TOP
mariategui

Né calco, né copia: grandezza e originalità del marxismo di José Carlos Mariátegui

PARTE PRIMA

Attorno alla figura e all’opera di José Carlos Mariátegui (1894-1930) si è consolidato ormai un vasto e variegato patrimonio di ricostruzioni storiografiche e analisi interpretative. A partire dalla sua prematura scomparsa all’età di soli trentacinque anni, il suo pensiero è stato oggetto di un acceso dibattito politico culturale in America Latina. C’è chi ha voluto vedere in lui un populista piccolo-borghese, altri un fedele marxista-leninista, una guida ideologica della guerriglia maoista oppure il teorico del nazionalismo indigenista: risulta quindi ancora difficile comprendere come la sua riflessione teorica non sia riuscita a emergere su questa sponda dell’Atlantico, soprattutto se si pensa alla crescente diffusione che ormai anche in Italia stanno avendo i cultural studies1.

Mariátegui può essere considerato a tutti gli effetti uno dei precursori nell’ambito degli studi culturali: proprio a partire dalla relazione tra politica e cultura, infatti, il pensatore peruviano tesse il filo della propria produzione di giornalista, saggista, critico d’arte e politico. Inoltre leggendo Peruvianizziamo il Perù, Saggi e Opere, L’Anima mattutina, La scena contemporanea, Figure e aspetti della vita mondiale2, non si può non rimanere affascinati dalla straordinaria vastità di letture e di interventi critici che Mariátegui, nell’arco della sua breve esistenza, seppe realizzare, senza per questo negarsi a quel magistero diretto con gli amici e i compagni di lotta in cui si risolvevano non solo le sue lezioni, ma persino le conversazioni e gli incontri nella sua casa di Lima.

Nato il 14 giugno del 18943 nel piccolo villaggio di Moquegua nel Sud del Perù, da Francisco Javier Mariátegui Requejo di lontana origine basca, discendente in linea paterna dall’illustre pensatore liberale Francisco Javier Mariátegui y Tellería (1793-1884), e da una meticcia di nome Amalia La Chira, il giovane Mariátegui vive la sua infanzia in un ambiente familiare che non avrebbe potuto essere più umile. La madre, separata dal padre che José Carlos non conobbe mai, lo mantiene con il suo lavoro di sarta. Durante la fanciullezza riceve un duro colpo al ginocchio sinistro che lo porterà, ormai adulto, all’immobilità fisica e infine, alla morte il 16 aprile 1930, quando non avrà ancora compiuto trentasei anni. In questo arco vitale tanto breve quanto intenso, lo spazio che occupa l’attività teorica e politica su cui si concentrerà la sua attenzione, abbraccia solo gli ultimi sette anni di vita.

Dal 1911 al 1919, tra i 16 e i 25 anni di età, durante la sua attività giornalistica presso vari quotidiani di Lima inizia a interessarsi alle idee socialiste. Radicalismo ed anarcosindacalismo avevano costituito la sua iniziale scuola politica. Nel 1909 egli si era legato a Juan Manuel Campos, che gli aveva trovato lavoro nella tipografia del quotidiano La Prensa e l’aveva avvicinato a Manuel González Prada, che intrecciava radicalismo e anarchismo.

Mariátegui aveva partecipato alle riunioni delle associazioni libertarie La Protesta e Luz de amor; si era interessato alle opere di Prada, Kropotkin4 e Tolstoj. Due amici, Víctor M. Maúrtua e Remo Polastri Bianchi, lo avevano aiutato a comprendere Sorel. Il socialismo che animava il giovane Mariátegui aveva caratteri letterari, umanitari, si nutriva di tensioni morali e sentimentali; risentiva dell’influenza del cristianesimo evangelico e della religiosità indigena e cattolica peruviane, del moderatismo democratico e popolare, dell’elitismo radicale, dell’interclassismo anarchico e del wilsonismo. D’altra parte il socialismo non era in Perù più avanti di quello a cui era pervenuto Mariátegui. Il materialismo dialettico, anche per la scarsa diffusione che aveva nel paese l’hegelismo, vi si diffondeva lentamente, superficialmente; in forme approssimative e spurie, esso si adattava ai caratteri compositi del pensiero radicale ed anarcosindacalista e a quelli della revisione positivista loriana5.

Víctor M. Maúrtua

Era quasi inevitabile d’altra parte che in una situazione di forte arretratezza dello sviluppo capitalistico come quella peruviana la diffusione delle idee socialiste6 acquistasse una coloritura nettamente anarchica, più bakuninista e proudhoniana che marxista. Dopo aver svolto le mansioni più umili, comincia giovanissimo l’attività di giornalista, con lo pseudonimo di Juan Croniquer7.

