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Intersezionale

Natale

Racconto: Riduzioni

L’autrice consiglia di leggere ascoltando: Bluvertigo, “La crisi”. Zero – ovvero la famosa nevicata dell’85. Mescal, 1999.

di Sara Maggi

Gli stavo seduta di fronte, ci separava la scrivania. Le sue parole erano pietre contro di me, le scagliava con precisa lentezza. Terminato il discorso, aveva inclinato la testa in attesa di una mia reazione, e io gli avevo detto grazie. Lo avevo ringraziato per avermi comunicato che da gennaio l’azienda non avrebbe più avuto bisogno di me. Grazie era stata l’unica parola che mi era venuta in mente, volevo solo scivolare fuori dallo sguardo del direttore prima che il naso mi cominciasse a colare e la voce diventasse un lamento.

Domani è l’ultimo giorno dell’anno e lo trascorrerò chiusa in questo monolocale di 25 metri quadrati, senza nemmeno una bottiglia di prosecco. Ho rifiutato i pochi inviti ricevuti perché non ci si presenta a una festa a mani vuote, con due centimetri di ricrescita e lo sconforto stampato in faccia. C’è chi lo fa, ma a me non piace. Da quando sono stata licenziata penso a raffica a tutto ciò che mi serve e l’ansia mi strangola. Prima di tutto viene il cibo, poi le bollette, la parrucchiera e le medicine. Anzi, prima le medicine, poi la parrucchiera. Che me ne faccio di avere la testa in ordine quando il male me la spacca in due e i succhi gastrici mi riempiono la bocca che tocca sputarli in un fazzoletto, con la gente intorno che ti sta a guardare. Prima di tutto, prima di ogni altra cosa dell’elenco, devo però controllare se ho scorte di Lormetazepam, senza non provo nemmeno a coricarmi.

Sono stata licenziata una settimana prima di Natale, vale a dire dodici giorni fa.

– La postazione della centralinista verrà smantellata e i dipendenti risponderanno a turno. Purtroppo la crisi ha costretto l’azienda a una riduzione del personale»

Io rappresentavo l’esubero.

Da quel giorno non sono più uscita, perché uscire significa spendere o incontrare gente che mi chiede cosa farò a Natale e a Capodanno e io non ho voglia di inventare bugie, ma nemmeno di raccontare a tutti la verità: che sono una donna di trentaquattro anni, senza compagno, senza figli e con solo quattrocento euro sul conto corrente. Con i miei genitori non sono in buoni rapporti. Non gli sono mai piaciuta, nemmeno da bambina. Sono arrivata troppo tardi, quando già si erano rassegnati a vivere il resto della loro vita come coppia. Mia madre non si è mai fatta scrupoli a dirmi la verità. Da bambina, se la facevo arrabbiare, mi trascinava davanti allo specchio e guardandosi riflessa mi accusava:

– Dovevi arrivare prima, Marta, prima! Alla mia età non è facile crescere una bambina, sai. Guarda un po’ qua come mi sono ridotta!

Diceva quelle cose e intanto si pinzava con entrambe le mani i rotoli che le ricadevano sulla pancia, poi passava a pesarsi i seni cascanti e infine a tirarsi i capelli ingrigiti. Aveva cinquantatre anni, io dieci.

A dieci anni non assorbivo i suoi drammi come spaventosi difetti, a dieci anni io guardavo mia madre e mi sembrava uguale a tutte le altre. La sua età mi divenne pesante col passare del tempo e non per questioni fisiologiche, ma per atteggiamenti mentali. Dai miei sedici anni in poi tra me e lei ci sono stati solo conflitti, per il mio modo di vestire, per la mia scarsa propensione allo studio, per il mio modo colorito di parlare, per il mio essere troppo magra. Mio padre appoggiava le sue lamentele, ma senza mai rivolgersi direttamente a me. A diciannove anni me ne sono andata via da casa per andare a convivere con un uomo divorziato e con due figli.

– Quando quello ti lascerà per tornare dalla sua famiglia, non venire a bussare a questa porta. Chiaro?

