TOP
Fenicottero

LINK ITALIA e la zooantropologia della devianza: il maltrattamento degli animali e la pericolosità sociale

L’uomo, nella sua arroganza, si crede un’opera grande, meritevole di una creazione divina. Più umile, io credosia più giusto considerarlo discendente degli animali.
Charles Darwin

L’Homo sapiens, il cosiddetto uomo moderno, ha fatto la sua comparsa sulla Terra circa 200.000 anni fa; per migliaia di anni l’uomo è stato capace di esistere in sintonia e sincronia con le altre forme di vita che lo circondavano, inserendosi a capo della catena alimentare, senza sovrastare o schiacciare gli anelli inferiori. L’uomo era immerso nella biodiversità terrestre, e contribuiva a renderla sempre più complessa e incredibile. Fin da subito, si contraddistinse fra le altre specie per aggressività e sangue versato: la civiltà umana si è sempre costruita tramite la vittoria di un popolo, e la distruzione di un altro. Tuttavia, la Natura era ancora un mistero da rispettare, e regnava sovrana. Poi, ad una velocità vertiginosa, qualcosa cambiò: la nostra mentalità e il nostro sguardo verso la Terra mutarono profondamente. E la ὕβϱις di Ulisse non poté altro che impallidire.

L’uomo è l’unico animale che arrossisce, ma è anche l’unico che ne ha bisogno

-Mark Twain

Purtroppo, l’uomo contemporaneo confuse il valore del possedere un intelletto sopraffino, con il diritto di poter giocare ad essere Dio con le altre creature della terra, determinando il loro diritto di sopravvivere o meno. In particolare, fu l’uomo occidentale a modellare l’idea che la vita altrui, anche dei propri simili, non abbia valore in quanto tale, ma rispetto ai propri bisogni, desideri e precetti. Questo pensiero si espanse a macchia d’olio per tutto il pianeta.

Dal momento in cui il legame spirituale che avvolgeva uomo e natura scomparve fra il colonialismo, le polveri inquinanti e lo sbarco sulla Luna, in ogni paese del mondo la sopravvivenza di una data specie animale dipese da un concetto culturale, sociologico e psicanalitico, che pervade in maniera diversa ogni società: il tabù. Il tabù è un assoluto divieto, morale, sociale o religioso, implicito in una determinata cultura, relativo ad una certa area di comportamenti, credenze, usanze ed azioni. L’incesto, la necrofilia e il cannibalismo sono fra gli esempi di tabù più diffusi nel mondo.

Ad oggi ogni specie animale, all’interno delle diverse culture, riceve dall’uomo una granitica sentenza: essere sacrificabile come alimento, vestiario o fonte di divertimento, oppure no, poiché la sua uccisione è ritenuta un tabù. In Italia, il gatto è sacro animale da compagnia: impensabile ucciderlo per mangiarlo. Alle mucche e ai polli non è toccata la stessa sorte. In Spagna, torturare fino alla morte i tori durante le corride è una simpatica usanza, a cui ogni anno accorrono per assistere e godere dello spettacolo migliaia di persone. La pelliccia di visone è haute couture, la pelliccia di cane è follia. Per l’ebraismo e l’islam, il maiale e i suoi derivati sono animali impuri: mangiarli è proibito.

Dunque, l’essere umano, a parte in rari casi, nasce inserito in un contesto culturale che non insegna a rispettare e proteggere la sacralità della vita dell’animale in senso assoluto. È presente un’etica soggettiva- e relativa-, che delinea però delle implicite regole sociali ben precise riguardo quali animali sia normale uccidere, e quali no.Se un individuo compie crudeltà su animali ritenuti intoccabili dalla società di appartenenza, il suo comportamento assume rilevanza all’interno di una cornice di sviluppo psicopatologico e/o deviante.

