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LO SCRANNO DI GULLO: PERCHÈ È COSÌ IMPORTANTE IL MINISTRO DI GIUSTIZIA IN ITALIA

Se ne è sottilmente persa memoria, ma non è irrilevante che il primo ministro di giustizia della Repubblica italiana sia stato un comunista come Fausto Gullo.

Meridionalista, per un certo tratto vicino alla sinistra internazionalista, rimase poi nel PCI, sposando in età avanzata la lotta per i diritti civili. Aveva vinto nel suo collegio elettorale – detti allora “mandamenti” – con un programma secco in cui perorava il superamento prima e l’abolizione poi della proprietà privata, e non per gradualismo: nella sua Calabria gli statuti proprietari erano ancora latifondisti; andava fatta la distribuzione delle terre, prima di ridisegnare i codici. Per quasi un quindicennio, dai Cinquanta in poi, abbiamo soltanto democristiani: il partito che si rafforza nei gangli terminali dello Stato; si gioca anche la carta di un Moro quarantenne. Moro giurista lo è davvero: scrive pagini intelligenti sul futuro del giudizio di Cassazione, ma è soprattutto teorico.

Personalista cristiano, con un tocco di malinconia che in fase giovanile, nonostante la stima già forte, gli impedisce di incidere e/o di ribaltare gli equilibri di coalizione. Il chimerico centro-sinistra fa forse meglio di quello che la storia gli attribuisca, ma i codici restan quelli, la coscienza della giurisprudenza è ancora fatta di giudizi di merito dove forte è il personale di risalente reclutamento fascista. E Moro non è tipo da far saltare il banco. Un’infruttuosa parentesi che nasceva con semi illuminati si rivela il decennio successivo la breve esperienza del socialista Mario Zagari: europeista convinto, all’alba della Repubblica, era contro l’unità d’azione social-comunista. Voleva riformare la procedura penale, ma non sarà lui a lanciare quel percorso nel canale giusto.

Gli riesce di anticipare dei temi che esploderanno tra la metà degli anni Ottanta e la metà del decennio successivo: il debito pubblico del cd. Terzo Mondo, l’importanza della cooperazione internazionale, la centralità delle telecomunicazioni, la smilitarizzazione oceanica, visto l’impatto ambientale degli armamenti dislocati “in sonno”.

Nel mezzo e subito dopo, Oronzo Reale: sulla carta un repubblicano, negli anni dell’emergenza e dell’extraparlamentarismo squaderna alcuni dei provvedimenti più repressivi e anti-costituzionali nella storia del dicastero. Non a caso Sciascia ne farà abbondante strame, da intellettuale prima e parlamentare poi. Nel calderone giustizia, già allora terreno di campagne elettorali, spesa pubblica e tronfi e torvi codazzi polemici, non riescono molto né Mino Martinazzoli, che pure sarà alla scrivania di Gullo per ben tre anni, né il democristiano Rognoni, esempio tuttavia di una certa poliedricità sullo scacchiere europeo: fautore del dialogo col mondo arabo e assertore dei diritti umani, contemporaneamente in fondo filo-atlantico negli intendimenti di politica generale.

Decisamente meglio il giurista Giuliano Vassalli, al quale finalmente riesce la riforma della procedura penale e che tenta pure di svecchiare la cavillosa procedura civile (mancando l’obiettivo), dopo aver caldeggiato sin almeno dalla metà degli anni Ottanta l’alleggerimento del sistema penitenziario – oggi, probabilmente, inorridirebbe. Negli ultimi tre decenni son seguiti personaggi improbabili, che non avevano competenze giuridiche specifiche, né troppo spiccata attitudine al lavoro, dimostrando di beneficiare soprattutto di quadrature di coalizione (come quasi ammise uno degli interessati: l’ingegner Castelli, pugno di ferro della seconda Lega di governo). Alla fine degli anni Novanta sulla giustizia s’era consumato un brutto strappo nel periodo in cui il ministero era stato guidato da Diliberto. Eccellente romanista, erudito, forse già incline a riconoscere i semi delle nuove potenze globali (asiatiche, soprattutto), fece l’errore di mal gestire la vicenda Ocalan, il leader kurdo del partito dei lavoratori, mentre più assertivo sembrò nei riguardi della detenuta italiana negli Stati Uniti, Silvia Baraldini.

Pagine per qualcuno sepolte, ma che già segnalavano le difficoltà delle sinistre di governo a scegliere come ricollocarsi nel terzo millennio, se nel solco di continuità con lotte di minor presa e pessima stampa o verso approdi più “comodi”, “ammorbiditi”, “accondiscendenti”. Il partito di Diliberto non votò l’ultimo indulto approvato in Italia, peraltro, inforcando una sbandata di legalismo che invero non apparteneva alla cultura del docente, al tempo fautore persino di un osservatorio di garanzia per i diritti dei detenuti.

Molto più recentemente, l’onorevole Orlando aveva iniziato a varare (o, meglio, a tastare e testare) i tentativi di una riforma di sistema, che tenesse insieme l’enorme dossier del processo italiano. Suoi stessi alleati di coalizione la hanno bloccata, interdetta, spezzettata, segmentata. Si sarebbe potuto far di più e meglio e magari ciò avrebbe coinciso con maggiore aderenza al progetto originario. Ad oggi, invece, Marta Cartabia ha impresso subito un nuovo corso comunicativo e di cultura del diritto, rispetto alla collezione di uscite a vuoto del suo predecessore pentastellato Bonafede. Input sul piatto ne ha parecchi e probabilmente ha già testa e agenda per portarli a termine, ma andrà seguita e sostenuta proprio sui punti dove la sua compagine avrà la tentazione di non supportarla. La Dea Giustizia è purtroppo in Italia così: non tiene la bilancia, le sta nel mezzo. 

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