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Secessione o Autodeterminazione? Uno sguardo sulla situazione catalana

Ogni volta che mi trovo ad esprimere la mia contrarietà sull’indipendenza catalana e la conseguente secessione dalla Spagna, mi viene sempre rivolta questa domanda: perché la Catalogna no e la Palestina sì? Come se le due istanze di secessione potessero essere messe sullo stesso livello. 

Partiamo, allora, dal concetto di secessione che troppo spesso si confonde con quello di autodeterminazione. La secessione è il desiderio di creare un nuovo Stato con i poteri classici di questo e con nuovi confini, nuovi territori ed una nuova integrità territoriale.  L’autodeterminazione, invece, è il diritto di scegliere da chi essere o non essere governati e come, cioè con quale forma di governo; di esercitare la propria sovranità e di essere indipendenti nelle relazioni esterne, senza per questo creare, nuovi confini rimanendo in un territorio già esistente. E mentre l’autodeterminazione, che fu il mezzo utilizzato per la decolonizzazione dei territori occupati, è riconosciuta e tutelata sia a livello nazionale che a quello internazionale, la secessione, invece, non è né prevista, né protetta da alcuno strumento nazionale o internazionale. Questo chiaramente non significa che visto che non è codificata dal diritto una secessione sia per forza sbagliata ma, la maggior parte delle teorie che puntano a giustificare questo drastico provvedimento presentano delle criticità da cui, secondo me, non si può prescindere. Tutte, tranne una: l’unica che rende possibile teorizzare la creazione dello Stato della Palestina.

Iniziamo dunque ad analizzare le varie teorie sulla secessione.


La prima è chiamata Nationalistic theory e considera la secessione come un allargamento della definizione di autodeterminazione a tutt*. Per applicare il diritto alla secessione, quindi, non c’è la necessità di dover creare nuove norme, sarebbe sufficiente allargare la platea dei soggetti che hanno diritto all’autodeterminazione.Secondo questa dottrina è l’autonomia collettiva di un gruppo, infatti, a giustificare il diritto all’autodeterminazione rendendo così la secessione, una scelta. Per la Nationalistic theory, dunque, non esisterebbe una differenza tra autodeterminazione e secessione. Perché questa teoria sia operativa, però, sono necessari alcuni requisiti: le popolazioni dovrebbero infatti avere una cultura comune, una storia comune, un linguaggio comune, un luogo geografico definito e l’aspirazione a costruire un’identità politica. 

La nazione in tal modo diventa identità delle persone, identificate solo attraverso le caratteristiche della nazione stessa. E siccome anche la Catalogna rivendica caratteristiche proprie, sembrerebbe proprio questa la teoria da applicare al caso catalano. Infatti, è la teoria che più spesso i catalani rivendicano per dare corpo alla loro richiesta di secessione.

Resta il fatto, comunque, che la Nationalistic theory presenta dei limiti. La necessità, prevista da questa dottrina, che una Nazione mantenga la sua identità preservando l’omogeneità culturale ed etica, finirebbe con l’ignorare la fluidità e l’ambiguità che nascono dalle migrazioni, dai matrimoni misti, dal bilinguismo e dal multiculturalismo. Il rischio, dunque, è che legittimando questa teoria si finisca con l’incentivare la creazione di Nazioni a discapito delle minoranze che non hanno quelle caratteristiche o non si identificano nel neo-stato.

Il secondo limite della teoria è relativo alla relazione tra Nazione e territorio: i gruppi che volessero separarsi, infatti, dovrebbero poter disporre di un territorio che identifichi la Nazione ma la teoria nazionalista non prende in considerazione i problemi che potrebbero nascere dal sovrapporsi di diverse entità sullo stesso territorio. L’esempio più lampante, a questo proposito, è quello di Cipro che accoglie, al suo interno, due comunità: quella greca e quella turca. Entrambe dovrebbero essere rappresentate istituzionalmente ma a causa delle dispute politiche questo non avviene. A suo tempo, la comunità turca, per ottenere la secessione, venne aiutata direttamente da Ankara. Una volta indipendente, dunque, la comunità turca espulse tutti i greci che vivevano nella zona nord. L’isola venne divisa in due e la questione tutt’oggi rimane aperta creando solo divisioni e disagi senza soluzioni. A dimostrazione di come questa teoria non possa funzionare.

