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Wangari Maathai, premio Nobel per la Pace

Quando il canto della terra passa per le voci delle donne: Wangari Maathai e il Green Belt Movement

Immagine in copertina di: ilpuntoquotidiano

“Oggi ci troviamo di fronte a una sfida che richiede un cambiamento nel nostro pensiero, in modo che l’umanità smetta di minacciare il suo sistema di supporto vitale. Siamo chiamati ad aiutare la Terra a guarire le sue ferite e nel processo guarire le nostre – anzi, ad abbracciare l’intera creazione in tutta la sua diversità, bellezza e meraviglia. Questo accadrà se comprendiamo la necessità di ravvivare il nostro senso di appartenenza a una famiglia di vita più ampia, con la quale abbiamo condiviso il nostro processo evolutivo”.1

È il 10 dicembre 2004, quando la biologa, attivista politica e ambientalista Wangari Muta Maathai circonda il pubblico della Oslo City Hall con tali parole. Essa è la prima donna africana a vincere il Premio Nobel per la Pace.

Durante la cerimonia, il suo discorso affronta questioni cruciali e necessarie, oggi, come ieri, e, con ogni probabilità, domani: l’inevitabile intersezione tra le condizioni ambientali e il benessere dei suoi abitanti e delle sue abitanti; l’auto-potenziamento e la consapevolezza delle proprie capacità, come fattori che incidono profondamente sulle possibilità economiche e sociali dei singoli e delle comunità; l’esigenza di concretizzare i valori di giustizia, integrità e trasparenza, tanto nelle forme di governance politica quanto nelle relazioni quotidiane, che ciascuno e ciascuna mette in atto.

La celebrazione nella capitale norvegese appare come il coronamento di un percorso impetuoso – ben lungi, tuttavia, dal costituirne il termine – in cui all’attività di risanamento ambientale si intrecciano le lotte di giustizia sociale, di emancipazione femminile e di militanza politica, ove nella peculiarità di un’esistenza si riflettono le voci di una collettività e gli influssi di un contesto, di un pianeta, feriti, ma pronti a guarire.

No more English tea

Maathai nacque nel 1940 a Ihithe, negli altopiani centrali del Kenya, da una famiglia contadina, facente parte della comunità Kikuyu.


Questi ultimi rappresentano il gruppo etnico più numeroso del paese, la cui storia è costellata tanto da sradicamenti, sofferenze e tormenti, quanto da rivendicazioni, resistenze e conquiste. Quando, negli anni Venti del Novecento, il Kenya divenne ufficialmente una colonia inglese, le terre fertili abitate dai kikuyu furono oggetto di estirpazione e di dominio da parte dei colonizzatori, che ne assunsero il controllo e, simultaneamente, costrinsero gli e le abitanti a trasferirsi in apposite riserve, relegate nelle zone meno produttive. Oltre a ciò, da un lato, al fine di poter attrarre manodopera, introdussero un sistema di tassazione, dall’altro, per limitare la mobilità dei locali, istituirono uno strumento di identificazione, definito kipande, un borsellino contenente le informazioni identitarie e la storia lavorativa dei soggetti, i quali erano obbligati a portare sempre con sé durante gli spostamenti.

La reazione dei kikuyu a tali dinamiche non si fece attendere, e nel 1924 venne istituita la Kikuyu Central Association, un’organizzazione rappresentativa della comunità, che assunse il compito di mediare le relazioni con l’amministrazione britannica e i chief locali. In tale contesto iniziò a farsi strada una delle figure cardine della rivolta Mau Mau, nonché futuro presidente del Kenya indipendente, il Baba Taifa (Padre della Nazione), Jomo Kenyatta.

Con l’intensificarsi della meccanizzazione dell’agricoltura e la conseguente espulsione dei lavoratori kenyoti dalle terre occupate dagli inglesi, prese avvio un’intensa azione di resistenza e di opposizione al dominio coloniale, sviluppatesi, inizialmente, tra i soli kikuyu, e, successivamente, diffusasi nel resto del paese, che, nel 1952, culminò nella ribellione dei Mau Mau. Gli inglesi misero immediatamente in atto le misure necessarie a reprimere il dissenso, proclamando lo stato di emergenza, macchiandosi di innumerevoli uccisioni sommarie, inviando truppe dalla metropoli, e rinchiudendo la popolazione in campi di detenzione.
Tuttavia, le rivendicazioni indipendentiste dei protagonisti e delle protagoniste della resistenza portarono il Kenya, nel dicembre del 1963, a ottenere, ufficialmente, la sovranità.