L’aspetto che maggiormente differenzia l’animale dall’uomo è il pensiero riflessivo. Un animale non è in grado di pensare: “cogito, ergo sum, sive existo” “penso, dunque sono, ossia esisto” (Cartesio, 1637). Quindi, l’animale non sa riflettere su se stesso e sulla propria condizione, considerandosi nella propria individualità di soggetto cosciente. Per il resto gli animali, con ovvie differenze di intensità tra specie e specie, provano emozioni e sentimenti, sono in grado di sperimentate empatia e di percepire intenso dolore. Gli animali comprendono – e mettono in atto – valori quali il rispetto, la fedeltà, la cooperazione. E, per i bambini, sono un meraviglioso esempio di eticità e socialità positiva.

Tra i numerosi effetti positivi di una precoce relazione bambino animale, pubblicati nella ricerca “Companion Animals and Child/Adolescent Development: A Systematic Review of the Evidence” (Purewal et al, 2017), è presente un corretto sviluppo della capacità di mentalizzazione, ossia del “processo mentale attraverso cui un individuo interpreta, implicitamente o esplicitamente, le azioni proprie o degli altri come aventi un significato sulla base di stati mentali intenzionali (desideri, bisogni, sentimenti, credenze e motivazioni personali)” (Bateman & Fonagy 2004, p. 15). Avere un animale domestico aiuta “a pensare meglio i propri pensieri e le proprie emozioni”, e “a capire cosa stia vivendo l’altro”. Infatti, gli animali, non potendosi esprimere tramite il linguaggio verbale, stimolano la comprensione dei loro comportamenti e stati d’animo per mezzo dell’osservazione di indizi fisici ed emotivi, come lo scodinzolare, il mettersi a pancia in su, il ringhiare o lo strusciarsi.

Aukamañ mi guarda negli occhi. C’è fiducia nel suo sguardo, sa che non lo abbandonerò e che nella mia testa di cane c’è un’idea che posso spiegare solo coi miei gesti e movimenti canini, perché al principio dei tempi il Ngünemapu ha disposto che gli animali e gli uomini non si capissero parlando ma attraverso i sentimenti espressi dal modo di guardare”.

Storia di un cane che insegnò ad un bambino la fedeltà, p. 39, –Luis Sepulveda

La componente interpersonale della mentalizzazione, che riguarda la capacità di ragionare ed interpretare gli stati mentali ed emotivi di un’altra persona, è alla base dell’empatia, ossia l’abilità di comprendere e di rispondere in maniera positiva all’esperienza emotiva altrui (Allen, Bateman & Fonagy, 2008). Gli animali, per i bambini, sono un primo, grande laboratorio sociale. Per questo, la violenza precoce sugli animali è un segnale di allarme rispetto allo sviluppo del minore.

A livello psichiatrico e psicologico mondiale, la violenza sugli animali è riconosciuta come indice di una psicopatologia e di pericolosità sociale. All’interno dei principali manuali diagnostici psichiatrici, il Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (DSM V, 2013)e l’International Classification of Mental and Behavioural Disorders (ICD-10, 1996), la crudeltà fisica sugli animali è presente come sintomo del Disturbo della Condotta (D.C.), prerequisito psichiatrico per la diagnosi di Disturbo Antisociale di Personalità.

Tuttavia, da un effettivo punto di vista giuridico, psicosociale e psicologico, accade spesso che la violenza sugli animali risulti ancora come un reato di terza classe, di poco conto, che non indica una reale pericolosità del soggetto.

Il mio interesse per la violenza contro gli animali si è sviluppato nell’ambito del volontariato dedicato alla protezione animale. In seguito, lavorando come Educatrice Professionale in una comunità per tossicodipendenti, mi sono scontrata con casi di violenza su animalitramite le storie di vita incontrate. Quindi ho capito, eravamo circa nel 2002, che nella realtà italiana non esisteva alcuna presa di coscienza e conoscenza riguardante il Link fra violenza sugli animali e pericolosità sociale. Fortunatamente era già esistente una nutrita letteratura americana, sebbene costituita da una varietà di articoli scientifici, scollegati fra loro e privi di un’unitaria cornice teorica di riferimento. Ci sono voluti alcuni anni per riuscire ad elaborare, organizzare e sistematizzare i dati americani in una unica disciplina di riferimento che ho fondato per l’Italia, ossia la Zooantropologia della Devianza. I dati americani sono stati inoltre integrati da specifici studi sul fenomeno che abbiamo condotto nel nostro paese. Ora in Italia, chi si approccia all’argomento, si confronta con un filone unico di ricerca, solido ed organizzato: vent’anni fa, sono partita da zero, scontrandomi con una realtà culturale, sociale ed istituzionale, che non solo non riconosceva le implicazioni sociali della violenza su animali in qualità di LINK, ma ne distorceva completamente il concetto ed il significato. 

