TOP
Drag Race

Verso un esistenzialismo queer: la dimensione autentica del Drag di Paula Lovely e l’inautenticità della Drag Race di Zorzi


Nel precedente editoriale, avevamo delineato in che senso essenzialismo è la negazione di ciò che siamo: un’esistenza aperta, un’alterità sempre possibile, la quale rifugge da un soggetto che non riesce mai a coglierci del tutto. Oggi mi piacerebbe analizzare quale pratiche rendono possibile questo tipo di ex-sistere (situarsi fuori da qualcosa)

La pratica queer esistenzialista per eccellenza mi sembra di scorgerla nel Drag che, come Butler ci accenna in Gender Trouble, attraverso una performance svelerebbe la performatività del genere stesso, rompendo la norma genitale.

Il Drag è un atto politico che non può essere concepito come tale in una società che ha ideato un’essenza stessa del Politico che codifica il legittimo e l’illegittimo anche nel conflitto, anche se questa pratica mette in discussione l’idea stessa di essenza. Attraverso questa premessa vorrei quindi attraversare il Drag attraverso una sua dimensione “autentica” (in senso etimologico che gli è propria, non semplicemente più vera ) ovvero quella dell’attivismo drag di Paula Lovely e una sua dimensione “inautentica” (non falsa, quanto non propria, superficiale, sussunta) attraverso le polemiche intorno alla figura di Zorzi come presentatore di Drag Race Italia o riguardo il duo Javis, giudici di Drag Race España


E’ stato infatti annunciato l’arrivo del format americano, tanto atteso dalla comunità ma con non pochi malumori. Da un lato infatti si sottolinea l’inadeguatezza di Zorzi e degli Javis, dall’altro si ricorda come non ci si potesse aspettare molto di più da un prodotto commerciale come RPDR. Entrambe le posizioni sono condivisibili, eppure sarebbe importante comprendere da dove nasce questo malumore spontaneo.

Se infatti è vero che il format americano non ci dà comunque una dimensione transfemministra queer del Drag, i diversi ospiti rappresentano in qualche modo una Queerness, seppur addomesticata, in cui la comunità può riconoscersi. Zorzi invece è diventato famoso per essere un ereditiero MSM (maschi che fanno sesso con altri maschi) senza politicizzazione alcuna della sua esistenza gay. Allo stesso modo sui social spagnoli la polemica riguardo due produttori cinematografici, gay, bianchi e che nulla hanno a che fare con il drag, ha seguito una dinamica simile

E’ evidente che questo soggetto non risponde ad una necessità di rappresentazione della comunità e allora? I gay da giardino come Zorzi, Platinette e gli Javis, persone che hanno fatto della loro diversità non un momento di decostruzione dello status quo ma una fonte di intrattenimento dello stesso, sono figure pensate e costruite per un pubblico eterosessuale. Nella scelta degli ospiti del programma americano abbiamo un potere che simula, seduce, crea consenso mentre qui abbiamo un disciplinamento evidente della comunità che deve rispondere a determinati requisiti per essere “accettabile”

In che modo Zorzi o gli Javis rappresenterebbero poi il drag, una forma d’arte militante che mette in discussione il genere stesso? L’Italia (come la Spagna) ha moltissime icone queer, anche “mainstream” come Loredana Berté che avrebbero avuto molto più senso per la comunità: il punto non è identitario, per cui basta metterci un uomo che fa sesso con altri uomini, quanto di rottura con le norme che ci dicono chi dobbiamo essere. Ecco perché Loredana, donna etero, è un’icona queer e Zorzi, uomo gay, no. Allo stesso modo Samantha Hudson, divenuta famosa nella sua irriverenza, era stata invocata da più parti in Spagna.

Drag Race

La presenza di Tommaso Zorzi è la rappresentazione plastica di come il potere interagisce con la comunità queer in paesi cattolici come Spagna e Italia: un soggetto dominante che concede dei feticci che devono innanzitutto rispondere all’esigenza di non turbare lo status quo più che alle richieste della comunità. Così si crede di salvare la comunità queer con le multe e basta o di rispondere all’esigenza di rappresentazione con una persona il cui unico merito è aver vinto il GF, aver legittimato Giorgia Meloni e che rappresenta lo stereotipo del Gay normalizzato: bianco, ricco, uomo, cisgender e settentrionale.

