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Giovani Sfaticati

Giovani sfaticati, che fatica l’Italia!

Beth è una ragazza londinese. È nata e cresciuta in Inghilterra, ha da poco iniziato l’università e vorrebbe uscire di casa. Per potersi pagare una camera ha bisogno di un lavoro.

Dal suo cellulare apre un’app, seleziona la propria area ed ecco che le appaiono tutti gli esercizi in cerca di staff. Ha bisogno di tempo per lo studio, perciò sceglie di visualizzare solo lavori part-time.

Ne trova uno interessante, è un pub che cerca bartender, l’orario le è comodo e la paga è buona. Contatta il posto ed il giorno dopo si presenta al colloquio, fa buona impressione con il manager, che decide di assumerla.

Le arriva il contratto per email: sono segnate le ore di lavoro previste, il compenso e le ferie pagate che le spettano. La percentuale di tasse viene dedotta direttamente dallo stipendio, che riceverà sul proprio conto bancario. Se un domani volesse lasciare il lavoro dovrebbe farlo sapere con un tempo di anticipo stabilito, lo stesso vale per gli esercenti nel caso la dovessero licenziare.

Dopo aver firmato Beth può iniziare a lavorare, dall’applicazione del locale controlla i propri turni e le ore accumulate. Quando le chiedono di fare degli extra sa che questi saranno conteggiati.

Un mese dopo è in grado di pagarsi l’affitto.

Questa breve storia, seppur inventata, può rappresentare la normalità in diversi paesi europei.

Se la studentessa fosse nata in Italia suonerebbe surreale.

Uno dei luoghi comuni che si sente da sempre è quello dei giovani sfaticati. Nel nostro paese questo sentimento traspare dalle politiche rivolte ai ragazzi: istruzione e lavoro giovanile sono settori spesso non considerati a sufficienza, così come il potenziale umano degli adulti di domani.

Osservando i dati del rapporto Education and training monitor 2020, realizzato dalla Commissione europea, si nota come l’Italia sia uno dei paesi con la spesa per l’istruzione più bassa dell’UE; soprattutto quella terziaria, nettamente inferiore agli standard europei, sia in percentuale di PIL (0,3% contro 0,8%) che di spesa pubblica per l’istruzione (7,7% contro 16,4%).

Gli studenti non risultano essere una priorità del nostro tessuto sociale, i giovani lavoratori non sono da meno: I dati Eurispes del Rapporto Italia 2019 indicano come la fascia più esposta ad un lavoro senza contratto sia quella tra i 18 ed i 34 anni. Dall’indagine è risultato che il 58% dei 18-24enni ed il 34,7% dei 25-34enni intervistati aveva lavorato senza contratto nell’anno precedente.

Essere pagati in contanti, magari con un contratto da poche ore, è la normalità. In altri paesi dell’UE non si può nemmeno iniziare a lavorare senza aver firmato un contratto. Mettere a confronto realtà lavorative di diversi posti può essere ingannevole, viste le complesse logiche economiche, ma non serve ragionare in termini di stipendio. Il confronto può far riflettere sulle condizioni che accompagnano qualsiasi impiego e come queste possano valorizzare e tenere in considerazione la persona quando ben strutturate; screditarla e creare frustrazione se disorganizzate.

Io stesso ho fatto esperienze lavorative sia in Italia che all’estero, nell’ambito della ristorazione. Questo tipo di posizioni comportano una fatica fisica e mentale notevole in entrambi i casi, ma la considerazione che viene posta sull’impiegato è completamente diversa. Sentirsi rispettati e tutelati non rende il lavoro meno stressante, ma la soddisfazione che si prova fine turno, coscienti del rispettivo merito, diventa un carburante che spinge ad impegnarsi ed acquistare ogni giorno maggior consapevolezza delle proprie forze.

Molte volte la tendenza del nostro paese a svalutare i più giovani, forse anche per il forte processo di senilizzazione in atto, supera quella di avanzare richieste e fare pressioni sul governo in nome di una svolta che possa migliorare la situazione per tutte le fasce d’età.

I ragazzi, che non trovando impieghi comuni se ne inventano di nuovi, ultimamente sempre più correlati alla creazione di contenuti in rete, vengono spesso criticati: dovrebbero “andare a lavorare”. Un approccio di questo tipo alle nuove categorie di lavoratori testimonia di per sé una chiusura alla modernità, ma rivela anche la cecità dell’Italia nei confronti di tutti i giovanissimi che negli ultimi anni hanno conquistato ruoli centrali negli ambienti artistici.

Eppure dando un’occhiata alle classifiche di Spotify o al catalogo di Netflix, si può facilmente notare come i protagonisti della scena siano per lo più “pischelli”.

Le potenzialità del Recovery Fund e le parole di Draghi nei confronti dei giovani offrono un barlume di speranza, ma la situazione attuale rimane problematica. La pandemia ha evidenziato le lacune di un sistema che arrancava da anni; tutti quei lavoratori senza contratto e la mancata digitalizzazione della scuola non sono certo una novità.

Personalmente non ho alcun dubbio sulle potenzialità dei ragazz*, in ogni incontro mi stupisco di quante passioni animino ciascuno di noi, ognuno con i propri interessi, come tanti piccoli big bang creatori di cosmi variopinti e singolari, interconnessi tra loro. Per alimentare questo fuoco serve però un vento di novità, e se l’aria del belpaese risulta statica, forse è arrivato il momento di metterci a soffiare.

Comments (2)

  • Chiara

    Favoloso focus
    Congratulazioni !

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  • Alex

    la triste verità

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