(…) «Mi chiudo in camera con l’animale e chiamo subito le forze dell’ordine che non intervengono, d’altronde, considerando che sta picchiando il gatto, mi dicono che io sono al sicuro. Il giorno dopo vado a sporgere denuncia in caserma dove, il vicecomandante, mi ribadisce il concetto: “Signora, se lui se la prende con il gatto, è un buon segno, vorrà dire che non se la prenderà con lei!! Può stare tranquilla» (Testimonianza di Elisabetta P., Sorcinelli, 2019). Il fattore di rischio per eccellenza interpretato come fattore protettivo

Psicologi, educatori, assistenti sociali, giudici, suggerivano a soggetti violenti, disagiati, o con patologie psichiatriche, di prendere un animale, o di mandare chi maltratta e/o uccide animali a fare un semplice percorso di recupero in un rifugio per animali, come panacea di tutti i mali. Non si conosceva nemmeno il Profilo dello Zoosadico e tanto meno allora come ancora oggi, lo si considerava nella gravità e complessità che lo contraddistingue. Sarebbe come dire, prevediamo per un pedofilo, come efficace percorso di recupero, sei mesi di volontariato in una scuola materna. Una assoluta aberrazione!

Una volta sviluppati gli strumenti di Valutazione di Pericolosità Sociale delle Condotte in Danno ad Animali, ci sono voluti anni per far sì che i professionisti ne riconoscessero il valore e mi incaricassero come consulente nei procedimenti penali. La prima Valutazione che mi è stata richiesta riguarda il Caso del Serial Killer dei Gatti e Stalker, di Trescore Balneario. L’uccisione brutale del cane Angelo, nel 2017, è stato invece il caso che mi ha consentito di sollevare il grave problema relativo alle Pene Alternative per chi Maltratta o Uccide Animali, in regime di Messa alla Prova o Sospensione Condizionale della Pena. L’animalismo non si è interessato subito alla causa relativa al LINK, prima ci siamo espansi negli ambiti educativi, sociali, istituzionali, scolastici e penali. Il caso di Angelo è stato lo spartiacque delle prese di coscienza sul LINK anche per l’animalismo, in quanto caso che ha scioccato l’opinione pubblica a livello nazionale.” (Francesca Sorcinelli).

All’interno di una cornice culturale in cui la violenza sugli animali è condannata e ritenuta pericolosa a livello teorico e legislativo, ma non pratico, è nato il lavoro di LINK-ITALIA. Link Italia è un innovativo progetto nazionale, incominciato nel 2009, grazie alla dottoressa Francesca Sorcinelli, Presidente dell’omonima Associazione di Promozione Sociale e Educatrice Professionale. Link Italia è la prima Associazione italiana ad aver portato avanti un progetto scientifico, criminologico, sociologico, psicologico ed umano relativo alla Correlazione (LINK) fra Maltrattamento e/o Uccisione di animali, Violenza Interpersonale e ogni altro Comportamento Antisociale, Deviante, Criminale (Sorcinelli, 2018).

