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Orientamenti plurisessuali tra invisibilità, fobie e potenzialità sovversive

Immagine in copertina: Katy Blackwood, CC BY-SA 4.0 https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0, via Wikimedia Commons

L’espressione “orientamenti plurisessuali” racchiude tutti gli orientamenti sessuali che prevedono la possibilità di provare attrazione per più di un genere. Vuole quindi essere inclusiva delle persone bisessuali e pansessuali, ma anche di chi utilizza termini più specifici e meno conosciuti per definire il proprio orientamento, come polisessuale (che definisce l’attrazione per più di un genere ma non tutti) od omnisessuale (che definisce l’attrazione per tutti i generi dove, a differenza dell’orientamento pansessuale, il genere è una componente importante nel determinare l’attrazione). Possono essere incluse sotto l’ombrello degli orientamenti plurisessuali anche le persone che utilizzano per definire il proprio orientamento termini come “fluido” o “queer”, o anche le persone che preferiscono non utilizzare nessuna etichetta per definire il proprio orientamento ma riconoscono di poter provare attrazione per persone di diverso genere.

Le identità plurisessuali sono state a lungo invisibilizzate e marginalizzate anche all’interno del movimento LGBT+, malgrado il fatto che Brenda Howard, coordinatrice del primo pride di New York, fosse bisessuale. In Italia soltanto negli ultimi anni l’attivismo bisessuale si sta ritagliando a fatica maggiore visibilità, con la nascita di diversi gruppi/collettivi/associazioni dedicati alle bisessualità (tra le quali BProud, Lieviti, BiT: Bisessuali in Toscana, Fuori dai Binari, Orgoglio Bisessuale), l’impegno di attivistə bisessuali all’interno e fuori dalle associazioni LGBT+ e la promozione di varie iniziative locali. Nel 2016 è nato anche il coordinamento nazionale Mondo Bisex e nel 2017 a Padova si è tenuta la prima marcia per la visibilità bisessuale in Italia.

Uno dei modi in cui si manifesta la bi-panfobia è proprio la cancellazione, ovvero quell’insieme di comportamenti con i quali si oscura la visibilità di questi orientamenti e/o si mette in dubbio la loro validità – per esempio assimilandoli agli orientamenti monosessuali (“non sei bisessuale, sei eterosessuale!” / “non sei bisessuale, sei omosessuale!”) oppure descrivendoli come una fase o una moda. Crescendo e socializzando in questo tipo di contesto, spesso anche le persone con orientamento plurisessuale interiorizzano attitudini negative nei confronti degli orientamenti plurisessuali. Questo fa sì che il riconoscimento e l’autoidentificazione con gli orientamenti plurisessuali sia spesso un processo lungo e talvolta travagliato.

Anche nella mia esperienza di ricerca sulle non-monogamie consensuali ho intervistato persone che erano esitanti sul definirsi bisessuali perché non avevano abbastanza esperienza con persone del loro stesso genere oppure perché il livello di attrazione era sbilanciato verso un genere specifico. Questo sentimento di inadeguatezza può essere il risultato dell’interiorizzazione di una definizione di bisessualità che prevede il requisito di provare identica attrazione per tutti i generi. Ormai dagli anni ’90, però, si è diffusa nella comunità bisessuale una definizione più inclusiva di bisessualità, sia rispetto alle identità non-binarie, sia rispetto alla possibilità di provare attrazione in grado e modalità diversa per generi diversi. La forza di questa definizione sta proprio nel permettere a chiunque senta di poter provare attrazione per persone di più di un genere di potersi definire bisessuale senza sentirsi un impostorə. Un altro effetto della cancellazione degli orientamenti plurisessuali è che le persone plurisessuali che sono in una relazione monogama con una persona di genere diverso vengono considerate eterosessuali di default. Questa stortura è anche effetto dell’eteronormatività di cui la nostra società è permeata, per cui le relazioni eterosessuali sono considerate la norma e tutte le altre l’eccezione.

