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razzismo

Non dobbiamo sconfiggere il razzismo

Non ho mai voglia di parlare di razzismo. E, devo dire, non ne conosco la reale ragione. Non ho mai  voluto indagare più di tanto. Quel che so, è che la mia mente – e di riflesso il mio corpo – nei diversi  modi possibili ripudia questo argomento. Si tratta, probabilmente, di un meccanismo di difesa che ho  sviluppato nel tempo. È un tema che mi spoglia e mi fa perdere il controllo della situazione. La ragione  viene assediata e rovinosamente sconfitta dalla bramosia delle emozioni.  

E queste, quando hanno come fonte d’origine l’argomento razzismo, hanno un terribile effetto paralizzante; mi paralizzano rendendomi poco incline ad affrontarle. 

Da autonomo centro di libertà e riflessione, regredisco a oggetto incapace di comunicare e di riflettere. 

Qualche tempo fa, così dal nulla – tecnicamente si direbbe alla “cazzo di cane”, per citare un maestro del nostro tempo – mi chiesero un parere sul razzismo.  

Avendo cura della precisione, la domanda era così posta: “Aziz, che consa ne pensi del razzismo?”. Per  un attimo gelai. Non tanto per i motivi sopra descritti, ma per la evidente ingenuità della domanda. Perché, sì, insomma, cosa vuoi che pensi del razzismo? Di certo, non penso ad arcobaleni, prati fioriti e profumi inebrianti. 

Ad ogni modo, in quel frangente, seppure paradossale, la ingenua domanda mi obbligò ad immergermi  personalmente nelle pieghe più profonde di questo fenomeno. Così, d’impulso, risposi sostenendo che il razzismo fosse un dato di fatto, con la conseguenza che fosse un fenomeno inestricabile e permanente  nella vita sociale degli esseri umani. 

A mente ferma, riflettendo su quella risposta nella sostanza sostenevo l’immortalità del razzismo. E  forse non dovrei dirlo, forse mi sbaglio, ma credo davvero che il razzismo non sia possibile sradicarlo.  Dai ammettiamocelo. Partiamo da questa consapevolezza.  

Del resto, il razzismo trae alimento e forma dai pregiudizi. E i pregiudizi ci definisco, ci appartengono, nessuno escluso. Antropologicamente, tramite il pregiudizio, negli infiniti campi del sapere, abbiamo  scoperto il mondo e continueremo a farlo. Per questo, chi sostiene di non aver un pesante bagaglio di  pregiudizi che porta con sé, tutto il giorno e tutti i giorni, mente o peggio ancora non sa di mentire. 

È un dato che discende dalla natura. E non può essere altrimenti. 

Se non conosci quella cosa, se non ti avvicini a quella cosa, proietterai su di essa delle immagini, delle  opinioni che con ogni probabilità si posizioneranno fuori-rotta rispetto alla realtà. Così capita in natura. Purtroppo per noi, senza i giusti strumenti talvolta il pregiudizio si impone e travalica la realtà. Crea  storie immaginarie, crea nemici immaginari e gli effetti sono di conoscenza comune. 

Dunque, chi s’ostina a ripetere il classico mantra del “siamo nel duemila e qualcosa e continuano a  succedere certe cose” oltre a giustificare inconsapevolmente certe pratiche solo perché successe nel  passato, non ha capito nulla.  

Il razzismo non è un fenomeno temporale. È, al contrario, strettamente umano e purtroppo naturale. Quello che vediamo succedere oggi, succederà pure domani, dopodomani e per gli anni avvenire. Quindi, per non essere razzisti non basta considerarsi tali, è semmai il risultato di una battaglia  permanente su noi stessi e su come traduciamo interiormente il mondo che ci circonda. È un’azione che  implica l’abdicazione della sfera emotiva, per dar spazio a quella razionale.  

Per citare Freud, perché ci vuole: «Dove c’era l’Es, ci sarà l’Io», che per i miei fini possiamo tradurre in  dove c’era il pregiudizio, ci sarà la ragione. Ma la ragione – qui il problema di fondo – richiede sforzo e  non tutti hanno la volontà di sforzarsi. Di questo va preso atto. Negli individui, per non parlare delle collettività, c’è più Es che Io, sebbene ce lo nascondiamo. Prendiamone subito atto, per fuoriuscire dalle accoglienti fantasie illusorie che ci costruiamo per stare bene con noi stessi.  

Il fatto di aver tentato di de-istituzionalizzare nel tempo norme e usi discriminanti, non porta con sè  automaticamente una modifica degli archetipi umani.  

A ben vedere, le istituzioni tentano di imbrigliare gli archetipi umani e sociali con la pretesa di mutarli,  ma come possiamo osservare, praticamente ogni giorno, tale pretesa viene spasmodicamente  scomunicata dai fatti. Proprio come capita in quel rapporto difficile che intercorre fra Io ed Es. 

Tutto questo, mi impone a pensare, dunque, che non dovremmo sconfiggere il razzismo. O, almeno, per  quanto mi riguarda non ho più tempo da dedicare a sconfiggere la pigrizia mentale delle persone. Credevo mi competesse, ma non è così. È e sarebbe una battaglia persa.  

A questa mia affermazione, sento le asce da guerra levarsi verso il cielo. Calma. Non è un segno di resa.  Non ho intenzione di arrendermi, tutt’altro! 

È un segno di consapevolezza, ed io credo necessaria per porci in una rotta di svolta rispetto ad un  fenomeno che continua a piegarci. 