Nel 1916 passa al quotidiano El Tiempo, dove si occupa di una rubrica dedicata ai lavori parlamentari. Collabora a diverse riviste e inizia una vasta attività letteraria, con poesie, racconti e opere teatrali. Un suo articolo che descrive una processione tradizionale viene premiato nel 1917. Nello stesso anno viene arrestato con alcuni amici dopo aver assistito alla danza notturna della ballerina Norka Rouskaya nel cimitero di Lima8.

Nel 1918, insieme agli amici César Falcón e Félix del Valle, inizia la sua prima impresa giornalistica autonoma, con la rivista Nuestra Época. Un articolo sulle spese dell’esercito provoca un’aggressione contro di lui da parte di un gruppo di ufficiali e la rivista è costretta a chiudere dopo il secondo numero. L’anno successivo fonda il quotidiano La Razón, che si schiera con le lotte operaie e studentesche. Il giornale deve ben presto chiudere e a Mariátegui e a Falcón viene offerto dal governo di Augusto Leguía che, conquistato il consenso sociale e politico con promesse democratico-popolari, nazionaliste e sostenuto dalla finanza filoindustriale nordamericana, aveva deposto con un golpe il 4 luglio 1919 il presidente José Pardo, un esilio mascherato in Europa, come alternativa alla prigione9.

Durante la sua permanenza in Europa – soprattutto in Italia – dal 1919 al 1922, studierà il marxismo e si avvicinerà al movimento comunista. Il soggiorno in Italia coincide con quell’arco di tempo che inizia con il governo Nitti e termina con la conferenza di Genova, un periodo segnato da avvenimenti come l’avventura dannunziana a Fiume e lo “sciopero delle lancette” a Torino, la sommossa di Ancona e la pubblicazione della Carta del Carnaro, l’occupazione delle fabbriche e l’assalto fascista al Palazzo d’Accursio a Bologna, il Congresso di Livorno e l’elezione di Pio IX, i vari congressi socialisti, popolari, cattolici e fascisti – senza dimenticare tutto quello che si scrive, si pubblica, si traduce. Con il suo amico e compagno di lotta César Falcón partecipa come corrispondente al Congresso di Livorno (gennaio 1921) in cui si verifica la scissione tra socialisti e comunisti. In Italia legge il quotidiano L’Ordine Nuovo «diretto – come informa Mariátegui nei suoi articoli – da due dei più notevoli intellettuali del Partito: Terracini e Gramsci»10.

Nello stesso anno, si sposa con la lucchese Anna Chiappe dalla quale avrà il suo primogenito Sandro. In Italia ha occasione di conoscere le Tesi della Terza Internazionale e, pertanto, apprende le ragioni di fondo della divisione fra socialisti e comunisti. E, insieme a questo, conosce le vicende della Rivoluzione russa del 1917, come non gli era stato possibile fare in Perù. Ma la raccolta di esperienze in terra italiana non si ferma qui. In Italia assiste alla nascita e all’espansione della marea controrivoluzionaria che porterà al fascismo, la cui vera natura non sfugge – come invece accadde a molti – al suo sguardo lucido e penetrante.

Infine, sempre nel nostro paese, conosce Benedetto Croce «la cui fama di filosofo e letterato – come scrive lo stesso Mariátegui – è grandissima, mondiale e legittima»11. La profonda stima dell’intellettuale peruviano nei confronti di Croce deriva dal fatto che a quel tempo la sua figura rappresentava il polo attorno al quale si coordinavano i diversi motivi della reazione contro il positivismo e, più in generale, contro le deformazioni riformiste o positiviste del marxismo12. Nel 1922, dopo aver assistito alla Conferenza Economica Internazionale di Genova, dove incontra Togliatti13, compie un lungo viaggio nell’Europa Centrale, visitando Austria, Ungheria, Cecoslovacchia e Germania.

Le corrispondenze inviate dall’Italia alla stampa peruviana testimoniano un interesse acuto e pensoso per il travaglio che ha vissuto il nostro paese in quegli anni, sia nelle sue manifestazioni politiche che nei suoi aspetti culturali. Al ritorno in patria queste impressioni saranno rielaborate e sintetizzate in quella Biología del fascismo14 che ancora colpisce per la precisione con cui sono colte la tipologia e la dislocazione di tutte le componenti che contribuirono all’avvento del regime. Si veda la rigorosa analisi del contenuto di classe del fascismo, il ritratto dello stesso Mussolini e del suo ripudio dell’esperienza socialista:

«il caso di Mussolini si distingue da quello di Bonomi, di Briand e di altri ex socialisti. Bonomi e Briand non si videro costretti ad abbandonare completamente la loro origine socialista. Si attennero piuttosto a un socialismo minimo, a un socialismo omeopatico. Mussolini invece, è arrivato a dire che arrossiva del suo passato socialista come un uomo maturo arrossisce delle sue lettere d’amore di adolescente. Ed è passato dal socialismo più estremista al conservatorismo più eccessivo. Non ha attenuato o ridotto il suo socialismo, bensì lo ha completamente abbandonato. I suoi programmi economici sono, per esempio, contrari a una politica di intervento, di statalismo, di fiscalismo; non comprendono un tipo di Stato capitalistico impresario, ma tendono a restaurare il tipo classico dello Stato esattore e gendarme»15.