Lacrime di resina

Gli eventi sopra descritti scandirono anche l’esistenza di Maathai, che, dai ruscelli pieni di girini della sua infanzia, approdò, dapprima, al collegio cattolico di Santa Cecilia, gestito da suore missionarie italiane, e alla prestigiosa Loreto High School di Limuru, per poi trasferirsi, grazie a una borsa di studio, all’Università di Pittsburgh, ove si laureò in biologia.



Gli anni Settanta furono un periodo decisivo per il futuro di Wangari, poiché, come essa afferma in “La Religione della Terra” (2011), la congiuntura di molteplici avvenimenti la portò a scontrarsi con numerose problematiche, legate alle condizioni di degradazione in cui vertevano gli ecosistemi del Kenya – a causa, ad esempio, della progressiva riduzione delle foreste, le cui piante venivano sempre più sacrificate, al fine di poter soddisfare i bisogni dell’industria del legno, dell’estremo inquinamento dell’acqua, della perdita della biodiversità, e dell’introduzione dell’agricoltura commerciale, che aveva sostituito la coltivazione di colture alimentari domestiche – e di elaborare potenziali soluzioni, che divennero il nucleo fondativo della sua susseguente attività.
Essa si rese conto, infatti, di quanto le ferite dell’ambiente, del suolo e della sua terra, fossero profondamente connesse alla povertà economica, ai conflitti politici e alle condizioni di ingiustizia sociale, che stavano tempestivamente toccando gran parte della popolazione, specialmente le donne.

Queste ultime, in quanto soggetti che assumevano un ruolo fondamentale come custodi della terra e della famiglia – basti pensare che, tra i kikuyu, sette dei dieci prodotti agricoli principalmente diffusi in Kenya erano coltivati da donne- erano anche le prime a essere colpite dalle implicazioni dei danni ambientali: poiché l’ecosistema in cui erano immerse era stato distrutto, saccheggiato e mal gestito, esse erano, ad esempio, costrette a percorrere sempre più vasti territori al fine di trovare acqua pulita, risorse per il sostentamento e legna per cucinare.
In particolare, fu in occasione della prima conferenza delle donne delle Nazioni Unite, tenutasi a Città del Messico, nel 1975, che Maathai ebbe l’opportunità di confrontarsi con la realtà delle delegate provenienti dalle aree rurali del Kenya, e di intrecciare la questione ambientale alla condizione e all’emancipazione femminile. Quando costoro le confidarono le intense problematiche che stavano affrontando, essa elaborò una risposta, che, con il tempo, verrà assunta a simbolo della lotta ambientalista; poiché la terra kenyota era stata deteriorata, la sua proposta fu di curarla piantando alberi.

A tal proposito, Wangari scrisse: “Quando spiegai alle donne delle campagne i benefici offerti dagli alberi, per esempio che arginavano l’erosione del suolo migliorandone la fertilità, fornivano legna per alimentare il fuoco e foraggio per il bestiame […] capii di aver scoperchiato un vaso di Pandora. Dietro un problema ambientale, scoprii che ce n’erano altri che bisognava risolvere” (La Religione della Terra, 2011, p. 21).


La religione della Terra

Due anni dopo Maathai fondò il Green Belt Movement, un’organizzazione scaturita dalle fila della società civile, che coniuga attività di preservazione dell’ambiente, degli ecosistemi e della biodiversità, a un’opera di educazione civica, di costituzione di spazi democratici e di miglioramento delle condizioni sociali, economiche e politiche delle comunità.
I principi cardine del movimento sono riassunti dalle cosiddette “Tre R” – ridurre, riusare, riciclare-, dai precetti etici e morali, che possono essere colti negli insegnamenti religiosi e nelle tradizioni spirituali, come il cristianesimo e l’ebraismo, e dai concetti di auto-potenziamento e auto-miglioramento, attraverso cui i singoli e le comunità sono portati a sviluppare fiducia nelle proprie potenzialità, al fine di allontanarsi da posizioni di dipendenza e condizioni di inerzia.