Quando fui lasciata, invece, andai a bussare a quella porta con la bocca piena di scuse e qualche lacrima appesa agli occhi.

Mia madre mi aveva squadrata come se avesse avuto di fronte una mendicante, con un ghigno di soddisfazione mi aveva fatto cenno di entrare. Scortandomi in cucina con il suo passo pesante, aveva sibilato un prevedibile te lo avevo detto. Trascorsi sei mesi ero di nuovo fuori casa e, dopo aver dato della vecchia frigida a lei e del servo leccapiedi a mio padre, non considerai possibile un’eventuale secondo ritorno.

Ora sono qua, seduta sulla mia sedia a dondolo che penso a come ridurre al massimo i miei bisogni. Poi dovrò anche pensare a cercarmi un nuovo lavoro, un’altra volta. Ma non ora, adesso sono stanca. Mi preparo una cioccolata calda e penso che se mi fossi impegnata sarei riuscita a mettere da parte più soldi, penso che non avrei dovuto comprare una macchina, tanta gente si sposta in autobus o prende il treno. Io ho scelto la comodità e adesso mi tocca pagarla. Penso che invece di andare in vacanza a Londra, ad agosto potevo andare in Polonia, dove tutto costa meno. Ma era estate e non potevo immaginare che pochi mesi dopo avrei perso il lavoro. Centralinista. Un lavoro palloso, che chiunque è in grado di svolgere. Dieci anni passati a rispondere, cinque giorni alla settimana, per otto ore al giorno “Buongiorno, sono Marta, come posso aiutarla?”. Crescita professionale zero, aumento di stipendio zero, gratificazioni zero. Stipendio ridicolo. Tutta la grinta che avevo l’ho urlata contro i miei genitori. Gli altri esseri umani li ho subiti, remissiva come un agnellino. Ho accettato quello che ho ricevuto, in amore e sul lavoro, senza chiedere di più. E non sono stata previdente.

Bevo la mia cioccolata calda e guardo fuori, ci sono macchine ferme nel traffico, penso alla mia parcheggiata lontano perché trovare un parcheggio è una lotta e mi do una manata in fronte: che acquisto inutile. Evitabile. Osservo le donne che camminano svelte, avranno mariti ad aspettarle, figli, fidanzati. Genitori che le inviteranno per il cenone. La precarietà a trentaquattro anni fa paura. Mi sono adagiata in una vita piccola ma comoda, che fino a dodici giorni fa mi pareva accettabile e che oggi trovo vuota. Completamente vuota.

Crisi, riduzione, esubero.

Crisi, riduzione, esubero.

Queste tre parole mi hanno fulminata. Mi ronzano in testa dalla mattina alla sera, il loro ronzio mi toglie energia. Sopra alle macchine in coda lampeggiano le luminarie, esaltano la gioia dei gioiosi e la tristezza dei tristi. Io non mi metto in nessuna categoria. Sono in fase di riflessione. Il licenziamento mi ha invecchiata di colpo, ma era il lavoro a mantenermi giovane? No, credo fosse più la certezza di un futuro a spianarmi le rughe e a darmi l’appetito. Ecco, l’assenza di certezze mi ha tolto la fame e mi ha buttato in faccia i miei anni. La liquidazione non la prenderò, avendo lavorato come interinale e con contratti a termine l’ho già presa, e anche spesa. Non sono stata previdente, aveva ragione mia madre.

Mi alzo dalla sedia, le ginocchia mi fanno male, sciacquo la tazza e il cucchiaino e poi mi siedo sul divano letto, ma non lo preparo ancora per la notte, altrimenti diventa una notte troppo lunga. Accendo la televisione, osservo distrattamente le immagini che scorrono sullo schermo, non trovo niente di interessante. I palinsesti sono programmati per gli anziani, perché i giovani sono tutti in giro in questi giorni di festa. Io sono ancora giovane?

Pronto, buongiorno sono Marta, come posso aiutarla?

Pronto, buongiorno sono Marta, come posso aiutarla?