A partire dal 2009, la dottoressa Sorcinelli e i suoi collaboratori hanno sviluppato ed attivato numerosi percorsi finalizzati all’indagine e allo studio del Link in Italia, tra cui (Sorcinelli, 2018):

una intensa attività di formazione professionale e sensibilizzazione dei cittadini;

la definizione del fenomeno in Italia tramite la raccolta e studio scientifico dei Casi Link;

la produzione di pubblicazioni scientifiche e divulgative sull’argomento;

la sottoscrizione di Protocolli d’Intesa Link con Ordini Professionali, Istituzioni ed Enti Pubblici;

la sottoscrizione di Friendship con Associazioni che si occupano di Difesa delle Donne e dei Minori;

la sottoscrizione di Friendship con Associazioni che si occupano di Difesa degli Animali;

la collaborazione internazionale per il contrasto del fenomeno a livello europeo (in qualità di cofondatore della European Link Coalition);

la collaborazione internazionale per il contrasto del fenomeno a livello globale (in qualità di appartenente al Network della National Link Coalition – USA) (Sorcinelli, 2018, p. 3).

Gli studi scientifici di questo progetto sono inseriti in una nuova cornice teorico-sperimentale elaborata ad hoc, che si è creata grazie alla dottoressa Sorcinelli e ai numerosi studiosi ed esperti coinvolti: la zooantropologia della devianza. La zooantropologia della devianza è una branca della zooantropologia -disciplina che si occupa della relazione fra l’uomo e le altre specie animali- che studia le implicazioni “zooantropopsicosociali” di comportamenti devianti e crudeli nei confronti degli animali, con l’intento di studiarne in maniera approfondita le caratteristiche, il LINK e le conseguenze (Sorcinelli, 2019).

Le persone che commettono un singolo atto di violenza su animali sono più portate a commettere altri reati rispetto a coloro che non hanno abusato di animali. Come segnale di un potenziale comportamento antisociale, atti isolati di crudeltà nei confronti degli animali non devono essere ignorati da giudici, psichiatri, assistenti sociali, veterinari, poliziotti e tutti coloro che incappano in abusi su animali durante il proprio lavoro (Arluke, 2006, citato in Sorcinelli, 2016, pag. 9).

All’interno di questa cornice teorico-sperimentale, sono stati individuate due Tipologie di Maltrattatori di Animali: Non Empatici ed Empatici (Sorcinelli,2018).

Il maltrattatore non empatico non sa prendersi cura dell’animale, poiché non è in grado di riconoscerne i bisogni specie-specifici, e porta avanti comportamenti di negligenza o incuria. L’avversione non è specifica verso il regno animale, ma sottintende a delle carenze generali dell’individuo sul piano emotivo e relazionale (Sorcinelli, 2018).

Invece, il maltrattatore empatico porta avanti degli atti di crudeltà intenzionali, ragionati, che colgono le caratteristiche specie-specifiche dell’animale e le sfruttano. Il maltrattatore empatico ha delle buone capacità mentalizzazione, che non vanno di pari passo ad un adeguato senso morale ed etico. Quindi, le sue abilità diventano particolarmente funzionali ad atti di violenza mirati (Sorcinelli, 2018). Questo tipo di maltrattamenti spesso sono inseriti nel profilo personologico dello Zoosadico: “lo Zoosadismo è caratterizzato da una modalità pervasiva o occasionale di comportamento intenzionalmente violento verso l’animale con atti di cattura, sevizie, torture e/o uccisioni […]. Lo Zoosadico in genere proietta sulla vittima animale le proprie paure, fragilità, distorsioni, perversioni e cerca di sperimentare ed esprimere attraverso l’alterità l’incubo che lo attanaglia” (Sorcinelli, 2018, pag.10). Lo Zoosadismo, se compiuto da minori, può essere riconosciuto come sintomo acuto di una situazione familiare ed esistenziale abusante e patogena (Sorcinelli, 2016). In questi casi, divenendo a sua volta carnefice, il minore abusato si identifica con il proprio aggressore, e scarica la paura e la vergogna sperimentate durante le violenze subite tramite impulsi sadici verso l’animale. Questa ripetizione equivale ad un ribaltamento del ruolo traumatico, che conferisce un illusorio senso di controllo rispetto alle emozioni terrorizzanti provate (Kernberg, 2020).