Secondo la biologa, infatti, la popolazione del Kenya era stata storicamente persuasa che la mancanza di risorse economiche e materiali avesse come inevitabile conseguenza l’impossibilità di affrontare le sfide dell’esistenza, attraverso la conoscenza e lo sviluppo delle proprie capacità.
Per tali ragioni i e le partecipanti furono, fin dall’inizio dell’esercizio del GBM, parte integrante della soluzione.
Era necessario, pertanto, che costoro cogliessero e sviluppassero la mole di potenziale posseduto, che si riappropriassero del potere di agire, di cambiare, di elaborare la propria storia, e di narrarla, al fine di eccedere la rappresentazione stereotipata, di cui erano le comparse.
La scrittrice Chimamanda Ngozi Adichie definisce le implicazioni di quest’ultima come “the danger of a single story”: essa ha, infatti, il potere di ridurre contraddizioni e complessità a una narrazione oggettivante, coerente e semplificatoria, minante la dignità delle persone. In essa figuravano soltanto bambini dal ventre gonfio per l’inedia o combattenti coinvolti in conflitti, dall’alba dei tempi. Era ora di svelare molteplici altre storie.



Solo il vento ci piegherà

Penso che quando parliamo della posizione delle donne in Africa e vediamo quanto sia miserabile, spesso ci dimentichiamo che queste donne infelici sono sposate con uomini infelici. Sono oppressi insieme, ed è solo un piccolo gruppo di élite della classe medio-alta africana che può dire di aver migliorato la condizione della donna. Ciò che io vorrei realmente vedere non è solo un miglioramento della condizione delle donne, ma un miglioramento economico e politico dell’economia africana, così che tutti possano andare avanti”.2

La storia di Wangari Maathai si intersecò con i percorsi di numerose donne, e si issò sulla scia di atti e comportamenti di protesta che costoro operarono nei confronti dell’ordine istituito.
A partire dalle forme di dissenso, manifestate già nel periodo pre-coloniale, come il fenomeno del guturamira ng’ania, ove le donne kikuyu esponevano deliberatamente i propri corpi nudi, come strumento di insulto e di disconoscimento dell’autorità maschile; dalla partecipazione di numerose donne alla rivolta Mau Mau, donne i cui nomi sono, ad esempio, Muthoni wa Gachie, Wagara Wainana e Priscilla Wambaki; fino alle proteste delle Mamas, a cui partecipò la stessa Maathai.

Nel 1992, queste ultime, provenienti, prevalentemente, dalle zone rurali, giunsero a Nairobi per rivendicare la liberazione dei propri figli, prigionieri politici, e per manifestare il proprio dissenso nei confronti della politica governativa. Infatti, fin dal primo presidente del Kenya indipendente, Jomo Kenyatta, gli assassini e le incarcerazioni per motivi politici, le detenzioni senza processo e la brutalità della polizia erano stati utilizzati come strumenti di repressione di ogni contestazione.
L’anno precedente, tuttavia, Daniel Arap Moi, che aveva assunto la presidenza nel 1978, era stato costretto, da pressioni portate avanti dalle forze di opposizione e dai creditori internazionali, ad aprire a un sistema multipartitico.
Tuttavia, a ciò non seguì la scarcerazione dei dissidenti politici.

Pertanto, a fronte della riluttanza mostrata dal governo, le manifestanti decisero di occupare una porzione dell’Uhuru Park di Nairobi, il cosiddetto “Freedom Corner”, poiché liberata, grazie alle sollecitazioni della stessa Wangari, dalla possibilità di venir interamente occupata dalla costruzione di un grattacielo di sessanta piani. Qui, esse iniziarono uno sciopero della fame, bersagliate dalle azioni di boicottaggio della polizia. Tra i feriti, vi fu l’attivista, che venne portata in ospedale.