Se è vero che il format del programma stesso rappresenterebbe in ogni caso una declinazione inautentica del Drag, è anche vero che in queste declinazioni mediterranee questa depoliticizzazione raggiungerebbe la sua forma più compiuta. Ma dove sta allora questa carica esistenzialista del drag?

Paula Lovely, 34 anni, attivista queer, drag queen, sieroattivista, antifascista, transfemmenista brindisinə ma residente a Lisbona in cui è stata la prima madrina sieropositiva del Pride, ci racconta la sua storia. La prima volta che ho visto dal vivo una sua perfomance è stato durante le riprese di un documentario sulla storia di PLUS, centro per persone sieropositive LGBT+, che ci ha coinvoltə entrambə. Da un lungo telo rosso, che storicamente ha rappresentato il fiocco della lotta all’AIDS, ora attorcigliato su sé stesso quasi a formare un bocciolo di rosa che riscrive la storia del sieroattivismo oltre la narrativa vittimiazzante, Paula emerge per ricordarci che i corpi sieropositivi esistono politicamente e prendono parola. Paula ha un’idea molto precisa della sua arte: dragtivism.

La sua esperienza come drag inizia in un periodo particolare, ovvero quando questa arte è diventata mainstream grazie a RuPaul.

Ironia della sorte Paula, che ha un nome simile alla drag americana, è una sorta di Antirupaul nella sua visione della pratica.

Quando ho iniziato si era diffusa la tendenza a concentrarsi su immagine, bellezza, look, trucco, autovalorizzazione. Io volevo invece raccontare delle storie per e dalla comunità, non volevo competere. Banalmente ho scelto politicamente di non far ruotare l’esistenza di Paula attorno al make-up perché l’attenzione non doveva puntare alla forma quanto alla sostanza del mio messaggio”

Il Drag qui è una sorta Dasein del genere e della sessualità: un esser-ci che attraverso un personaggio che transita costantemente da una soggettività ad un’altra, ci dimostra che ciò che siamo, si dà nell’esistenza orientata al futuro (la performance) e che il nostro unico limite in questa riterritorializzazione è dato dalla morte che pone fine all’esistenza, non certo dal nostro genere i cui limiti possono sfumarsi sempre più.

Questo vuol dire che il genere è il prodotto di una decisione (Entscheidung, letteralmente “ciò che rimuove la separazione e riporta all’Uno”)? Al contrario il drag ci dice che il genere non può essere ridotto ad unità coerente e rompe, attraverso la singola performance che si fa evento, la continuità del rapporto genitali-identità, lo sovverte palesandone la funzione regolatrice ed ideologica.

Paula in questo è molto chiara: se drag non significa transizione, significa sicuramente decostruzione di una maschilità ancora pesante anche dentro la nostra comunità

E questo Dasein, tolte le parrucche e il trucco, ci mette davanti ad una domanda sconvolgente: chi siamo?

Nel mondo dell’essenza, si fa della Drag Queen o del Drag King una finzione che si contrappone al Soggetto Reale. Ma siamo certə che sia il personaggio drag ad essere inautentico? Non è forse più inautentico un soggetto determinato da qualcosa fuori di sé, che preesiste allo stesso, che ne chiude l’esperienza in azioni performative che confermano questa essenza? Non sono forse più autenticə le Drag Queen ed i Drag King che di volta in volta ricodificano se stessə a partire dal messaggio che intendono fornirci sulla base della loro esistenza presente? Non è più forse più autentico un soggetto che esiste adesso piuttosto che uno che si dà a partire da un’essenza in un passato senza storia?

Drag Queen e Drag King hanno una funzione simile allo schizo di Deleuze e Guattari: palesarci il potenziale produttivo dell’atto desiderante, rompere i confini del soggetto e permetterci di aprirci a un’esistenza altra possibile e non come mero tratto della nostra personalità, come fatto privato, ma come atto pubblico, manifesto e totale.