Mariátegui sottolinea con vigore la componente irrazionalistica presente nel movimento fascista e nel suo capo, e analizza le radici ideologiche dannunziane del movimento. Emerge in questo quadro il ruolo importantissimo giocato dalla spedizione fiumana e dalla sua ideologia, il “fiumanesimo”:

«Il fiumanismo non voleva discendere dal mondo astrale e olimpico della sua utopia al mondo contingente, precario e prosaico della realtà. Si poneva al di sopra della lotta di classe, al di sopra del conflitto tra l’idea individualistica e quella socialista, dell’economia e dei suoi problemi. Isolato dalla terra, perduto nell’aria, il fiumanismo era condannato a dissolversi e a morire. Il fascismo, invece, prese posizione nella lotta di classe e, sfruttando l’avversione della classe media per il proletariato, la inquadrò nelle sue file e la portò alla battaglia contro la rivoluzione e contro il socialismo. Tutti gli elementi reazionari, tutti gli elementi conservatori, desiderosi più di un capo risoluto a combattere contro la rivoluzione che di un uomo politico disposto a venire a patti con essa, si arruolarono e si raccolsero nelle file del partito fascista. Esteriormente, il fascismo conservò i suoi tratti dannunziani; interiormente, il suo nuovo contenuto sociale, la sua nuova struttura sociale spazzarono via e soffocarono la fumosa ideologia dannunziana. Il fascismo è cresciuto e ha vinto non come movimento dannunziano, ma come movimento reazionario; il fascismo è, invece, un fenomeno eminentemente politico. Di conseguenza il condottiero del fascismo doveva essere un politico, un “duce” tumultuoso, plebiscitario, demagogico. E per questo che il fascismo incontrò il suo duce, il suo animatore, in Benito Mussolini e non in Gabriele D’Annunzio. Il fascismo aveva bisogno di un capo pronto ad usare contro il proletariato socialista il revolver, il bastone, l’olio di ricino; ma la poesia e l’olio di ricino sono cose inconciliabili e diverse»16.

Altrettanto precisa è l’analisi che Mariátegui dà del socialismo italiano, in cui viene rielaborato il giudizio dato immediatamente dopo il Congresso di Livorno inserendolo nel contesto di una crisi europea del movimento socialista. È veramente eccezionale la capacità del pensatore peruviano di cogliere e definire le due anime diverse che coesistevano all’interno del socialismo. Al di là del formale successo del Congresso di Bologna, viene sottolineata la sopravvivenza di quello spirito riformista della burocrazia di partito che emergerà pienamente nel corso dell’esperienza fallimentare dell’occupazione delle fabbriche.

Interessante e valida è la diagnosi delle ragioni della debolezza del nucleo centrista di Serrati, tra le quali viene indicata l’assenza di forti personalità, di cui invece abbondavano i riformisti. Soprattutto si mette in rilevo la mancanza di uno spazio politico intermedio tra la scelta rivoluzionaria dei comunisti e la linea dell’ala riformista. Traspare da tutto l’articolo l’ammirazione per il nuovo Partito comunista, del cui “stato maggiore” Mariátegui ricorda: «l’avvocato Terracini de l’Ordine Nuovo di Torino, il professor Graziadei, l’ingegner Bordiga»17.

Nel 1923 Mariátegui ritorna in Perù e partecipa all’Università popolare e alla rivista di sinistra Claridad. Vittima di una grave malattia, l’anno seguente i medici si vedono costretti ad amputargli la gamba destra. Da allora vivrà gli anni che gli rimangono su una sedia a rotelle. Nel 1925 fonda la casa editrice Minerva e pubblica il suo primo libro, La escena contemporánea. Nel 1926 accetta l’invito di Victor Raúl Haya de la Torre a partecipare all’Alianza Popular Revolucionaria Americana (APRA), movimento antimperialista che si presenta come una sorta di Kuomintang18 latino-americano e il cui programma si esprime in cinque punti essenziali: 1) lotta contro l’imperialismo americano; 2) unità politica dell’America Latina; 3) nazionalizzazione della terra e dell’industria; 4) internazionalizzazione del canale di Panama; 5) solidarietà con gli oppressi di tutto il mondo19.