Pronto, buongiorno sono Marta, non rispondo più. C’è la crisi, hanno fatto riduzioni, sono un esubero.

Il telefono lo tengo spento. Non ho voluto ricevere e contraccambiare auguri di buon Natale, non voglio augurare buon anno a nessuno. Voglio togliere la possibilità a chiunque di assicurarmi, con voce pietosa, che il nuovo anno mi porterà un lavoro nuovo, più bello del vecchio. Se suonano alla porta non rispondo. Mi alzo dal divano per prendere un bicchiere d’acqua ma se mi volto mi vedo ancora su quel divano, vedo le macerie che mi compongono sparse sopra al plaid. Le osservo e mi viene voglia di spazzarle via scrollando il plaid dalla finestra. Vuoto il bicchiere e vado in bagno davanti allo specchio. Tiro su la maglia: sono dimagrita, mi spuntano le costole. Sotto agli occhi ho due borse gonfie e violacee, i capelli sono arruffati. Non arriverò ai 45 chili, ma mi sento un’incudine. Sono gli anni che mi pesano, non le ossa e la carne. Torno al divano, scuoto il plaid, i miei resti rotolano sul pavimento. Preparo il letto per la notte, poi preparo me stessa. Mi lavo i denti e prendo le gocce, non le conto più. Penso che domani, a quest’ora, sarà peggio.

Crisi, riduzioni, esubero, crisi riduzioni esubero, sono Marta, pronto, come posso aiutarla, sono l’esubero, sì, proprio io, sono single, non ho figli, sono un esubero, non sono una madre, ho trentaquattro anni, presto saranno trentacinque, come posso aiutarla?

Mi sveglio con l’amaro in bocca e la gola arsa. Decido di accendere il telefono per vedere se i miei genitori mi hanno cercata. Nell’attesa che il display si illumini, mi sudano le ascelle e la pianta dei piedi, ecco che compare il lungo elenco delle chiamate perse e dei messaggi. Scorro alla ricerca del numero di mia madre, non c’è. Quella stronza non mi ha cercata, non ha ancora digerito il vaffanculo che le ho gridato sul pianerottolo l’ultima volta che ci siamo viste. Pazienza. Sento che dentro di me qualcosa sta cambiando, sento che c’è del movimento sotto la pelle, un’insolita tensione che mi scorre lungo gli arti e la colonna vertebrale. Mi preparo un caffè lungo e lo sorseggio guardando il solito quadro che mi offre la finestra.

È mattina inoltrata, le strade sono ingolfate di auto, i marciapiedi sono affollati di corpi che si scansano, un fiume di pazzi che ha il solo obiettivo di trascorrere una serata di abbondanza. Cibo, vino, sesso, e musica in abbondanza. L’Abbondanza cozza contro la riduzione che mi tiene chiusa qua dentro. Ma ho deciso che oggi uscirò. Ho bisogno di respirare aria fresca, ho bisogno di mescolarmi a tutte quelle persone agitate, ho bisogno di sentirmi qualcuno, di dimostrare che a trentaquattro anni, sola senza figli, senza lavoro, posso essere di più. Di più di una ex centralinista, di una figlia arrivata tropo tardi e di una donna incapace di trovare l’uomo giusto.

Infilo i jeans che indossavo l’ultimo giorno di lavoro, una maglia nera e metto le scarpe senza le calze. Mi lavo solo i denti per mandare via il gusto acido del caffè. Non mi pettino, mi butto addosso il cappotto verde, prendo la borsa e dentro ci infilo un coltellino e un fermacarte a forma di stella.

Scendo le scale, ripeto: sono Marta, come posso aiutarla, sono l’esubero, senza figli e con genitori vecchi, è la crisi, sì, bisogna ridurre, fare meno lampade, la sua faccia è bruciata, lei è ridicolo anche se mi sta licenziando, ho perso tre chili, ma sono pesante lo stesso.