Ambiente e democrazia: due facce della stessa medaglia

Non era la prima volta che Maathai si scontrava con le decisioni del governo e con i suoi esponenti, che, più volte, ne sminuirono l’operato, la attaccarono in quanto donna e la minacciarono di assoggettarla alla mutilazione genitale.



Perseverante, essa riteneva che l’arte del buon governo, nell’assicurare risorse e possibilità di sostentamento, giocasse un ruolo cruciale nella lotta per la sostenibilità ambientale e per la giustizia sociale. Infatti, le disuguaglianze sociali e la privazione economica spingono i soggetti a “cercare ricchezze nel fango” e a “sfruttare a dismisura il proprio ambiente” (La Religione della Terra, 2011, p. 31-38).
A sua volta, la contesa per le poche risorse disponibili, per l’acqua e per la terra, spesso, sfocia in conflitti politicizzati, definiti, scaltramente, “antiche rivalità tribali”.
Per queste ragioni, all’alba del Ventunesimo secolo, essa decise di entrare in politica, ricoprendo la carica di sottosegretaria – nonostante le competenze professionali e l’esperienza – al Ministero dell’ambiente, delle risorse naturali e della fauna selvatica.

Wangari Maathai si spense il 25 dicembre 2011. Tuttavia, le sue parole restano, potenti, costringono a destarsi, a interrogarsi.
La sua storia, per quanto peculiare e inimitabile, è l’espressione delle battaglie che numerose donne e uomini hanno combattuto, con lei, prima, e dopo di lei.
La sua storia permette di conoscere e di cogliere aspetti molteplici e contradditori di epoche e di spiriti.
La sua storia è un inno a curare le nostre ferite.

Per quanto miliardi di persone adesso abbiano accesso alla ricchezza, alle infrastrutture e a beni materiali propri di uno stile di vita consumistico, altri miliardi vogliono lo stesso. E tutti i segnali lasciano intendere che non possiamo fornire questi standard usando i nostri attuali mezzi di produzione senza mettere a repentaglio i sistemi di vita da cui dipendono tutta la ricchezza, la civiltà e le altre specie.” (La Religione della Terra, 2011, p.110).

Bibliografia:

Hultman, T. (1992) “Africans push more ambitious environment goals”, in Africa News, vol. 21.

Presley, C. A. (1988), “The Mau Mau Ribellion, Kikuyu Women and Social Change”, in Canadian Journal of African Studies / Revue Canadienne des Études Africaines, Vol. 22, No. 3, pp. 502-527.

Tibbetts, A. (1994), “Mamas Fighting for Freedom in Kenya”, in Africa Today, vol. 41, n. 4.

Wangari, M. M. (2007), Solo il vento mi piegherà, Sperling&Kupfer, Milano.

Wangari, M. M. (2008), “An Unbreakable Link: Peace, Environment and Democracy”, in Harvard International Review, vol. 29, n. 4.

Wangari, M. M. (2011), La Religione della Terra, Sperling&Kupfer, Milano.

Sitografia:

https://www.pianteinnovative.it/2018/10/31/wangari-muta-maathai-1940-2011/

http://www.greenbeltmovement.org/

https://www.ted.com/talks/chimamanda_ngozi_adichie_the_danger_of_a_single_story?language=it

1 La traduzione è mia. Il testo originale, dal discorso tenuto da Maathai in occasione della cerimonia del Premio Nobel per la Pace del 2004, è il seguente: “Today we are faced with a challenge that calls for a shift in our thinking, so that humanity stops threatening its life-support system. We are called to assist the Earth to heal her wounds and in the process heal our own – indeed, to embrace the whole creation in all its diversity, beauty and wonder. This will happen if we see the need to revive our sense of belonging to a larger family of life, with which we have shared our evolutionary process”.

2 La traduzione è mia. Il testo originale è “I think when we talk about the position of women in Africa and see how miserable it is, quite often we forget that these miserable women are married to miserable men. They are oppressed together, and it is only a small group of elite middle-class Africans who can say that they have made it. What I’d really like to see is not just an improvement in the condition of women, but the economic and political improvement of the African economy, so that all people can move forward” (Maathai citata in Hultman, T. (1992) “Africans push more ambitious environment goals”, in Africa News, giugno, 21:1, p. 2).

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