Un’altra delle teorie sulla secessione è quella chiamata Choice Theory secondo la qualenon sarebbe necessario avere una cultura omogenea o una connessione con il territorio: ogni gruppo può separarsi dallo Stato centrale purché abbia una maggioranza, concentrata in una determinata zona territoriale, che esprima questa volontà tramite un referendum. Per questa teoria, dunque, il consenso è un elemento essenziale tanto che, a fronte di un fallimento della consultazione popolare, i gruppi ancorché promotori dello stesso referendum sarebbero costretti comunque a rimanere sotto quello Stato centrale da cui hanno certo di separarsi. Anche la Choice theory potrebbe essere applicata al caso catalano perché la Catalogna ha sempre sostenuto di avere, sul suo territorio, una maggioranza favorevole alla separazione dalla Spagna. Nel referendum del 2014, però, il quorum non venne raggiunto e nel referendum del 2017 venne invalidato dal governo centrale.

Ma a parte la storia dei fatti, la dottrina politica pone una domanda: che fine fanno, in questo caso, i diritti, l’autonomia e la libertà delle minoranze costrette ad accettare una maggioranza in grado di decidere sui confini politici e geografici, sulla Costituzione e sulle regole del neo Stato? Una risposta a suo modo chiarificatrice la diede la Corte Suprema Canadese davanti alla richiesta unilaterale di secessione del Québec: il principio della democrazia e le norme che sovraintendono alla maggioranza referendaria, non possono essere gli unici principi da tenere in considerazione ma devono essere bilanciati guardando ai diritti di tutt*, comprese le minoranze. Se applicassimo questo criterio alla realtà catalana potremmo capire il perché molti di loro parlino della necessità di definire meglio quello il significato relativo ad una “chiara maggioranza”. Nel 2014, infatti, quando la Catalogna votò per l’indipendenza, il sì non superò il 35% dei voti ma di quel 35% l’80% votò a favore. Secondo la Choice theory, inoltre, l’autonomia dovrebbe essere concessa a tutti quei gruppi concentrati in un determinato luogo che, con una chiara maggioranza, chiedono di separarsi da uno stato centrale. Questo comporterebbe, però, che lo Stato, per evitare la secessione di ogni gruppo, finirebbe con l’interferire con la libertà di movimento dei cittadini per evitare che si crei una maggioranza in una specifica zona geografica, requisito per ottenere il diritto di secessione. Infine, la secessione, pensata così come nella Choice theory, potrebbe diventare una pericolosa arma che, gruppi maggioritari territorialmente concentrati in uno specifico luogo geografico, potrebbe utilizzare per ottenere diversi vantaggi.

L’ultima teoria sulla secessione è quella chiamata Remedial theory secondo cui la secessione è legittimata in quanto basata su un’ingiustizia storica come quella di un’area ingiustamente incorporata in uno Stato più grande. In questo caso, infatti, la secessione sarebbe considerata semplicemente un riappropriarsi di un territorio ingiustamente inglobato in uno Stato centrale. Secondo la Remedial theory una secessione può essere legittimata anche se viene negato ad un gruppo localizzato in una determinata area geografica, il diritto di partecipare al processo di decisione politica e l’autodeterminazione (prevista, invece, da norme internazionali); se gruppi subiscono gravi violazioni di diritti umani; e quando la pace e la sicurezza internazionale sono in pericolo.