La pietà è sempre lo stesso sentimento, non c’è differenza tra quella che si prova per un essere umano rispetto a quella per una mosca.

Lev Tolstoj

Tra settembre 2015 e ottobre 2016, LINK ITALIA e il Nucleo Investigativo per i Reati in Danno agli Animali (N.I.R.D.A) hanno portato avanti la prima raccolta dati nelle carceri italiane, grazie alla collaborazione con il Dipartimento di Amministrazione Penitenziaria (D.A.P.), rispetto alla correlazione fra maltrattamento e/o uccisione di animali e altre condotte devianti. Il campione è stato composto da 682 detenuti reclusi in nove differenti carceri italiane. Dai dati raccolti, è emerso che su 682 detenuti (Sorcinelli,2016):

  • il 28% dichiara di aver assistito a maltrattamenti e/o uccisioni di animali nella minore età di cui il 3% nell’infanzia, il 7% in preadolescenza, il 6% in adolescenza, il 12% in più fasce di età;
  • il 16% dichiara di aver maltrattato e/o ucciso animali nella minore età di cui il 3% nell’infanzia, il 2% in preadolescenza, il 5% in adolescenza, il 6% in più fasce di età;
  • il 45% dichiara di aver sia assistito che maltrattato e/o ucciso animali da minorenne di cui l’8% nell’infanzia, l’8% in preadolescenza, il 7% in adolescenza, il 22% in più fasce di età (Sorcinelli, 2016, pag. 10).

Quindi: 1) Il 73% dei detenuti ha assistito a maltrattamenti e/o uccisioni di animali da minorenne. 2) Il 61% dei detenuti ha maltrattato e/o ucciso animali da minorenne. 3) L’89% dei detenuti ha assistito e/o maltrattato e/o ucciso animali da minorenne (Sorcinelli, 2016). Le percentuali rilevate da questi studi, rispetto al LINK, sono altissime. Tra le varie variabili che sono emerse, due mi hanno colpita in particolare:

  • Tendenzialmente il comportamento violento su animali non regredisce spontaneamente (Sorcinelli, 2016, p. 26): con lo sviluppo dell’individuo, il comportamento violento non si esaurisce da solo. Questo aspetto rende fondamentale una presa in carico immediata del minore che ha compiuto violenza sugli animali, ed un suo inserimento in un percorso socioeducativo creato ad hoc.
  • Abuso su animali come tirocinio di violenza sull’uomo (Sorcinelli, 2016, p. 26): spesso la violenza sugli animali risulta essere una preparazione ad una successiva violenza su un essere umano. La crudeltà sugli animali è un premonitore di una successiva struttura violenta dell’individuo.

Quindi, da un punto di vista zooantropologico, se un minore mette in atto crudeltà contro gli animali, ciò potrebbe: a) essere indicatore di pericolosità sociale, e di una futura escalation di comportamenti devianti; b) essere indicatore di una situazione patogena familiare, violenta o negligente; c) essere indicatore di uno sviluppo psicopatologico della personalità dell’individuo (Sorcinelli, 2016). Il punto a) è stato ampiamente confermato dai numerosi studi di LINK ITALIA (Sorcinelli, 2019). Ciò significa che un minore che compie violenza sugli animali è statisticamente più portato a compiere ulteriori reati in futuro, rispetto ad un minore che non lo fa. Questo punto è fondamentale per comprendere che se un minore compie reati contro animali deve immediatamente attirare l’attenzione dei servizi socioeducativi, in vista della creazione di uno specifico percorso rieducativo. I punti b) e c), riferiti più all’origine di tali comportamenti, osservandoli nel contesto socioculturale italiano odierno, mi fanno riflettere. Perché violenza e psicopatologia possono coesistere, ma non sono sinonimi. E, non per forza, una persona violenta è stata vittima di abusi. A volte, la violenza è la scelta più semplice, veloce e superficiale, portata avanti da persone che ritengono di avere il diritto di imporsi su qualcun altro, perché possono farlo.