Nello stesso anno, Mariátegui fonda la rivista Amauta, nome che nella lingua quechua, l’idioma parlato nel Tawantinsuyo, l’antico impero Inca, significa “maestro” o “sapiente” e che designava il saggio consigliere del monarca incaico. In questo modo il pensatore peruviano vuole sottolineare il legame con le radici nazionali e al tempo stesso, dare all’antico vocabolo una nuova accezione, funzionale alle esigenze di conoscenza delle nuove classi in ascesa. Su questa rivista verranno pubblicati testi di Sorel, Babel’, Pilniak, Unamuno, Toller, Barbusse, Ercoli (Togliatti), Romain Rolland, Waldo Frank, Plechanov, Vallejo, Lunačarskij, Aragon, Marinetti, Ėrenburg, Pettoruti, Freud, Bucharin, Rosa Luxemburg, Lenin, Trockij, André Breton e Maksim Gor’kij, oltre ad autori peruviani e latinoamericani. A questa si affianca il quindicinale Labor, più direttamente legato all’intervento politico.

Nel 1927, la polizia del regime di Leguía denuncia una presunta “cospirazione comunista” e Mariátegui viene arrestato insieme ad altri intellettuali e lavoratori militanti. Dopo la sua scarcerazione nel 1928, rompe con Haya de la Torre20. Oltre che essere espressione di una più coerente prassi politica, il distacco del pensatore peruviano dall’APRA rappresenta la manifestazione di una maturazione ideologica che segna la sua definitiva acquisizione dei fondamenti della dottrina marxista, il che lo induce di conseguenza ad abbandonare l’idea di un illusoria alleanza interclassista con il partito di Haya de la Torre, ancora attaccato ad un idea del socialismo piccolo borghese e democratico-populista.

Il 7 ottobre 1928 a Barranco, nei pressi di Lima, Mariátegui insieme a Julio Portocarrero, Avelino Navarro, César Hinojosa, Fernando Borja, Ricardo Martínez La Torre e Bernardo Regman fonda il Partito socialista peruviano (PSP), che un mese dopo la sua morte si trasformerà in Partito Comunista Peruviano e chesi affilierà all’Internazionale comunista.

Sulla base dei sei punti del Programa del Partido socialista deliberato a Barranco, il pensatore peruviano adempie all’incarico di redigere un programma del PSP, cioè El Programa debe ser una declaración que afirma21. Nella prima parte di esso, definita «declaración doctrinal»22, Mariátegui precisa nove questioni. Al punto 1 rileva «il carattere internazionale dell’economia contemporanea», poi, al punto 2, quello, pure internazionale, «del movimento rivoluzionario proletario»23. Nei punti 3 e 4 sostiene che «il capitalismo è nella sua fase imperialista» e perciò «non consente a nessuno dei popoli semicoloniali […] un programma economico di nazionalizzazione e di industrializzazione»; al contrario, li costringe «alla specializzazione, alla monocultura […] in funzione dei fattori peculiari del mercato mondiale capitalista»24. In questa situazione, sosteneva il punto 4, «la prassi del socialismo marxista» non poteva essere che «quella del marxismo-leninismo. Il marxismo-leninismo è il metodo rivoluzionario25 della fase dell’imperialismo e dei monopoli. Il Partito Socialista del Perù lo accetta come suo metodo di lotta»26.

Sempre nel 1928 Mariátegui pubblica il suo libro più famoso: Sette saggi sulla realtà peruviana27. Considerata l’opera somma del marxismo in America Latina, in questo volume Mariátegui sostiene che gli inca avrebbero sviluppato un sistema di produzione collettivista che era orientato spontaneamente verso il comunismo. Questo sviluppo sarebbe stato violentemente interrotto dall’arrivo degli spagnoli, che avrebbero stabilito un’economia feudale. La sua analisi si appoggiava sui lavori dello storico peruviano César Ugarte28, il quale descrive le caratteristiche essenziali del regime di proprietà della terra nel Tawantinsuyo, nel quale i pilastri dell’economia erano l’ayllu, l’unità sociale e politica dell’impero, composta in genere da un gruppo di famiglie unite nella parentela che possedevano la proprietà collettiva della terra, e la marca, una federazione di ayllus che aveva la proprietà collettiva delle acque, dei pascoli e dei boschi29.

Mariátegui introdusse una distinzione tra l’ayllu, formato dalle masse anonime nel corso dei millenni, e il sistema unitario dispotico fondato dagli imperatori inca. Insistendo sull’efficienza economica di questa agricoltura collettivista e sul benessere materiale della popolazione, Mariátegui, giunse alla conclusione nei suoi Sette saggi che «il comunismo incaico – che non può essere negato o sminuito solo per essersi sviluppato sotto il regime autocratico degli incas – viene chiamato, pertanto, comunismo agrario30 Respingendo la concezione unilineare ed eurocentrica della storia, secondo la quale l’umanità progredirebbe per “stadi” che costituirebbero tappe progressive dello sviluppo storico che i paesi arretrati sarebbero inevitabilmente costretti a ripercorrere31, non solo valorizzò il ruolo dell’ayllu nella battaglia per la transizione al socialismo, ma sostenne che «il regime coloniale disorganizzò e annientò l’economia agraria degli incaica senza sostituirla con un’economia più redditizia»32.