Pur conoscendo i miei limiti, mi infilo in questa selva solo. D’altronde, non tutti hanno la fortuna di avere  da parte Virgilio che traccia il passo. Ora, se le asce sono a terra, mi spiego. 

Riduzione del danno. Prendo in prestito questo concetto che appartiene a tutt’altra disciplina. Ma  credo che possa essere, con le dovute accortezze e declinazioni, impiegata pure in questo campo. 

Fermiamoci un attimo. Ragioniano sulla rappresentazione del razzismo, seriamente. Io, personalmente,  non riesco a scollarmi dalle solite manfrine. Mi pare tutto ridotto alla grezza esibizione. La messa in  scena del dolore e della rabbia. Mi perdo, ci perdiamo in superficie.  

Diamine, eppure, si tratta di razzismo. Non dovrebbe essere superficiale la questione.  

La superficialità disumanizza, ci disorienta. Riumanizziamo, diamo volti e corpi umani ad un fenomeno  che il più delle volte rimane incastrato in modelli astratti e in slogan noiosi che hanno finito per avere  il forte odore nauseante della naftalina. 

Da soggetto afrodiscendente, l’aspetto più complesso da accettare ha a che fare con la realizzazione  che il razzismo subito, sia stato parte integrante nella definizione della propria esistenza.  Il nostro, nelle diverse ed infinite sfumature, è un approccio al mondo della collettività ricolmo di traumi.  E prima di capire che la cosa migliore da fare fosse parlarne con qualcuno, il tempo passa e il tuo corpo  cresce, con te, frastagliato da diverse ferite invisibili. Accettare la propria diversità, non è facile. Una  fatica fatale, che ti impedisce di chiedere aiuto. 

Il vivere con questi timori, ti spinge a dover ammettere a te stesso che il ricevere le varie ingiurie sia  cosa normale e quindi da accettare. Perché, in fondo, sei diverso e quindi devi subire. Il tuo posto nel  mondo è in un angolo al buio dove poterti nascondere, e apparire timidamente solo quando gli altri lo  richiedono. E tutto questo ti porta, inevitabilmente, a percepire il mondo e la vita in questo modo. Ad  aver sempre addosso una maglia di ingiustificata paura che ti obbliga a doverti chiedere ogni volta se  la tua presenza è giustificata, così come le tue azioni e nei peggiori dei casi la tua vita.  

A proposito di riduzione del danno, propongo, per questo, una forte inversione di paradigma. Non  dobbiamo sconfiggere il razzismo. Dobbiamo proteggere e tutelare chi il razzismo lo subisce. Ragionare  nell’ottica di “sconfiggere il razzismo”, per certi versi, ci paralizza nel pensiero e nell’azione. Avere a  che fare con nemici astratti non è mai facile. Ci si riduce a guardare il fenomeno, dimenticandosi delle  persone che ne subiscono l’immondo peso. Sconfiggere il razzismo mi rievoca gli alti mulini di  Cervantes, un’ illusione salvifica. Nulla di più. 

“Stop al razzismo” mi si canta e celebra. Mi si chiede scusa, come fa il leader del principale partito di  sinistra del nostro paese. Be’ sì, grazie. Ma grazie al cazzo, vi dico. 

Non basta più. Smuoviamoci. Cambiamo orientamento. Ragioniamo nell’ottica di tutelare chi il razzismo lo subisce. Ricediamo forma fisica ed umana ad un fenomeno che la sta perdendo. Implementiamo a  livello territoriale, vere e proprie strategie di riduzione del danno contro le discriminazioni. Posizioniamo  al centro l’individuo, riportiamo l’attenzione sulle vittime che ogni giorno celano il proprio dolore per  paura dei giudizi altrui. Diamo la dovuta dignità alle diverse storie di discriminazione.  

Il razzismo non sarà mai sconfitto, accettiamolo. I razzisti continueranno ad esistere, accettiamo pure  questo. Ma non per questo dobbiamo permettere che ciò vada ad incidere sulla vita delle categorie  discriminate che al momento navigano abbandonate. Ed è proprio questa sensazione di abbandono che  apre la porta al trascinarsi, da soli, certi disagi e al non avere strumenti per reagire. Perché sì, son tutti  questi gli elementi che concorrono a rendere la nostra esistenza insopportabile.  

Uno Stato. Uno Stato che si definisce di diritto non può essere complice di tutto questo. Ridurre il  danno, per quanto possibile, deve essere lo sforzo di tutti noi. Non dobbiamo sconfiggere il razzismo,  dobbiamo tutelarci a vicenda. E che sia una tutela allargata, una tutela di impegno sociale. Gettiamo i  presupposti per un vero e proprio scudo sociale, giuridico ed istituzionale.  

Programmi, progetti e costante formazione di chi svolge ruoli nel pubblico impiego. Di questo c’è  bisogno.  

Di sconfiggere il razzismo non me ne frega più nulla. A dirla tutta è una battaglia che mi vien imposta  ed io non ho più nemmeno tanta voglia di affrontarla. Son stanco di questa tematica. Però, in fondo, mi  tocca. E continuerò a farlo. 

Rendiamo questo posto istituzionalmente sicuro per chi le discriminazioni le subisce. Almeno le  istituzioni indichino la via, mentre per ciò che vi è sotto incrociamo le dita, e speriamo accolga l’esempio.  E sinceramente, finché l’esempio rimane nei nostri sogni, provo una sincera invidia per chi le dita le ha  già incrociate.

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