Dunque, è possibile mettere in atto brutalità per “normalizzazione” e interiorizzazione della violenza come naturale- e accettato- strumento di relazione? È possibile che il costante clima di aggressività e violenza (omofobia, razzismo, xenofobia, misoginia) che da tempo pervade i social network e la concreta realtà italiana, assieme ad una totale assenza di figure adulte solide ed ispiratrici, stiano plasmando bambini e adolescenti abituati a vivere in un mondo virtuale, scissi dalla realtà, annoiati, impulsivi e incapaci di sperimentare empatia? In una realtà in cui accade che una ragazza volontaria, per un minimo gesto di umana empatia verso un profugo superstite, riceva centinaia di minacce di stupri e auguri di morte, che spazio rimane per il dolore e l’attenzione verso l’altro?

Solo una parte irrilevante delle immense crudeltà commesse dagli uomini può essere ascritta ad istinti crudeli. La maggior parte di esse è dovuta a superficialità o ad abitudini consolidate. Le radici della crudeltà, quindi, sono più diffuse di quanto non siano forti. Ma verrà il giorno in cui l’inumanità, protetta dalle abitudini e dalla superficialità, soccomberà di fronte all’umanità difesa dalla riflessione. Lasciateci lavorare per far sì che questo giorno arrivi.

-Albert Schweitzer

2020, Casoria, due ragazzi di quindici anni aggrediscono e uccidono un gattino: uno lo prende a calci, l’altro riprende con il cellulare. Il volto del ragazzo che uccide il cucciolo è annoiato, con un’espressione neutra. Il video viene postato su TikTok.

2020, Andria. Ragazzini prendono a sassate un gattino, lo uccidono e postano il video sui social network. Avevano fra i dodici e i quattordici anni: durante l’uccisione, parevano sinceramente spensierati e divertiti.

2020, Ciriè. Dei ragazzini di quattordici anni usano un piccolo riccio come se fosse una palla. Poi, non soddisfatti, lo infilano fra i binari del treno. Filmano tutto e poi postano online. Hanno detto di averlo fatto per divertimento: si annoiavano.

2021, Gela. Dei ragazzini impiccano ad un cartellone ferroviario un cucciolo di Pit Bull. Riferiscono che semplicemente non avevano nulla da fare.

2021, Ragusa. Dei bambini fra i nove e i dieci anni tagliano con delle cesoie le orecchie ad un cucciolo di cane. La zia commenta che i bambini non hanno fatto nulla di male: volevano solo rendere il cane più bello.

Se degli adulti pensano che la tortura abbellisca, e che a dieci anni un bambino non capisca di stare infliggendo dolore, forse c’è bisogno di fermarsi un attimo. Se insegniamo ai nostri figli che è giusto pensare che un uomo meriti la morte in mare perché straniero, se deumanizziamo qualcuno per il suo orientamento sessuale, se lasciamo i nostri bambini privi di solidi riferimenti etici, davanti ad uno schermo che distorce e allontana, come possiamo sperare di formare ragazzi e adulti educati all’amore, alla delicatezza, al rispetto della vita, animale o umana che sia?

La casa è il cubo dell’infanzia, la casa è il dado della commozione

Zbignew Herbert

I nuovi giovani sono differenti. Internet mostra loro che, potenzialmente, possono avere tutto, in ogni momento. Sono viziati, ma anche disintegrati interiormente, si sentono abbandonati da una realtà adulta che, non riuscendo a comprenderli li esclude, dandogli in mano un cellulare. I genitori sono fondamentali, sempre, e in questi casi sono parte integrante del problema. Non riescono ad intervenire perché non si rendono nemmeno conto di ciò che succede, non sanno chi siano per davvero i loro figli. Gli ambienti sociali si stanno mischiando. Ora non c’è più bisogno che tu nasca a Scampia per imparare ed essere immersi in un certo tipo di malavita, perché Scampia la puoi comodamente raggiungere dal tuo nuovo smartphone.” (Francesca Sorcinelli).