Il sistema comunitario indigeno, secondo Mariátegui, era dunque più fecondo e produttivo rispetto a un regime feudale basato su relazioni di lavoro servile. «Contro tutti i rimproveri, che in nome di concetti liberali, vale a dire moderni, di libertà e di giustizia si possono fare al regime incaico – scrive il pensatore peruviano – c’è il fatto storico, positivo e concreto, ch’esso assicurava il sostentamento e la crescita di una popolazione che quando arrivarono in Perù i conquistatori era di dieci milioni e che in tre secoli di dominio spagnolo scese ad un milione.

Questo fatto condanna il colonialismo e non dal punto di vista astratto, teorico o morale – o come lo si voglia definire – della giustizia, ma dal punto di vista pratico e concreto dell’utilità»33. D’altro canto egli era pienamente consapevole che la prospettiva di un semplice ritorno al “comunismo agrario” degli inca avrebbe potuto risolversi in un’operazione del tutto inutile, nel senso dell’indigenismo deteriore, senza l’applicazione e, in via prioritaria, la conoscenza della scienza e del pensiero europeo o occidentale.

Nella «sua analisi Mariátegui dimostra che il capitalismo, approdato in Perù nella forma aggressiva e predatoria dell’imperialismo capitalista, anziché favorire l’abbattimento delle relazioni di lavoro servile tipiche del mondo feudale», si è avvantaggiato di queste ultime, «favorendo la signoria creola nell’amministrazione oligarchica del potere.

La gestione del potere da parte di un’oligarchia ristretta, da un lato escludeva le masse, dall’altro garantiva forza lavoro a basso costo per le multinazionali straniere, le quali potevano così agire come vere e proprie enclave dell’imperialismo. La subordinazione ai capitali stranieri impediva, inoltre, la crescita di una borghesia nazionale autonoma in grado di portare a compimento quella missione storica rivoluzionaria realizzata dalla borghesia europea: il sovvertimento della società feudale»34.

I paesi latinoamericani giungono con ritardo alla competizione capitalista e il loro destino è quello di semplici colonie. Per tale motivo l’unica classe che può ricoprire un ruolo coerentemente rivoluzionario è la classe operaia alleata con gli indios nelle serre. Senza questa alleanza, gli indigeni non avrebbero speranze nella loro lotta contro i caciques; parimenti, gli operai, dato il loro numero esiguo, non avrebbero nessuna possibilità di conquistare il potere. Ma tale “blocco storico” (per usare un linguaggio gramsciano) una volta giunto al potere sarebbe costretto non solo a realizzare il programma della rivoluzione borghese democratica abbandonato dalla borghesia, ma avrebbe dovuto necessariamente avanzare misure socialiste mettendo in discussione la proprietà borghese.

CONTINUA…

1 José Carlos Mariátegui (18941930), Un marxista latinoamericano, a cura di F. Beigel, M. Brighenti, in «Studi Culturali», 2009, n. 1, p. 61.

2In lingua italiana disponiamo di quattro ampie antologie degli scritti di questa straordinaria figura di marxista latinoamericano: dopo Lettere dall’Italia e altri saggi, a cura di Gaetano Foresta, Editori Stampatori Associati, Palermo, 1970, che ha avuto una circolazione limitata sono usciti Sette saggi sulla realtà peruviana e altri scritti politici, a cura di Robert Paris, Einaudi, Torino, 1972, Lettere dall’Italia e altri scritti, a cura di Ignazio Delogu, Editori Riuniti, Roma, 1973 e Avanguardia artistica e avanguardia politica, a cura di Antonio Melis, Gabriele Mazzotta editore, Milano, 1975.

3Nonostante chela sua data di nascita, dopo il ritrovamento dell’atto di battesimo con il nome di José del Carmen Eliseo nella parrocchia di Santa Catalina di Moquegua, sia stata fissata il 14 giugno 1894, in una lettera datata 10 gennaio del 1927 (ma ritenuta del 1928), indirizzata allo scrittore argentino Samuel Glusberg (pseudonimo di Enrique Espinoza), direttore della rivista «La Vida Literaria» di Buenos Aires, Mariátegui afferma di essere nato nel 1895: cfr. J.C. Mariátegui, Carta a Samuel Glusberg, in Id., Correspondencia (1915 – 1930), a cura di A. Melis, 2 voll., Lima, 1986, pp. 330-331. Per maggiori notizie sulla biografia di Mariátegui, cfr. G. Rouillon, Bio-bibliografia de J.C. Mariátegui, Lima, Universidad Mayor de San Marcos, 1963, p. 9, nota 1.

