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DDL Zan: una legge pluralista

DDL Zan: una legge pluralista

Il DDL Zan è al centro di uno scontro non solo politico, ma anche culturale: viene attaccato rivolgendogli principalmente due capi di accusa. Il primo fa leva sull’inutilità della legge, dal momento che le aggravanti per futili motivi già esistono; il secondo va oltre e afferma addirittura la dannosità della legge, in quanto limiterebbe la libertà di espressione. Tuttavia, tali attacchi sono infondati e il DDL Zan risulterebbe invece un baluardo culturale contro le discriminazioni, nel pieno rispetto della polifonia di voci che musicano una società pluralista.

Il clima di intolleranza che si respira ormai da anni in Italia ha reso questa legge necessaria. Le aggressioni a sfondo omobitransofobo sono all’ordine del giorno e promuovere il rispetto verso la comunità LGBT+ è uno degli scopi culturali di cui questa legge si prefigge il raggiungimento. La professoressa Luciana Goisis, docente di diritto penale all’Università di Sassari, intervistata da Jacopo Rosatelli per il manifesto, afferma come l’approvazione del DDL Zan sia essenziale, poiché l’aggravante per futili motivi «non è in alcun modo in grado di cogliere la specificità delle manifestazioni d’odio di cui si sostanziano gli hate crimes».

La proposta di una nuova legge scaturisce sempre da delle esigenze che si fanno presenti entro una certa cornice storica e si va quindi a rispondere ad un’urgenza che si svela in un determinato periodo e con delle determinate peculiarità. L’ondata sempre crescente di odio verso certe categorie, così come la mancanza di tutele delle persone più fragili, ha spinto il PD alla presentazione di questo disegno di legge, che dovrà essere discusso in parlamento. Quello firmato dall’onorevole Alessandro Zan è il sesto tentativo per promulgare una legge contro i crimini d’odio verso la comunità LGBT+, a riprova del fatto che una legge nasce per andare incontro a delle esigenze resesi manifeste e riparare così una certa situazione sociale compromessa.

Ovviamente, quando si approva una legge, si va incontro ad una limitazione delle libertà. Questo avviene per qualsiasi legge, ma il retropensiero del legislatore è quello di trovare un giusto mix di valori, che necessariamente entrano in conflitto. Persino tra uguaglianza e libertà, sebbene inizialmente ci può essere una congiunzione, vi è un’incompatibilità di fondo. In questo caso, si fa una scelta di priorità e si afferma che la salvaguardia di coloro i quali vengono discriminati per sesso, genere, identità di genere e orientamento sessuale viene prima della libertà altrui di insultarli o aggredirli – perché di questo si tratta, non viene condannata l’idea che il matrimonio sia solo tra uomo e donna o che le coppie omosessuali non possano adottare. Il DDL Zan, sulla scia dell’articolo 3 della Costituzione Italiana, rimescolerebbe quindi il rapporto tra uguaglianza e libertà, sostenendo a gran voce che non si può essere discriminati per ciò che si è: dal momento che non tutti si trovano nelle stesse condizioni di partenza, si fa necessaria una legge che garantisca i diritti civili e umani a chiunque.

Vediamo allora cosa dice il disegno di legge. Innanzi tutto, vengono fornite le definizioni di sesso, genere, identità di genere e orientamento sessuale. Negli studi di genere, si è molto dibattuto a proposito di queste tematiche e finalmente una legge metterebbe per iscritto a livello giuridico la differenza tra questi termini. Judith Butler, in Questioni di genere, scritto nel 1990, individuava già un “paradigma classico” per cui il sesso veniva individuato come qualcosa di biologico, a contrario del genere che veniva fatto corrispondere ad una creazione culturale, costruito in relazione mimetica al sesso; la filosofa statunitense tentava perciò di decostruire questa concezione, sostenendo come il genere non fosse qualcosa di statico, bensì di performativo. Il binarismo di genere, scrive Maya De Leo in un libro di recentissima pubblicazione intitolato Queer. Storia culturale della comunità LGBT+, si instaura in maniera così rigida a partire dal Settecento, quando vengono affibbiate forza e attività al genere maschile, mentre quello femminile si caratterizza per debolezza e passività; si rimarca quindi come l’opera di Butler vada verso il superamento di questa dicotomia.