Per poter applicare questa teoria, i secessionisti dovrebbero dimostrare la proprietà storica di quel territorio, la durata e la natura dell’ingiustizia storica e le gravi violazioni di diritti subite dalle popolazioni che abitano l’area. Principi e criteri che non trovano ragione nella richiesta indipendentista della Catalogna che ha sempre fatto parte del regno spagnolo; non è stata inglobata in nessun territorio; i catalani non sono vittime di violazione di diritti umani per la loro cultura o la loro appartenenza ad una comunità particolare ma anzi, la loro lingua, la loro storia e la loro cultura è riconosciuta e diffusa a livello nazionale ed internazionale. La Remedial theory, invece, si adatta perfettamente alla situazione in Palestina dove a partire dal 1948, dopo la creazione dello Stato di Israele e l’inizio dell’occupazione dei territori abitati dai palestinesi da parte del neo-Stato, i cittadini arabi non solo sono sempre stati sottorappresentati nel processo di decisione politica, non solo a loro è stata negata quell’autodeterminazione prevista, invece, da norme internazionali, ma hanno subito gravissime violazioni di qualsiasi diritto umano sancito da qualsiasi strumento internazionale. Nel corso degli anni, infatti, la comunità internazionale ha assistito sia all’utilizzo ripetuto ed immotivato della forza da parte israeliana contro i palestinesi per sgomberare coattivamente i territori, sia a repressioni feroci di proteste pacifiche, portate avanti dai palestinesi ma finite nel sangue.

Tornando, dunque, alla catalogna, quale che siano le ragioni, seppur validissime, per desiderare e chiedere la separazione dallo Stato centrale spagnolo, non bastano a mio avviso a giustificare un’azione così forte che non solo andrebbe a creare nuove frontiere e nuovi confini ma metterebbe in difficoltà i catalani stessi. È vero che la Spagna si troverebbe a perdere in un colpo solo il 20% delle proprie entrate, ma la stessa Catalogna, appena nata, si troverebbe completamente priva di tutto quell’apparato di servizi e di welfare con cui la Spagna assicura la tutela dei * più bisognos*. Senza contare che i tempi di transizione e di creazione di nuove strutture pubbliche non potranno essere brevi e questo peserà per un tempo più o meno lungo, su tutti * cittadin*.

In più, cosa non secondaria visto l’attuale sostegno economico erogato fino ad oggi per sconfiggere il Covid, la comunità autonoma si ritroverebbe momentaneamente fuori dall’Unione Europea (e con la Brexit stiamo vedendo tutte le difficoltà che quest’uscita comporta), o comunque, nel migliore dei casi, in una situazione quantomeno ambigua che genererebbe caos e disagi, dopo una pandemia globale che ha messo letteralmente in ginocchio tutta la Nazione.

È chiaro, dunque, come le due istanze indipendentiste, quella catalana e quella palestinese, non siano minimamente paragonabili. Da una parte abbiamo un popolo che è stato cacciato dalle proprie terre, occupate ingiustamente dal neo-Stato di Israele; un popolo che non è nemmeno riconosciuto dall’intera comunità internazionale. Dall’altra abbiamo una comunità già autonoma con un proprio apparato politico, economico e normativo, che viene riconosciuto da tutta la comunità internazionale, con una propria lingua ed una propria cultura anch’esse riconosciute ufficialmente.

Concludendo, la differenza dei motivi avanzati dai secessionisti catalani da quelli che giustificano la secessione e l’indipendenza della Palestina è profonda e inconciliabile: riconoscere la secessione e l’indipendenza della Palestina significherebbe porre fine alle violenze o poter applicare sanzioni ufficiali nel caso Israele violasse ufficialmente le norme riconosciute dal diritto internazionale. Riconoscere la secessione catalana, invece, non solo significherebbe arrecare un danno economico a indipendentisti e non, ma vorrebbe dire mettere a rischio i diritti delle minoranze e mettere in difficoltà chiunque non si rispecchi nei valori promossi dagli indipendentisti.

Sono Alice Regis, studentessa ed attivista per i diritti umani. Mi sono sempre occupata di attivismo con diverse ONG tra cui Greenpeace,Bridge to Better e Amici dei popoli. Attualmente sono la Referente Attivismo di Amnesty International Lazio e mi occupo di gestire gli attivisti sul territorio regionale

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