4R. Paris, La formación ideológica de Mariátegui, in Mariátegui en Italia, a cura di B. Podestà, Empresa Editora Amauta, Lima, 1981, p. 180; più che la formazione ideologica del giovane Mariátegui, l’interessante studio descrive tratti della situazione economico-sociale e del dibattito tra l’anarchismo ed il socialismo che facevano da sfondo e riferimento alla formazione della coscienza ideologica e politica dei primi gruppi operai, degli studenti e degli intellettuali progressisti. Fra questi il giovane Mariátegui.

5A. Flores Galindo, Prólogo. Entre Mariátegui y Ravines: dilemas del comunismo peruano, in El pensamiento comunista, Antología, a cura di A. Flores Galindo, Lima, 1982, pp. 9-19.

6Si veda a questo proposito C. M. Rama, L’Amérique latine. Mouvement ouvriers et socialistes, Les Editions ouvrières, Paris, 1959.

7Genaro Carrero Checa ha ricostruito l’apprendistato del giovane Mariátegui e la sua prima esperienza giornalistica sotto lo pseudonimo di Juan Croniqueur, cfr. G. Carnero Checa, La Acción Escrita: José Carlos Mariátegui, Impr. Torres Aguirre, Lima, 1964, pp. 52 – 112.

8M. Wiesse, José Carlos Mariátegui. Etapa de su vida, Amauta, Lima, 1982, 9a de. (1a d. 1959), vol. 10 delle EPOC, pp. 17-18, racconta che una ballerina svizzera dal nome d’arte russo, Norka Rouskaya, aveva dato a Lima alcuni spettacoli suscitando l’ammirazione e l’interesse della scapigliatura limegne. Alcuni giovani artisti la invitarono a danzare per loro nel cimitero, di notte, al suono della Marcia funebre di Chopin. E Norka Rouskaya, artista pure lei, accettò. Avvolta in veli bianchi, al suono del violinista Cáceres, danzò per loro. Abraham Valdelomar, Félix del Vall, Jorge Falcón, José Carlos Mariátegui, il funzionario che aveva autorizzato l’entrata al cimitero e il musicista finirono tutti in prigione. Lo scandalo invase tutta la città: nelle chiese, nelle piazze, nei salotti, nelle redazioni dei giornali, alla Camera dei deputati non si parlava d’altro e molti benpensanti ebbero una buona occasione per dolersi del modernismo e del decadentismo.

9Scrive Antonio Melis: «Con una decisione ai nostri occhi bizarra, ma non inconsueta nell’America latina di ieri e di oggi, lo scomodo oppositore viene inviato dal governo di Leguía in Italia, come propagandista del Perù.» (cfr. A. Melis, José Carlos Mariátegui primo marxista d’America, in «Critica marxista», V, 2, marzo-aprile 1967). In realtà pare che il dittatore, in un primo momento, avesse ordinato l’incarcerazione di Mariátegui, ma che la moglie di Leguía Julia Swajne y Mariátegui, una parente del padre, avesse interceduto in suo favore, (E. Nuñez, Cartas de Italia, Amauta, Lima, 1969, pp. 19-20).

10J.C. Mariátegui, La prensa italiana [datato giugno del 1921], in El Tiempo, 10 luglio 1921, ora in Id. La stampa italiana, trad. it.di I. Delogu, in Lettere dall’Italia e altri scritti, cit., p. 56.

11JACK [Mariátegui], Bendetto Croce y el Dante [14 agosto 1920], in El Tiempo, 9 dicembre 1920, ora in Id., Benedetto Croce e Dante, trad. it. di I. Delogu, in Id., Lettere dall’Italia e altri scritti, cit., p. 13.

12Nonostante l’affermazione di Chang-Rodríguez secondo cui Mariátegui prese molte idee politiche da Croce, non si può parlare di un vero e proprio influsso del filosofo napoletano sulla sua formazione, se non nel senso di un punto di riferimento costante, verso il quale le attestazioni continue di apprezzamento non sono mai disgiunte dal preciso riconoscimento di una qualificazione ideologica e politica nettamente divergenti dalla propria. Non va dimenticato inoltre che l’insistenza di Mariátegui sul pensiero di Croce va riferita anche ai rapporti diretti che il giovane straniero ebbe con il filosofo, al punto di da riceverne un giudizio molto lusinghiero espresso alla famiglia Chiappe, che a quanto pare non fu privo di effetti sulla felice conclusione del matrimonio italiano di Mariátegui, (cfr. E. Chang- Rodríguez, La literatura política de Gonzaléz Prada, Mariátegui y Haya de la Torre, De Andrea, Mexico, 1957).

13Quanto a Gramsci, lo aveva già incontrato a Torino, Livorno e Roma: cfr. R. Sandri, Mariátegui: via nazionale e internazionalismo nel terzo mondo, in «Critica marxista», n. 6, novembre-dicembre, 1972, p. 92.

14Contenuta nel volume La Escena contemporanea, Biblioteca “Amauta”, Lima, 1959, II ed., pp. 13-41, ID. Biologia del fascismo, trad. it. I. Delogu, in Lettere dall’Italia e altri scritti, op. cit., p. 99.