In questa direzione si muove anche la definizione che ne dà Zan: «per genere si intende qualunque manifestazione esteriore di una persona che sia conforme o contrastante con le aspettative sociali connesse al sesso». Si afferma sì che c’è una costruzione culturale del genere imitativa del sesso, ma nondimeno si definisce con genere la manifestazione, dunque qualcosa di performativo.

Il DDL Zan, sulla scia dei gay rights bills – andati diffondendosi a partire dagli anni ’70 negli Stati Uniti (cfr. De Leo) –, recepisce l’importanza dei diritti LGBT+ e, se venisse approvato, inserirebbe nel diritto penale dei provvedimenti contro le discriminazioni verso questa categoria, oltre a quelle legate alla presunta superiorità razziale e alla religione già presenti. Il testo della legge, infatti, dopo le definizioni, prosegue apportando delle modifiche agli articoli 604 bis e ter, che riguardano i reati di propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica e religiosa. Il DDL Zan estenderebbe pertanto il reato anche laddove le discriminanti siano fondate sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità. Sicché, non si tratta di una legge scritta ex novo, ma si allaccia alla legge Mancino, venendo a colmare un vuoto. Così come non si possono propagandare idee fondate sulla superiorità della propria razza e non si può istigare a delinquere per motivi etnici o religiosi, allo stesso modo non si potrebbe per i motivi sopra indicati.

Si nota allora come la limitazione della libertà sia davvero minima e si tratta perlopiù della limitazione della libertà di incitare all’odio. Si rivelano sterili, pertanto, le polemiche suscitate da molti esponenti politici di destra, i quali affermano che, se dovesse passare questa legge, non si potrà più dire niente e si rischierà di essere condannati per le proprie opinioni o persino per la propria dottrina morale-religiosa. Niente di più sbagliato: il DDL Zan spiega chiaramente che sono condannate solo quelle espressioni che determinano il concreto pericolo di atti discriminatori o violenti. Intendiamoci: sostenere che «bisognerebbe epurare la società uccidendo i gay perché sono contro-natura» non rientrerebbe tra la libera espressione di convincimenti, mentre sostenere che «gli omosessuali non dovrebbero sposarsi perché il matrimonio è tra uomo e donna e questi sono gli unici due generi che Dio ha creato» si annovererebbe proprio tra le opinioni legittime. Non si può parlare quindi di reati di opinione, perché oggetto della legge sono i discorsi responsabili direttamente di aver fatto scaturire violenze nei confronti di altre persone.

Il DDL Zan sarebbe quindi una legge a tutti gli effetti pluralista. Si assicurerebbe un set valoriale di fondo indisponibile – ovvero che non può essere messo in discussione –; in questo modo, sarebbe garantita la libertà di espressione, così come i convincimenti religiosi qualora non travalichino nella determinazione di atti discriminatori o violenti. Non si condanna perciò l’opinione, bensì l’azione vera e propria. Si tratta di una legge pluralista perché permette la libera circolazione di idee, se espresse in un modo democratico e se non veicolano messaggi di odio e di sopraffazione verso gli altri.

Anche la condanna stessa si inserisce in una cornice giuridica più progressista. Il fine della pena non è quello di restituire un male a chi l’ha commesso, né quello di far espiare una colpa, bensì è quello dell’emenda: si fa in modo, cioè, che chi venga condannato attraverso la legge Zan abbia l’opportunità di comprendere l’errore e rendersi migliore. Nella legge, è infatti prevista la possibilità di recuperare il reo con un lavoro sulle emozioni e i sentimenti irrazionali. Che ci sia un legame tra omofobia ed irrazionalità era stato messo in luce già nel 1920 dallo psichiatra Edward Kempf, il quale – spiega sempre Maya De Leo in Queer – con l’espressione homosexual panic mise in relazione l’omosessualità latente con l’avversione per l’omosessualità stessa. Pertanto, si rivela fondamentale lavorare su più livelli – ad esempio educazione, istruzione e media – per contrastare queste risposte irrazionali. Proprio per questo si istituirebbe un piano triennale di contrasto alle discriminazioni e si indirebbe per il 17 maggio la giornata contro omofobia, lesbofobia, bifobia e transfobia, in modo da educare al rispetto e all’inclusione.

Le obiezioni non trovano quindi ragion d’essere. La legge Zan garantirebbe la sussistenza di quella molteplicità di idee che caratterizza l’istituzione democratica e salvaguarderebbe le categorie più fragili: la qualità della vita dei soggetti più deboli rimane uno dei criteri più importanti per uno Stato che voglia dirsi pienamente pluralista.

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