parte del Senato argentino della legge che decriminalizza e legalizza l’interruzione volontaria di gravidanza fino alla quattordicesima settimana è stata salutata dalle grida di gioia dell’immensa marea verde che presidiava da giorni il palazzo del Congresso di Buenos Aires. Una grande vittoria ottenuta in quindici anni di lotta, condotta principalmente dal basso e costantemente nutrita dall’agitazione permanente e dal lavoro quotidiano di migliaia di attivistə, collettivi e organizzazioni femministe, riunite sotto l’ombrello della Campaña Nacional por el Derecho al Aborto legal, seguro y gratuito.

Già il giorno dopo, un altro grido risuonava in tutto il continente: “ahora America Latina!”. La speranza di moltə era, infatti, che l’onda verde della rivolta per l’autodeterminazione riproduttiva, dal suo epicentro argentino, potesse presto riversarsi nell’intero continente latino-americano, dove l’aborto è legale senza rigide restrizioni soltanto in Guyana, in Uruguay, in una parte del Messico (Città del Messico) e a Cuba. 

L’immagine dell’effetto a catena è particolarmente appropriata per descrivere l’onda lunga della sollevazione globale contro la violenza patriarcale degli ultimi anni, che ha mantenuto una dimensione fortemente transnazionale, nonostante la molteplicità dei suoi poli e la diversità dei contesti geografici. In particolare, in America Latina la tessitura di reti di contatti che si estendono sull’intero continente, sono oggetto di particolare cura da parte dellə attivistə e delle realtà femministe, in continuo dialogo fra loro per organizzare una lotta comune.

Debora Diniz, professoressa di antropologia dell’Università di Brasilia intervistata dalla BBC qualche mese fa, sintetizza in poche parole il portato rivoluzionario della diffusione fuori dall’Argentina del panuelo verde come simbolo di una lotta comune:

«Tradizionalmente l’America Latina non fa così. Era una regione colonizzata, che guardava molto di più al Nord globale. E ora guardiamo gli uni agli altri. Persino un paese che si sente esso stesso un continente, come il Brasile, sta utilizzando il panuelo verde per rappresentare la causa delle donne».

E in effetti, questo 2021, iniziato sotto il segno della grande vittoria argentina, ha portato innanzitutto alla depenalizzazione dell’aborto in caso di stupro in Ecuador. A maggio una sentenza della Corte Costituzionale ha definitivamente incluso la gravidanza frutto di una violenza sessuale tra i casi eccezionali in cui è possibile ricorrere all’aborto. Quest’ultimo infatti, in quasi tutte le altre circostanze, è considerato un reato penale che prevede il carcere sia per chi realizza la procedura, sia per chi vi si sottopone o lo autopratica. Se è vero che, come spesso accade, le modifiche sostanziali alle legislazioni sull’IVG – in un senso o nell’altro – arrivano a colpi di giurisprudenza, non possiamo dimenticare che anche in questo caso la sentenza è stata emessa in seguito all’azione presentata due anni fa dalle attiviste di tre diverse organizzazioni femministe, Miriam Ernest Tejada della Coalizione Nazionale delle Donne dell’Ecuador, Olga Gómez de la Torre della Fondazione Desafio e da Katherine Obando Velásquez del Fronte Ecuadoregno per la Difesa dei Diritti Sessuali e Riproduttivi. Sembra un piccolo passo avanti, ma in un paese in cui sono più di 2000 all’anno le bambine che partoriscono a seguito di uno stupro, questa vittoria potrà avere un impatto reale sui corpi e sulle vite di molte di loro. 

Scendendo più a Sud, lungo la Cordigliera delle Ande, approdiamo infine in Cile, laboratorio politico di resistenze intrecciate, che da un anno e mezzo a questa parte infiammano Santiago e tutto il resto del paese. L’incipit della rivolta cilena viene individuato nelle proteste di giovani e studentə dell’ottobre 2019 contro l’aumento del prezzo del biglietto dell’autobus, trasformatesi presto in una massiva sollevazione popolare contro tre decenni di politiche neoliberiste. E, tuttavia, anche quelle prime proteste si sono a loro volta innestate sul terreno fertilizzato dalle mobilitazioni studentesche e dai grandi scioperi femministi degli anni precedenti, il cui apice è stato il mayo feminista, il maggio femminista del 2018. 