15J.C. Mariátegui, Lettere dall’Italia, op, cit., pp. 101 – 102.

16Ibidem, p. 104.

17ibidem, p. 37.

18Il Kuomintang è un partito politico nazionalista cinese («Partito popolare della Cina»), il primo organizzato con criteri moderni tra i cinesi in patria e all’estero. Fu creato nel 1904 da Sun Zhongshan con il programma di attuare una trasformazione della Cina in senso nazionale-democratico-sociale. Vincitore alle prime elezioni nel 1912, dopo la vittoria repubblicana, il Kuomintang fu estromesso dal potere l’anno successivo, a opera di Yuan Shikai. Subita più tardi (1924) una effimera evoluzione in senso comunista, dopo la scissione tra la Cina comunista e quella nazionalista, s’identificò con l’azione conservatrice e la fortuna politica di Jiang Jieshi. Il Kuomintang è stato partito unico al potere a Taiwan dal 1949 al 1992.

19V.R. Haya de la Torre, What is the APRA?, in «The Labour Monthly» (diretta da R. Palme Dutt), vol. VIII, n. 12, London, dicembre 1926, pp. 756 – 59.

20Il progressivo distacco di Mariátegui dall’APRA avviene in sintonia all’atteggiamento assunto dalla III Internazionale nei confronti della sorte dei paesi arretrati e delle colonie, che trova l’esposizione più sistematica e brillante in un saggio di Julio Antonio Mella, nobile figura di dirigente comunista, fondatore del Pc cubano, assassinato a Città del Messico nel 1929 in circostanze ancora non del tutto chiarite. Si tratta dell’opuscolo Que es el Apra? pubblicato in Messico nell’aprile del 1928 e ripreso in varie edizioni. Mella confuta la dottrina e la pratica dell’APRA facendo perno sulla tesi di Lenin al secondo Congresso della Ic: «L’Internazionale comunista deve appoggiare i movimenti nazionali di liberazione nei paesi arretrati e nelle colonie solamente a condizione che gli elementi dei futuri partiti proletari, comunisti non solo di nome, si raggruppino e si educhino nella coscienza dei propri compiti peculiari; compiti di lotta contro i movimenti democratico-borghesi all’interno delle loro nazioni. La Internazionale comunista deve marciare in alleanza temporale con la democrazia borghese delle colonie e dei paesi arretrati, però senza fondersi con la medesima e salvaguardando espressamente l’indipendenza del movimento proletario anche più embrionale», (cfr. Julio Antonio Mella en “El Machete”: antologia parcial de un luchador y su momento historico, a cura di Raquel Tibol, Mexico, Fondo de cultura popular, 1968).

21J.C. Mariátegui, El Programa debe ser una declaración que afirma, in El pensamiento comunista, cit., pp. 86-90; anche J.C. Mariátegui, Principios programáticos del Partido socialista, ID., Ideología y política, Editora Amauta, Lima, 1971, cit., pp. 159 – 164, in MT, I, cit., pp. 225 – 228, ripreso anche da R. Martinez de la Torre, Apuntes para una interpretacion marxista de historia social del Perú, II, Empresa Editora Peruana, Lima, 1948, pp. 398 – 402, da cui deriva anche J.C. Mariátegui, Il programma del Partito socialista del Perú, trad. it. di B. Mari e G. Lapasini, in ID. J.C. Mariátegu, Sette saggi sulla realtà peruviana e altri scritti politici, a cura di Robert Paris, Einaudi, Torino, 1972, cit., pp. 375 – 380.

22J.C. Mariátegui, El Programa debe ser una declaración que afirma, cit., p. 86.

23Ibidem.

24J.C. Mariátegui, El Programa debe ser una declaración que afirma, cit., p. 87.

25Da notare come persista in Mariátegui il concetto di “metodo” anche nei riguardi del marxismo-leninismo che, invece, nei suoi termini ortodossi aveva accentuato, rispetto al marxismo, il suo essere una concezione valutativa, la filosofia della prassi rivoluzionaria.

26J.C. Mariátegui, El Programa debe ser una declaración que afirma, cit., p.87. Il PSP con il suo Programa, si rivolgeva oltre che all’esigua classe operaia ed alla maggioranza indigena, anche ai ceti borghesi democratici e progressisti. Esso esprimeva implicitamente la propria consapevolezza riguardo all’enorme lavoro che negli ambiti sindacale, politico, culturale bisognava ancora realizzare per fondare e portare nella società non soltanto il partito, ma il socialismo, la coscienza e la pratica socialiste; esprimeva consapevolezza sia riguardo all’esiguità del proletariato industriale peruviano, sia riguardo all’arretratezza in cui versavano le masse rispetto alla progettualità socialista.