In questo Paula ha sicuramente una marcia in più: il sieroattivismo.

Siamo abituatə ad un certo tipo di drag e ad un certo tipo di sieroattivismo. Da un lato la perfomance “leggera” che deve evitare di appesantire il pubblico e dall’altro un sieroattivismo scientifico, di uomini in giacca e cravatta che alle conferenze ci parlano di epidemiologia. Non che entrambe le cose non siano legittime, anzi, sono state importantissime, ma attraverso il mio corpo, la mia storia, il mio posizionamento volevo decostruire anche queste immagini, dimostrando che si può parlare di HIV sul palco di un bar come che si può fare sieroattivismo ovunque e in qualunque modo. Volevo che la mia sieropositività potesse esprimere un approccio culturale del sieroattivismo che parlasse a chiunque, che gridasse le nostre voci oltre gli spazi che ci sono concessi. Così nasce Paula Lovely”

Queste parole ci illustrano il potenziale esistenzialista del Drag: Paula con il proprio Drag pone la propria esistenza al centro, un’esistenza che non viene determinata da nessun tipo di essenza, che sia un virus o la norma di genere, ci dimostra che nessun destino è scritto, fissato, prevedibile ma una continua costruzione che possiamo assemblare a partire dall’Evento. L’HIV nella vita di Paula è stato sicuramente quella frattura che ha rotto la continuità, la sua vita cambierà ma soprattutto il modo in cui gli altri (e qui uso volutamente il maschile) interagiranno con lui, quasi avessi una lettera scarlatta in fronte.

Eppure, volevo dimostrare che esiste una maniera serena di vivere la sieropositività, volevo rompere lo stigma o la certezza di una coscienza infelice. Veniamo fuori da una propaganda martellante che ha dipinto le persone sieropositive come praticamente morte, appestate, devastate psicologicamente e fisicamente. Ma non è così. Anche di questo parla Paula.”

Paula decostruisce l’immagine classica dellə sieroattivista, la concezione diffusa della sieropositività, il proprio genere in un costante gioco di performance del Sé. Mi ha raccontato un aneddoto illuminante, che si ricollega alla questione delle Maschilità Oblique precedentemente affrontate.

Un giorno mi hanno intervistato in diretta nazionale in Portogallo. Si parlava di HIV e trasmissione, io dissi che sapevo benissimo come si tramettesse e quali fossero i rischi. Quindi l’intervistatrice mi ha chiesto “e quindi come mai ti sei infettato”. La mia risposta è stata molto cruda “Signora, noi sappiamo nei rapporti eterosessuali come si rimane incinte ma se avesse una gravidanza indesiderata, giustamente difenderebbe il suo sacrosanto diritto all’aborto: parliamo sempre di piacere, consenso, umanità”. Il punto, esattamente come per le donne, è che ci si chiede sempre di chi è colpa, ma non si parla mai di come l’usare protezioni o meno passi anche per quel consenso a cui non veniamo educatə. La lotta all’HIV non è una questione meramente sanitaria ma passa anche per l’educazione transfemminista al consenso esplicito che le nostre sorelle e compagne ci insegnano”.

Per concludere è quindi evidente la differenza fra il Dragtivism di Paula e la Drag Race di Zorzi e degli Javis: se Paula ci costringe ad uscire fuori da noi, dalle nostre identità essenzializzate, attraverso uno spaesamento fra ciò che mette in scena e ciò che “dovrebbe” essere, la Drag Race di Zorzi e degli Javis mette in scena lo status quo che ricodifica la nostra esistenza politica come prodotto di consumo per un Soggetto dominante.

Davide Curcuruto (1996) messinese laureando in Sociologia e Ricerca Sociale fra l'Università di Bologna e la Humboldt Universität di Berlino, attivista Queer nel collettivo La Mala Educación e la rete B-Side Pride. I suoi interessi accademici di inseriscono nell'intersezione fra la Sociologia Economica, i Gender e Subaltern Studies nel contesto mediterraneo.

Post a Comment