TOP
Mose

Emergenza climatica: Possiamo sperare nel Mose?

Parlare del Mose non vuol dire soltanto parlare di una grande opera e della sua travagliatissima storia : vuol dire parlare del destino di una città ma anche ragionare su come i cambiamenti climatici possono condizionare, e forse addirittura travolgere proprio quegli equilibri, peraltro fragilissimi.

Temi e problemi connessi, intrecciati.

Dopo l’Acqua Granda- l’alluvione di due anni fa che ha devastato Venezia – tutti hanno invocato il Mose. “Speriamo che funzioni”, “Solo il Mose” ci può salvare “ e salvarsi vale a dire riprendere il modello di città turistica e turisticizzata da dove si ea interrotto. Una città diventata ormai una sorta di parco a tema nelle mani del grande business turistico affidato alle piattaforme come Booking o Airbnb e alle grandi compagnie croceristiche. Un modello che ha voluto dire soprattutto lo spopolamento della città: a Venezia vivono ormai poco più di 50 mila abitanti quando ne 1951 sempre nella città storica, c’è n’erano 171 mila, diventati 108 mila venti anni dopo.

La pandemia poteva essere vissuta come una occasione per ripensare la città secondo criteri che non fossero quelli della grande macchina turistica globale ma la parole d’ordine è stata invece “ripartenza”. Cioè riaprire esattamente come prima, come se non fosse successo nulla. E infatti sono ripartite le polemiche sul passaggio delle grandi navi. “Tutti vogliono le navi fuori dal bacino di s. Marco, ma nessuno vuole scavare i canali e si ipotizzano soluzioni come Marghera -ha tuonato il presidente di Confindustria locale Vincenzo Marinese- Finirà che gli armatori si stancheranno e andranno altrove”.

Da una parte, quindi, il diritto alla città, il ripartire cambiando logiche invocato da anni da associazioni, movimenti, centri sociali e cittadini dall’altro il proseguimento dello stesso schema basato su profitto e saccheggio dell’ambiente e dell’equilibrio naturale di industriali e commercianti. In mezzo il “diritto al lavoro” opposto all’ambiente su ci si battono i sindacati confederali perla questione porto che riguarda inevitabilmente la questione grandi navi.

In questo conflitto, su cui si gioca il futuro della città, il Mose è ancora al centro della scena.

L’ultimo atto di una storia infinita sono ste le dimissioni di Susanna Raimondo e Gianmario Paolucci, entrambi ingegneri al servizio del Mose. “La corrosione avanza e non si fa nulla. Noi ce ne andiamo” hanno detto i due. Ramundo ha aggiunto: ”Mi sono dimessa perché ho perso. Non sono riuscita a tradurre concetti tecnici banali in azioni per chi doveva decidere “.

Insomma mentre tutti – governi, Regione, Comune, industria e media nazionali e locali- vogliono il Mose, il Mose non ce la fa. Il6 luglio dello scorso anno, alle prove generali, alcune paratie si bloccano per la sabbia e, quando quattro giorni dopo per il collaudo davanti al presidente del consiglio, due ministre e l’onnipresente presidente della regione, le 78 barriere si alzano quasi tutte insieme tutti tirano un sospiro di sollievo. A dicembre la grande opera riesce a difendere la città da una marea però di 75 cm quando l’anno prima i livello era arrivato a 187, ma per ben 10 volte, dal 2000 al 2018, era stato tra i 140 ed i 150 cm. Una frequenza così alta dimostra che questo tipo di fenomeni non possono più essere considerati eccezionali. Proprio l’Acqua Granda era stata infatti la somma di vari fattori tutti concomitanti : l’intensità e la violenza della marea unita ai venti forti e alla bassa pressione.

Eventi rari ed impensabili o eventi frutto dei cambiamenti climatici causati dall’uomo ed ai meccanismi del nostro sistema economico? Scienziati, oceanografi, climatologi -pur con sfumature diverse – sono concordi sulla seconda ipotesi. Nassos Vafaidis – docente che si occupa proprio di città costiere e autore di una ricerca pubblicata su Nature- usa parole comprensibilissime: ”Per definire la situazione della città non userei la parola “drammatica “ ma la parola “grave”. Ed è proprio per ridurre la gravità che le città costiere si adatteranno e il quadro con cui lo faranno definirà l’impatto dei problemi. Ma se l’adattamento non avrà successo la parola “drammatica “ potrà diventare davvero rilevante “.

Il riscaldamento globale è responsabile dell’aumento del livello medio del mare e le attività antropiche influenzano i livelli del mare. Ma a Venezia le attività antropiche influenzano, e lo fanno pesantemente, anche su un altro problema vitale per la città :lo sprofondamento. E qui l’attività umana è il risultato delle scelte industriali ed economiche. L’estrazione dell’acqua persi industriali è stata praticata intensamente negli anni dello sviluppo di Porto Marghera e infatti dal 1950 al 1970 l suolo si è abbassato di 12 cm.

Insomma, il mare si alza, il suolo si abbassa ed i guai di Venezia sono il risultato dell’emergenza climatica. Le maree eccezionali saranno frequenti e senza intervenire su cambiamenti climatici con scelte radicalmente diverse da quelle fatte si qui Venezia rischia davvero di soccombere.

Uno studio dell’Ispra- Istituto superiore di protezione e ricerca ambientale – ci dice che dal 1872 al 2000 gli eventi eccezionali sono stati 9, dal 2000 ad oggi ben 12. Anche considerando una crescita del mare contenuta – ma comunque in linea con quanto sta succedendo grazie all’emergenza climatica – gli scenari oscillano sempre tra il grave e il drammatico. E sentire proposte come quella di scavare ancora i canali per salvare il grande business turistico delle grandi navi è sconfortante.

Sperare nel Mose, un sistema progettato negli anni ’80, cioè su di un’opera nata già vecchia e criticata fin dall’inizio un po’ a tutti i livelli, vuol dire solamente decretare la morte di una città. Ma un sistema che partorisce formule fumose come “transizione ecologica” proponendo un piano già vecchio di decenni come il Pnrr- piano nazionale di ripresa e resilienza – forse non può fare altro che aggrapparsi alle 178 paratie del Mose e alla logica delle grandi opere.

Il greenwashing e le logiche affaristiche della politica poco potranno fare contro la forza della natura.

Post a Comment