A un anno e mezzo dall’accendersi della miccia, il grande processo unitario di insurrezione ha innescato un cambiamento che sembra irreversibile, e che ha portato al plebiscito dell’ottobre 2020 per la convocazione di un’assemblea costituente, e alle elezioni di maggio dell’assemblea, che hanno visto una schiacciante vittoria delle formazioni di sinistra. La componente femminista è stata largamente presente in tutte le fasi di questo processo politico, trasversale alle diverse organizzazioni e partiti, senza mai diluire le proprie analisi e le proprie rivendicazioni, e producendo interessanti riflessioni sulla dialettica tra movimenti e istituzioni, e sulla necessità di stabilire un’ imprescindibile continuità tra le strade e le urne. La Coordinadora Feminista 8M, infatti, ha proposto una propria Plataforma Feminista Costituente y Plurinacional, con una serie di candidate, molte delle quali sono state elette nell’assemblea costituente, che si è posta l’ambizioso obiettivo di tradurre anche sul piano giuridico e istituzionale la rottura che si è prodotta nelle piazze rispetto alla Costituzione di Pinochet.

Come si inserisce la questione dei diritti riproduttivi nella battaglia del popolo cileno per farla finita (davvero) con Pinochet? Se abbiamo conosciuto in tutto il mondo la potenza delle donne e delle soggettività dissidenti cilene a partire dalla performance Un violador en tu camino – inno mondiale del femminismo nato come denuncia dell’utilizzo della violenza sessuale come arma di repressione politica da parte della polizia durante le proteste dell’autunno cileno -, non possiamo dimenticare l’importanza che ha in Cile anche la lotta per l’aborto libero, accessibile e gratuito. Fino a qualche anno fa, infatti, il paese aveva in materia una delle legislazioni più repressive al mondo, risalente proprio alla dittatura di Pinochet e fortemente sostenuta dalla Chiesa cattolica, che vietava l’aborto in qualunque caso. Si stima che gli aborti clandestini e autogestiti – quasi tutti eseguiti tramite l’assunzione di misopristolo acquistato sul mercato nero, oppure viaggiando all’estero – raggiungessero picchi di 120.000 all’anno. Dal 2017 una cauta svolta ha allineato il Cile con tutti quei paesi che relegano l’IVG a una procedura eccezionale, limitandone fortemente l’applicazione a quei casi in cui risulta più evidente la violenza di una gravidanza indesiderata: in seguito a uno stupro, per gravi malformazioni fetali o per rischio di vita della gestante. 

Eppure, anche in Cile l’onda verde non si arresta. Il movimento femminista, infatti, non ha abbassato la guardia e si è ciclicamente riversato nelle piazze – com’è successo per esempio nel luglio 2019, qualche mese prima dell’insurrezione di ottobre – chiedendo a gran voce il diritto all’autodeterminazione riproduttiva. A gennaio del 2021, finalmente, è iniziato all’interno della Commissione parlamentare delle donne e dell’equità di genere un dibattito a proposito dell’approvazione della proposta di legge per la depenalizzazione dell’aborto fino alla quattordicesima settimana di gestazione, anche al di fuori delle circostanze “eccezionali” previste dalla legislazione attuale. La proposta di legge di cui si discute, che punta a modificare gli articoli del codice penale, si ispira a quella scritta collettivamente dal basso all’interno del Tavolo Azione per l’Aborto e sostenuta da alcune deputate della sinistra.

Il 2021 sarà l’anno dell’aborto legale anche in Cile? Lə compagnə cilenə stanno provando a stravolgere tutto, a fare i conti con il passato, a immaginare delle alternative al sistema predatorio ed estrattivista neoliberista, che significa molto concretamente precarizzazione della vita, drammatiche diseguaglianze sociali e razziali, mancato accesso a diritti fondamentali quali la sanità e l’istruzione – se non attraverso la schiavitù del debito.

La battaglia per il diritto all’autodeterminazione riproduttiva rientra pienamente nell’alveo delle lotte contro il sistema neoliberista, partiarcale e razzista, e a queste si intreccia, perché se l’aborto non è legale, se non è gratuito e accessibile per tuttə, a morire di aborti clandestini o a diventare madri senza desiderarlo continueranno a essere soprattutto coloro che già vivono altre forme di oppressione, dettate dalla classe e dalla razza.

Post a Comment