Arrivo in strada e mi metto a camminare con foga, non mi importa se la gente mi prende a spallate, io faccio altrettanto e non chiedo scusa. Mi dirigo nel parcheggio dove ho lasciato la mia auto tredici giorni fa. Mi è venuto caldo, sotto il cappotto sono zuppa, tiro fuori il coltellino dalla borsa e inizio a sfregiare le macchine che sono parcheggiate, scelgo le più costose: SUV e berline con i cerchi in lega. Riesco a farne un decina poi un uomo mi nota e si mette a gridare, io mi metto a correre più che posso. Corro e rido, perché mi sto divertendo. L’uomo è grasso, non riesce a starmi dietro.

Attraverso i vicoletti e mi ritrovo in centro. Mi specchio in una vetrina: ho un aspetto orribile e puzzo. Tiro fuori il mio fermacarte a forma di stella e lo sbatto ripetutamente contro la mia immagine riflessa, il vetro è infrangibile, si vena ma non si frantuma. Scappo via, corro più veloce che posso, nessuno mi insegue, nessuno ha voglia di occuparsi di me, ma sono certa che qualcuno chiamerà il 112. Un’incredibile energia mi fa muovere le gambe, la milza non pulsa, la testa è leggera e io corro come non sapevo di poter correre. Sbatto contro un uomo che potrebbe essere mio padre, lo faccio cadere, sento il rumore della sua testa che batte sul marciapiede, vedo il sangue. La gente intorno si ferma e mi guarda. Tiro fuori il coltellino e cerco di guardare uno per uno negli occhi le persone che ho intorno, la loro paura me la voglio ricordare. Con quella paura voglio iniziare a riempire il vuoto della mia vita. Il sudore mi cola lungo la schiena, sento freddo, devo scappare. L’uomo a terra rantola, continua a perdere sangue, sta arrivando un’ambulanza. L’ho solo scontrato, mi metto a urlare. L’ho solo scontrato. Punto il coltello verso chi si avvicina, con uno scatto riprendo a correre.

Corro, corro, corro. L’unica cosa che mi viene da chiedermi è com’è possibile che una donna di trentaquattro anni, che ha sempre tenuto il culo seduto per otto ore al giorno, cinque giorni a settimana, per dieci anni, possa riuscire a correre così veloce e così a lungo senza spappolarsi la milza. È il mio talento, mi dico, non ho mai saputo di averne uno. La crisi, la riduzione, l’esubero me l’hanno cavato fuori. Sputo saliva e muco, mi pulisco il naso con la manica del cappotto. Ho capito dove devo andare. Arrivo ansimante davanti alla porta, ho i capelli appiccicati alla fronte, avverto fitte fin dentro agli occhi. Vorrei potermi accasciare sul pianerottolo, ma resisto e suono il campanello. Sento le ciabatte che si avvicinano, trattengo il fiato. La sua faccia non è molto cambiata dall’ultima volta che l’ho insultata, mi guarda con la solita diffidenza. Trovo avanzi di maternità nelle sue mani che tremano. Non ci diciamo niente, io tengo stretto il fermacarte a forma di stella, lo estraggo dalla tasca del cappotto e, mentre sollevo con decisione il braccio, intravedo in secondo piano la sagoma di mio padre che sbuca dalla cucina.

Sara Maggi

È nata nel 1974, recupera crediti, frequenta campi da calcio (per seguire la figlia calciatrice), è maniaca delle liste, dorme poco e odia chi fischietta. Ha pubblicato un libro in formato digitale (Fiori recisi) e uno di carta (Gli occhi ciechi della madre). L’ultimo suo romanzo breve (La vita opaca) per Pentàgora, uscito il 12 giugno. Suoi racconti sono apparsi sulle riviste Cadillac, Carie, Ammatula e in un paio di antologie. Legge per evadere e scrive per non implodere.

CRACK è una rivista letteraria indipendente nata a Torino nel 2018. Pubblica racconti brevi , altre narrazioni e rubriche sul mondo dell’editoria. È gratuita ed è disponibile sia in versione elettronica sia cartacea, scopri di più su www.crackrivista.it

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