27Genaro Carnero Checa ritiene che Mariátegui potrebbe aver scritto un «ottavo saggio», sulla politica peruviana, da aggregare in una nuova edizione dei Siete ensayos, che avrebbe avuto così una «seconda parte»; ma tale lavoro, per disgrazia, sarebbe andato perduto. Inutilmente quindi Amauta numero 30, dell’aprile-maggio 1930, annunciava ai suoi lettori che era «alle stampe: Ideología y política en el Perú – Editorial Historia Nueva – Madrid» dove «Mariátegui affronta l’aspetto politico della realtà peruviana in questo libro che viene ad essere la continuazione di 7 ensayos», (cfr. G. Carnero Checa, La acción escrita: José Carlos Mariátegui periodista, Lima, 1964, p. 162).

28C.A. Ugarte, Bosquejo de la historia económica del Perú, Imp. Cabieses, Lima, 1926. Recensendo l’opera di Ugarte Mariátegui accoglieva con favore un lavoro che, diceva, «non ha precedenti nella nostra storiografia». Tuttavia trovava in esso troppa «misura di giudizio, prudenza nelle proposizioni» e «relativismo nel criterio». Commentava: «Penso che Ugarte estremizzi le sue virtù, fino a quasi sterilizzarle […] Si potrebbe dire che l’eccesso di Ugarte è il suo massimo affanno per la misura». Continava affermando che il libro «non definisce i caratteri sostantivi dell’economia della Repubblica. Non denuncia categoricamente la sussistenza della sua infrastruttura feudale». Eppoi «mostra un’apprensione esagerata rispetto al materialismo storico, attribuendogli una interpretazione unilaterale della storia», (cfr. J.C. Mariátegui, La historia económica social, in ID., Peruanicemos al Perú, cit., pp. 100–103; in MT, 1, cit., pp. 318 – 319; trad. it. I. Delogu, in Lettere dall’Italia e altri scritti, cit., p. 254).

29Descrivendo il sistema sociale del Tawantinsuyo César Ugarte scrive: «Proprietà collettiva della terra coltivabile, anche se divisa in molti lotti individuali non trasferibili, attribuita all’ayllu, o insieme di famiglie imparentate tra loro; proprietà collettiva delle acque, delle terre da pascolo e dei boschi attribuita alla marca o tribù, vale a dire la federazione di ayllu insediate attorno a uno stesso villaggio; cooperazione nel lavoro; appropriazione individuale dei raccolti e dei frutti», (cfr. C.A. Ugarte, Bosquejo de la historia económica del Perú, p. 9).

30J.C. Mariátegui, Sette saggi, cit., p. 80.

31L’idea secondo cui i paesi arretrati sarebbero inesorabilmente costretti a ripercorre le stesse fasi del processo che ha portato in Occidente alla nascita del capitalismo è sempre stata risolutamente respinta da Marx. Nel novembre del 1877, rispondendo all’articolo Karl Marx davanti al tribunale del signor Zukovskij del critico letterario e sociologo Nikolaj Michajlovskij (1842-1904) uscito sulla rivista Otečestvennye zapiski, il quale attribuiva al fondatore del socialismo scientifico l’idea che in Russia il socialismo poteva affermarsi solo dopo l’instaurazione del capitalismo, Marx scriveva: «Ora, quale applicazione al caso della Russia il mio critico poteva dedurre dal mio schizzo storico? Solo questa: se la Russia aspira a diventare una nazione capitalistica alla stessa stregua delle nazioni dell’Europa occidentale, e negli ultimi anni si è data un gran daffare in questo senso, essa non lo potrà senza prima aver trasformato buona parte dei suoi contadini in proletari: dopo di che, presa nel turbine del sistema capitalistico, ne subirà, come tutte le altre nazioni profane, le leggi inesorabili. Ecco tutto. Ma per il mio critico, è troppo poco. Egli sente l’irresistibile bisogno di metamorfosare il mio schizzo della genesi del capitalismo nell’Europa occidentale in una teoria storico-filosofica della marcia generale fatalmente imposta a tutti i popoli, in qualunque situazione storica essi si trovino, per giungere infine alla forma economica che, con la maggior somma di potere produttivo del lavoro sociale, assicura il più integrale sviluppo dell’uomo. Ma io gli chiedo scusa: è farmi insieme troppo onore e troppo torto», (K. Marx, F. Engels, India, Cina, Russia. Le premesse per tre rivoluzioni, Il Saggiatore, Milano 2008, p. 245). Sempre attorno a questo argomento si veda anche M. Musto, L’ultimo Marx. 1881-1883, Donzelli editore, Roma, 2016.

32 J.C. Mariátegui, Sette saggi, cit. p. 81.

33 Ibidem.

34 Denisio Iera, Il marxismo «né calco, né copia» di José Carlos Mariátegui, in «Rocinante. Rivista di filosofia online», 3017, p. 3. http://www.rocinante.it/articoli/2017_03.

Post a Comment