Negli episodi riportati, emergono due aspetti importanti: l’idea della crudeltà come un qualcosa di leggero, come se fosse una bambinata, e il desiderio di rendere i propri gesti immortali, lanciandoli in rete. Internet, così com’è oggi, è un catalizzatore di violenza. Non è moralismo, è un dato di fatto. La presenza di uno schermo impedisce una reale simbolizzazione e comprensione di ciò che sta accadendo. La morte, la tortura, l’odio, la violenza sessuale. Online tutto, anche l’inferno, può diventare un gioco che aspetta solo di essere cliccato.

  • “Chat dell’orrore, 20 ragazzini si scambiavano foto di pedofilia e decapitazioni: il più anziano aveva 17 anni” (Il Corriere della Sera, 2020)
  • “Pedopornografia: chat dell’orrore nell’Aretino, indagati 4 minori”. (Adnkronos, 2021)
  • “Le chat dell’orrore: 8 minori indagati per pedopornografia e odio razziale” (Interris, 2020)
  • “Bambini amputati e torturati a morte in diretta nel dark web: 17enni ordinavano sevizie a pagamento” (Fanpage, 2021)
  • “The Shoah Party”, la chat degli orrori su cui tutti dobbiamo riflettere (Wired, 2019)

Titoli di giornale che sembrano titoli di film horror. Stiamo creando tanti piccoli Pollicini, a cui però non abbiamo lasciato nemmeno una briciola di mollica di pane per ritrovarsi e ritrovare la via del ritorno. Internet è la tana del coniglio di Alice: se non educhiamo le prossime generazioni all’utilizzo della tecnologia e dei social network, in tanti non sapranno più come uscirne. Internet può divenire la peggiore delle droghe, perché a differenza di tutte le altre ti mostra cose che possono essere reali, rendendole però distanti e quindi inesistenti concretamente.

Avete preso un bambino che non stava mai fermo
L’avete messo da solo davanti a uno schermo
E adesso vi domandate se sia normale
Se il solo mondo che apprezzo
È un mondo virtuale

Io che ero argento vivo, dottore
Io così agitato, così sbagliato
Con così poca attenzione
Ma mi avete curato
E adesso mi resta solo il rancore

-Argento Vivo, Daniele Silvestri

Inoltre, questi reati sono sempre meno individuali, e sempre più inseriti in delle dinamiche di gruppo, in cui fenomeni di disimpegno morale (Bandura, Capara, Barbaranelli & Pastorelli, 1996) sono più facilmente attuabili. Tra i principali meccanismi di disimpegno morale sono presenti: diffusione della responsabilità, che è il meccanismo per cui la presenza di più persone nell’atto disintegra ed annulla la responsabilità individuale; distorsione delle conseguenze, che è una minimizzazione o distorsione (tendenzialmente in positivo) delle conseguenze di un’azione socialmente immorale (Bandura, 1996). “Il capo libera gli individui dal vincolo del Super-io, di una personale istanza morale. Il Super-io, o meglio l’ideale di Io, viene proiettato sul capo, il che permette ai singoli individui di non tener conto di alcuna considerazione etica: “Finché obbediamo al capo, tutto quello che facciamo è giusto!” […]. Persone che singolarmente appaiono del tutto normali, in quanto membri possono comportarsi in maniera totalmente amorale, aggressiva e distruttiva” (Kernberg, 2020, pag.35).

Secondo Bandura (1996), se le convinzioni morali e i valori interiorizzati da bambini giustificano un comportamento antisociale, vi è meno dissonanza o inibizione a compiere azioni violente in futuro, in quanto tali atti sono considerati accettabili e giustificati.

Commenti sotto un post di Laura Boldrini su Facebook

Commenti sotto un post contro Carola Rackete su Facebook

Questi sono solo un minuscolo esempio dei quotidiani commenti che pervadono il Web ogni giorno, e che possono indistintamente essere letti da chiunque a qualsiasi età, anche sotto numerosi profili di personaggi pubblici. Per me questa non è libertà di parola, ma istigazione a delinquere e grave forma di violenza verbale. Poi, però, chiediamo di censurare i cartoni Disney.

