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Stefania Granata: La mia casa era un abbraccio accogliente ai viandanti

“Invisibili città” è una rubrica che si propone di raccontare le storie meravigliose che ogni essere umano custodisce. Per smontare lo schermo degli stereotipi e addentrarsi nella realtà…che è molto più caotica, bella e intensa di quello che si vede in foto. “You don’t need to be a voice for the voiceless. Just #passthemic ” (Su’ad Abdul Khabeer)

Puntata n.2 Stefania Granata – La casa sul monte

La mia casa era un chiostro

e un campanile a vela consegnati dal passato.

La mia casa era un portone sempre aperto

e un posto a tavola per l’ospite inatteso.

La mia casa era una finestra aperta sul mondo

e una babele di lingue e dialetti.

La mia casa era un abbraccio accogliente ai viandanti

e la condivisione del poco che bastava.

La mia casa erano le danze e i suoni dei tamburelli della festa

insieme al canto dei salmi.

La mia casa era il profumo degli aranci

l’odore del camino quando il focolare era acceso.

La mia casa era la sentinella sul monte:

scrutava i segni dei tempi

e indicava cammini di pace.

Tutte le mattine – me lo sono imposto- vengo qui almeno per un quarto d’ora a guardare gli alberi. Oggi, in realtà, non vorrei parlare di me, perché è qui, nel parco di Villa Mylius [giardino pubblico di Sesto San Giovanni, ndR] che ho conosciuto Maria Rosa Bugini, una volontaria che è morta da poco. Mi piacerebbe poter raccontare quello che ha fatto, la sua passione. Sapeva tutto sulle piante. Io certamente no! La “sua” serra da tempo era già vuota, perché la giunta comunale non ha rinnovato la concessione all’associazione di cui Maria Rosa faceva parte. Ma prima era tutta verde e piena di piante, e addirittura, se io andavo in ferie, Maria Rosa mi consigliava di portarle i miei vasi di fiori; “io resto qui tutta estate”, diceva. Aveva una grande cura di questo giardino, ed è stata sua l’idea di mettere nella serra l’angolo del book-crossing. Accoglieva le scolaresche e spiegava loro tutto sugli alberi e i fiori dell’orto botanico. Io venivo spesso a trovarla. Stavo attraversando uno dei cambiamenti più grandi della mia vita. Il secondo, grosso trauma.

I miei genitori mi hanno chiamato Stefania Paola, ma il secondo nome non l’ho quasi mai usato. Da quello che so la scelta è stata di mio padre (mentre mia madre voleva Paola). Dal greco vuol dire “corona”. Alla scuola media mi chiamavano “stecchino” perché ero magra, ma non mi preoccupavo più di tanto. Mi hanno raccontato che alla scuola materna ero timida e una volta non ho voluto recitare una poesia (che sapevo benissimo) davanti agli altri, nonostante la maestra mi invitasse a farlo. Forse avrei dovuto credere di più in me stessa e nelle mie capacità. La persona che mi ha più incoraggiata è stata mia madre. Nonostante tutte le mie insicurezze e indecisioni, finita l’università sono partita per la Calabria, dove sono rimasta per quasi venti anni, a condividere una esperienza di vita comunitaria di ispirazione religiosa cristiana.

Il grande salto della mia vita. Mi si è aperto il mondo. Nel senso che il mondo intero è passato da casa nostra: Didiè, del Congo, sempre fiducioso, che pensava sempre alla famiglia lontana; Alessandro, scappato dall’Albania nell’anno degli sbarchi clandestini. Gladis e Rodrigo, colombiani, in tournèe con il loro spettacolo di burattini; dovevano rimanere solo qualche giorno, si sono fermati quasi due mesi. Tonino, italiano, malato di AIDS; Elena, in fuga dai massacri del Guatemala: «in Europa la gente ha abbandonato Dio, mentre in Guatemala Dio ha abbandonato il popolo», una frase che non ho più dimenticato. Abbiamo accolto alcuni giovani tossicodipendenti della zona e numerosi immigrati africani, venuti per la raccolta degli agrumi nel periodo invernale. Non c’è stato un giorno in cui non avessimo un ospite, per anni. Forse per questo abbiamo trascurato la costruzione dei rapporti tra di noi, e alla fine … però per la comunità del paese, Rossano Calabro, abbiamo dato un bel contributo. All’inizio erano diffidenti: un gruppo di persone quasi tutte del Nord? abitano in un monastero ma sono vestiti normali: forse sono protestanti? E poi, invece… tantissime famiglie hanno partecipato all’accoglienza e alle iniziative culturali; c’era, mi ricordo, un’assistente sociale che si definiva “atea”, ma veniva ai nostri incontri, perché lì si percepiva davvero una dimensione internazionale.