Dalle testimonianze delle persone plurisessuali – sia quelle che si possono trovare sul sito di BProud sia quelle delle persone da me intervistate – sono emerse testimonianze di bi-panfobia sia fuori sia all’interno della stessa comunità LGBT+. Mi ha particolarmente colpito la testimonianza di una persona bisessuale che durante un evento organizzato da un’associazione LGBT+ a cui era presente con la sua ragazza si è sentita dire da un’altra ragazza lesbica presente: “Sei bisessuale perché non hai ancora trovato qualcuna che te la lecchi bene!”, riproducendo in chiave bifobica uno dei peggiori stereotipi lesbofobici. Un’altra persona che ho intervistato, invece, si era sentita invalidare il suo orientamento sessuale dal coordinatore di un gruppo di auto-mutuo aiuto per uomini gay il quale, dopo aver sentito la sua presentazione come uomo bisessuale, aveva risposto: “Tranquillo, è una fase… la bisessualità non esiste!”. Questo episodio ha portato la persona intervistata all’interiorizzazione della bi-cancellazione che da quel momento lo ha portato a definirsi omosessuale, fino alla riappropriazione del termine bisessuale avvenuta solo 15 anni più tardi.

Come conseguenza della fobia e della cancellazione subite, spesso la risposta da parte delle comunità bi e pansessuali è quella di rigettare gli stereotipi bi e panfobici che dipingono le persone plurisessuali come sempre inaffidabili, promiscue, confuse, indecise. Questa risposta spesso prevede la presentazione di storie di persone bisessuali e/o pansessuali che riescono a mantenere relazioni monogame a lungo termine e ne sono appagate, rigettando l’equazione tra bi-pansessualità e promiscuità. Non dubito del fatto che esistano molte persone con orientamento plurisessuale che stanno bene in relazioni monogame a lungo termine. Tuttavia, questo tipo di strategia da parte delle comunità di riferimento può portare all’emergere di nuovi tipi di normatività che, normalizzando un certo standard di “buon” bisessuale o pansessuale, lascia fuori tutte le persone plurisessuali che non si adeguano a quello standard. È la stessa dinamica per cui il movimento LGBT+ mainstream si è ripulito l’immagine concentrandosi su istanze come quella – seppur legittima – del matrimonio omosessuale, lasciando indietro le componenti più scomode della comunità da cui la lotta era iniziata: persone trans, sex worker, persone che hanno espressioni di genere e/o relazioni non normate.

Per me è stata illuminante la lettura del libro Bi: Notes for a Bisexual Revolution di Shiri Eisner, scrittrice e ricercatrice mizrahì che vive a Tel Aviv, attivista femminista, bisessuale e genderqueer, contro l’occupazione israeliana della Palestina e per i diritti degli animali. Il libro è stato pubblicato nel 2013 ma è ancora troppo poco conosciuto in Italia, anche all’interno della comunità queer radicale. Eisner invita la comunità bisessuale – invito che può essere esteso a tutte le persone con orientamento plurisessuale – ad abbracciare il potenziale sovversivo delle identità non-monosessuali anziché respingerlo. Una parte della fobia verso gli orientamenti plurisessuali, infatti, proviene dall’abitudine delle società occidentali alle classificazioni dicotomiche (donna/uomo, omosessuale/eterosessuale, ecc.). Guardare agli orientamenti plurisessuali da una prospettiva radicale, che si ponga come obiettivo il cambiamento strutturale della società, significa guardare alla minaccia che le identità plurisessuali – come anche quelle non-binarie – costituiscono per l’ordine precostituito. Con questo non intendo dire che tutte le persone plurisessuali siano o debbano essere sovversive e rivoluzionarie ma che – da persona bisessuale – intendo unirmi all’invito di Eisner alle comunità bisessuali (e plurisessuali in genere):

Invece di provare a dimostrarci degnə del riconoscimento mainstream, una politica bisessuale radicale dovrebbe adottare l’idea dell’inautenticità bisessuale e usarla come uno strumento per infrangere le regole delle politiche dell’identità e della categorizzazione sessuale. Invece di cercare di unificare le differenze, dobbiamo celebrarle. Ciò di cui abbiamo bisogno è accogliere la contaminazione e l’ibridità come metafore attraverso cui distruggere l’ordine egemonico e creare cambiamento sociale.

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