Le domande poste in precedenza non hanno una risposta univoca, perché i fattori che concorrono alla messa in atto di atti crudeli sono innumerevoli. Tuttavia, sappiamo di essere in una realtà che spesso legalizza e giustifica la violenza, anche quella più brutale. Dipende solo da chi è il destinatario, animale o essere umano che sia. Sappiamo di essere ripiombati in un clima denso, diffidente, di insicurezza. Sappiamo di avere davanti adolescenti sempre più tecnologici, e sempre meno emotivi ed empatici, che fanno fatica a sognare e a sentirsi parte di un progetto più grande. Sappiamo che stiamo lentamente distruggendo il nostro pianeta, ma più ci evolviamo e più diventiamo crudeli. Sappiamo un sacco di cose, ma continuiamo a scegliere di rimanere fermi.

Il mio migliore amico è un angelo
Mi protegge in modo insolito
Tu dirai che sono pazza, Io però
Guardati intorno e vedi
In un mondo in cui non c’è
Più giustizia sappi che
Il mio migliore amico sa essere umano
Molto più umano di te

Valentina Rubini, per il suo cane Angelo, ucciso a sprangate da quattro ragazzi

Bibliografia

Allen, J., Baeteman, A., & Fonagy, P. (2008). Mentalizing in Clinical Practice. Richmond: American Psychiatric Association Publishing (tr.it. La mentalizzazione nella pratica clinica. Raffaello Cortina, Milano)

Arluke, A. (2016). Brute Force: Animal Police and the Challenge of Cruelty. West Lafayette: Purdue University Press

Bandura, A., Capara, V., Barbaranelli, C., & Pastorelli, C. (1996) Mechanisms of moral disengagement in the exercise of moral agency. Journal of Personality and Social Psychology, 7. pp:364–374

Bateman, A., & Fonagy, P. (2004). Psychotherapy for Borderline Personality Disorder: Mentalization-based treatment. Oxford: OUP Oxford. (tr.it. Il trattamento basato sulla mentalizzazione, psicoterapia col paziente borderline. Raffaello Cortina, Milano, 2006)

Cartesio, R. (1637). Discours de la méthode pour bien conduire sa raison, et chercher la verité dans les sciences Plus la Dioptrique, les Meteores, et la Geometrie qui sont des essais de cete Methode. Leyde: Ian Maire

Kernberg, O.F. (2020). Odio, rabbia, violenza e narcisismo. Roma: Astrolabio.

Purewal, R., Christley, R., Kordas, K., Joinson, C., Meints, K., Gee, N., Westgarth, C. (2017). Companion Animals and Child/Adolescent Development: A Systematic Review of the Evidence.
Enviromental Research and Public Health, 14, pag: 234.

Sepulveda, L. (2015). Storia di un cane che insegnò a un bambino la fedeltà. Parma: Guanda

Sorcinelli F., Tozzi, R. (2016). REPORT DICEMBRE 2016, Zooantropologia della devianza. Profilo Zooantropologico Comportamentale e Criminale del Maltrattatore e/o Uccisore di Animali. Manuale di Classificazione del Crimine su Animali.

Sorcinelli, F. (2018). Introduzione alle linee guida in materia di determinazione della pena, sospensione condizionale della pena, messa alla prova nei procedimenti penali per maltrattamento e/o uccisione di animali e/o altre ipotesi di reato contro gli animali.

Sorcinelli, F. (2019). LINK I – Crudeltà su Animali e Pericolosità Sociale. Introduzione alla Zoantropologia della Devianza. II EDIZIONE. Milano: Gruppo editoriale Viator.

Sitografia

Adnkronos: https://www.adnkronos.com

Corriere della Sera: https://www.corriere.it/

Facebook: https://www.facebook.com/

Fanpage: https://www.fanpage.it/

Interris: https://www.interris.it/

LINK ITALIA (APS): https://www.link-italia.net/

Wired: https://www.wired.it/gadget/

Post a Comment