Una parabola che si è chiusa. É parecchio ironico quello che è successo: ci chiamavamo “comunità della pace” e tra di noi sono nati dei conflitti insanabili. Nelle comunità c’è sempre qualche problema. Ad esempio, le figure carismatiche: rilanciano sempre tutto in avanti, ma nello stesso tempo ti fanno sentire soffocata. Poi, noi eravamo una comunità indipendente, perché volevamo libertà d’azione (anche se ci riconoscevamo all’interno della Chiesa cattolica), ma questo non ha aiutato nel momento di crisi perché forse ci sarebbe dovuta essere l’istituzione a darci un aiuto con quello che stava accadendo. Mano a mano, diversi membri della comunità se ne sono andati, e quando siamo rimasti in tre ho deciso anche io che era ora di dire basta. Quando una cosa è finita, bisogna avere il coraggio di ammettere che è finita.

Nel 2011, dieci anni più tardi, ricevo una mail che dice: «Tutta la comunità di Santa Maria delle Grazie vive ancora nelle nostre preghiere e nell’amore che avete saputo creare, infondere e diffondere. Siete ancora lì, tra le montagne e il cielo calabrese. E ci sarete per sempre».

Ma il rientro a Sesto dopo tanto tempo non è facile. La ferita della separazione sembra difficile da lenire. Avevo accumulato tanta ricchezza dentro di me, ma è come congelata. E poi, in Calabria io ero una persona pubblica: tutti mi conoscevano, ero un punto di riferimento. Qui non sono nessuno. Mi chiedo “ma io chi sono?”.

Siamo nel 2001, sono tornata a vivere con i miei genitori, quando incontro per caso uno dei nostri tanti ospiti in Calabria. Mi dice che nella libreria dove lavora stanno cercando personale. Vado al colloquio e mi assumono: incredibile, allora la Provvidenza esiste. Il mio amico (ora collega) mi dice che mi aiuterà lui. Per fortuna, perché non ho mai visto un computer in vita mia.

Il lavoro in libreria è faticoso. Scaricare e collocare libri, oltre a tutta la parte commerciale. Quando arriva la stagione dei libri scolastici è un delirio; i turni sono lunghi e non ho tempo di fare altro. Ma al di là della fatica c’è il rapporto con i clienti, che è fantastico. In fondo è questo che ho sempre voluto fare: avere a che fare con le altre persone. Con alcune si sviluppa un bel rapporto. Mi trasferisco in un monolocale, trovo un nuovo equilibrio.

Ma anche questo mondo si chiude. É il 2014 quando, dopo tredici anni che lavoro lì, la libreria cessa l’attività. Tutti veniamo licenziati. I clienti fanno una raccolta firme. Il sindacato patteggia e ottiene il trasferimento di un solo dipendente nella sede centrale, a Torino. Noi rifiutiamo: o tutti o nessuno. Finisce per essere nessuno. L’ultimo giorno la libreria è vuota, sugli scaffali non c’è più nulla. Il mio collega, quello che mi aveva trovato il lavoro, mette sul desktop del computer un teschio e combina altre stupidate. Quel giorno è descritto nel mio diario in cinque o sei pagine, una lunghezza clamorosa.

Andarmene da Rossano era stata una scelta, ma ora la situazione è diversa.

Questo trauma, al di là del fatto che sono di nuovo senza lavoro quasi a sessanta anni, mi obbliga a ripensare tante cose. Il tempo che ho a disposizione mi costringe ad accorgermi della città in cui vivo e da cui sono partita tanti anni fa, Sesto San Giovanni. Voglio provare ad abitare questa città. Mi aiutano a rimanere due realtà: l’associazione Da donna a Donna, che si occupa di prevenzione della violenza domestica e ha creato una rete di solidarietà, e la scuola delle mamme straniere, dove comincio a fare la baby sitter volontaria e poi a insegnare italiano-le amiche, per scherzare, hanno designato questa procedura (cominciare come “Mary Poppins” e continuare come insegnante) con il nome di “protocollo Granata”. Alla scuola delle mamme incontro di nuovo Maria Rosa, l’amica delle piante, che fa la volontaria anche lì. Nonostante il Covid l’associazione Da Donna a Donna organizza laboratori a distanza,per esempio un laboratorio di poesia, e anche la scuola prosegue grazie alla tecnologia.

E in questa realtà ritrovo ancora la mia dimensione più congeniale, quella dell’internazionalità: donne egiziane e marocchine, senegalesi e pakistane, e i loro bambini e bambine. E io sono, diciamo, allenata a entrare in empatia e comprendere persone che vengono da lontano.

È bello sentirsi parte non solo di un posto, ma di tutto il mondo. Scrivere poesie e dipingere (non sapevo nemmeno di averlo, questo lato creativo).

Avere cura di me. Coltivare le amicizie. Coltivare la mia vita interiore, come se fosse un giardino, dove c’è molta gramigna, quella che vorresti sradicare ma non riesci. Ma ci deve essere di sicuro anche un grande albero di aranci.

Nel giardino di casa

la lumaca costruisce il guscio

anche le formiche preparano il nido

la rana sistema l’acqua

per arrivare a sera.

Ed io con calce e mattoni

di cose e di libri

di occhi e di cuore

torno ad essere stanza abitata.

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