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Rachele Borghi

RECENSIONE: Decolonialità e privilegio. Pratiche femministe e critica al sistema-mondo

Ovvero: Cos’è la decolonialità e come si pratica – istruzioni per l’uso.

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“Decolonizzare e decolonializzare. I due termini sono simili. La loro genealogia, il loro uso, le immagini a cui fanno riferimento invece no. Ma soprattutto, il primo verbo ti permette di farti qualche sconto, il secondo no. L’idea che mi sono fatta è che il verbo decolonizzare, usato oggi come termine per rigettare i rapporti di dominazione, di sottomissione e di dipendenza radicati col sistema coloniale, rimandi direttamente ad una postura anti-coloniale. Tuttoggiusto. Però non basta.”1

Decolonialità e privilegio è un testo scritto da Rachele Borghi per la collana Culture Radicali che ci illustra dei metodi per riconoscere la colonialità interiorizzata, per smontarla e distruggerla, ma non solo. Decolonialità non significa decolonizzazione e non significa postcolonialismo, è un processo molto più radicale. Decostruirsi è importante – ci dice l’autora – ma non è un punto di arrivo, anzi.

Borghi crea allora un atelier di costruzione, un manuale di istruzioni e un kit di montaggio del caleidoscopio della decolonialità2, insomma una guida pratica affinché una volta intrapresa la battaglia contro la colonialità e il privilegio si possa (e si deve!) intraprendere la costruzione di nuovi spazi attraverso la mobilitazione e la ribellione dei corpi.

Nel 2009 aveva già scritto, insieme ad Antonella Rondinone, il libro Geografia di genere, un testo di incontro tra gli studi geografici e l’impegno femminista, ed è fondatrice del collettivo/metodo Zarra Bonheur. All’interno del capitolo #Assolo l’autora dice di sé:

“Sono una transfemminista, donna cisgenere, europea, del sud dell’Europa, emigrata in Francia, bianca italiana (quindi piuttosto trash), non eterosessuale, lesbica queer con un posto fisso e anni di precariato accademico alle spalle, geografa, di lingua genitoriale italiana, no english speaker. Lavoro come professora all’università, quindi il mio impegno femminista per la creazione di un mondo antioppressivo, antiautoritario, anticapitalista, antifascista, antisessista, anticlassista, antiagista, antiabilista, antispecista si concentra principalmente nel contesto accademico. È questo il mio spazio di riferimento, lo spazio del mio quotidiano, quindi quello privilegiato da dove cominciare a cercare di cambiare il mondo.”3

Nel raccontarsi a Radio Onda d’Urto dice di avere un approccio anarchico nei confronti delle istituzioni, nel descriversi a noi nel suo libro non è solo una geografa, bensì una “geografa pornoattivista accademica transfemminista”4. Creare un rapporto di reciproca contaminazione tra il pubblico e il privato, tra la sfera professionale e quella emozionale è anarchico, sì, e tutt’altro che sbagliato. Un sapere scientifico basato su un’osservazione esterna non è migliore di uno basato su un’osservazione partecipante (non malinowskiana, ma realmente partecipante) per il semplice fatto che quando guardiamo qualcosa non ci è possibile farlo in modo totalmente imparziale. Tutto ciò che guardiamo viene filtrato da chi siamo e da come lo interpretiamo, e gli scienziati (geografi, in questo caso) sono sempre stati principalmente maschi. Allora perché il loro metodo deve essere considerato canonico ai fini dell’osservazione scientifica, mentre gli altri no? È un approccio che ci viene proposto come neutrale, quindi il più giusto da utilizzare, ma in realtà è fortemente posizionato.5

Rachele Borghi si trova all’interno di un centro (il mondo accademico) ma ne resta al margine, sovvertendolo e arricchendolo. Illustra come sono strutturate le sue lezioni, come all’interno della classe crei degli spazi di costruzione – che chiama Zone Temporaneamente Autonome – dove chi insegna non è più semplicemente il soggetto dominante del contesto ma propone a chi segue le sue lezioni di creare delle dinamiche di relazione, saperi e approcci che siano nuovi e che mettano in discussione proprio l’autorità dominante negli spazi universitari.6 A tal proposito, è emblematica la sua presentazione del collettivo Zarra Bonheur:

“un tentativo di superare i binomi che separano i contesti (scientifico/militante), i saperi (cultura alta/cultura bassa, sapere scientifico/sapere militante), gli spazi (aula universitaria/centro sociale/scena teatrale/spazio artistico), le espressioni (conferenza/performance), creando spazi interstiziali di sovversione/trasgressione delle norme.

In alcune performance come Porno trash, Degen(d)ereted euphoria e Relationship Presidium ho trasformato le mie ricerche sul corpo in performance in cui il sapere scientifico prende corpo. Articoli e dossier di candidatura a concorsi si traducono in performance.”7

E su questa scia crea la pedagogia Brigata SCRUM (Sorcières pour un Changement Radical de l’Université Merdique).

“La brigata SCRUM è un tentativo di aprire un percorso di alleanze (studentie-insegnanti) all’interno di uno spazio di oppressione (istituzione universitaria), di coscientizzazione delle persone studenti razzializzate e minorizzate riguardo alla violenza interiorizzata del sistema scolastico, di coscientizzazione dell’insegnante sul rischio di diventare in qualsiasi momento agente di oppressione. Non si tratta di cancellare il potere che l’istituzione ci assegna; piuttosto di visibilizzarlo, di metterlo in discussione, di aprire uno spazio di parola collettivo per capire insieme come usarlo e non agirlo.”8

Decolonialità e Privilego si articola attraverso un sistema di voci off e di flashback e iniziando e concludendo i capitoli con degli hashtag che bisognerebbe proprio lanciare, se non è ancora stato fatto. Il titolo è allo stesso tempo risolutivo e propedeutico: prendere il postcolonialismo – che ci permette di capire che c’è qualcosa che non va, che malgrado la decolonizzazione le nostre menti sono ancora profondamente coloniali – e andare oltre, proporre, costruire spazi di ribellione, di dissidenza partendo da sé e dai propri privilegi e attraverso i corpi. La decolonialità è una risposta e una proposta, infatti Borghi la definisce un caleidoscopio, ossia uno strumento attraverso cui osservare la realtà e, con un semplice gesto, una rotazione, cambiare totalmente la visione e scoprire che ci sono infiniti centri circondati da infinite periferie. O meglio, che non ci sono più centri.

“Pensare decolonialmente un mondo pluriversale significa immaginarlo come un arcipelago di punti di enunciazione, una costellazione di micropolitiche di decolonialità, di laboratori di sperimentazione, a partire dal proprio posizionamento e dai propri privilegi.

Decolonializzare significa pensare che la realtà possa essere caleidoscopica: assomigliare più alle immagini del caleidoscopio che alle proiezioni cartografiche. Il caleidoscopio permette di vedere le cose diversamente e di costruire immagini nuove di realtà nuove. Non è solo una questione di punti di vista, è piuttosto una questione di punti di azione. È uno strumento che restituisce immagini plurime, senza centri e periferie. Basta poi farlo roteare, far muovere i vetrini colorati contenuti al suo interno perché l’immagine si trasformi, perché appaiano nuove costellazioni colorate. Il caleidoscopio ci permette di vedere la pluriversità del sistema-mondo. Accettare la proposta decoloniale significa non solo cambiare le lenti con cui guardiamo la realtà ma cambiare radicalmente gli strumenti con cui guardiamo/interpretiamo/ci proiettiamo in essa.”9

Pensare decolonialmente significa ribellarsi all’idea di universalismo ma anche andare oltre quella di relativismo, rifiutare l’assunto che ci sono spazi, saperi, poteri che hanno più valore di altri, e dunque distruggere definitivamente quei binomi del pensiero cartesiano occidentale che ci hanno portato a uno schema di civiltà/arretratezza, io/altro, uomo/donna, centro/periferia, normalità/anormalità, dominazione/subalternità.

Il sapere scientifico a cui facciamo riferimento è quello occidentale, tradizionale, tipico, non assoluto. Non è il migliore di tutti perché non è l’unico presente. Di contro, il sistema-mondo in cui viviamo è solo uno dei tanti possibili, non era l’obiettivo unico da raggiungere e non è di certo un punto di arrivo definitivo. Non esiste una linearità né un fine ultimo nella storia, l’idea di progresso è un fatto tutto europeo-occidentale, e la colonialità (che Borghi indica come somma colonialismo+modernità) è quello da cui ci dobbiamo liberare.

Quindi, non si può solo parlare dell’approvazione del ddl Zan ma bisogna mettere in discussione il binarismo di genere e l’eteronormatività. Non si può solo solo parlare di Ius soli/culturae ma bisogna chiedersi perché una persona, per “integrarsi” in un altro paese, deve aderire a nuovi valori rinnegando la propria dimensione culturale, tradizionale, emozionale. Non si può solo parlare di violenza e disparità di genere, ma bisogna agire per smontare definitivamente il sistema patriarcale. E così via.

C’è poi un’altra caratteristica, forse la più rivoluzionaria, che colpisce alla fine della lettura. Decolonialità e Privilegio è un testo che si legge molto velocemente, non solo perché è illuminante e lo si divora con avidità, ma anche perché si capisce tutto, e non è un caso. Farsi capire è, secondo l’autora, una presa di posizione, un valore politico, una resistenza al sapere scientifico esclusivo. Perché che senso ha produrre conoscenza se poi questa non può essere resa comune?

Nei vari flashback che propone, l’autora racconta il suo incontro con questa verità, le sue reazioni e il suo disorientamento. Se l’universalismo non ha senso, se il postcolonialismo non basta, ci si chiede in cosa credere. Leggendo le sue parole ho ricordato il mio primo incontro con gli studi postcoloniali e il senso di smarrimento che da quell’incontro è scaturito. Ero all’università, stavo per concludere il percorso di studi triennale e mi stavano dicendo che quello che avevo studiato fino a quel momento (ma soprattutto il modo in cui l’avevo studiato) non era giusto. Non tutto quanto, almeno. Quel senso di smarrimento l’ho temporaneamente accantonato, l’ho messo da parte perché non sapevo bene come affrontarlo, finché non ho “ripreso” gli studi, trovandomi di fronte al più inquietante decostruzionismo. Non era bastato farmi notare che per tutta la vita avevo guardato il mondo con uno sguardo coloniale, ora mi toccava disimparare tutto. Catastrofe. Così, mentre da un lato provavo soddisfazione per aver squarciato il velo, dall’altro aumentavano l’insicurezza e il disorientamento. Questo perché il decostruzionismo è – lo dice la parola – un’opera di distruzione, dunque dopo bisogna ricostruire, bisogna agire, creare spazi.

È a questo punto che entra in scena, trionfante, il concetto di decolonialità. Il pensiero decoloniale è rivoluzionario e ci riconcilia con l’idea che ci sono saperi diversi non subalterni, ma egualmente validi.10 Il senso di vuoto lasciato dalla critica postcoloniale e dal metodo decostruzionista si colma con le pratiche di resistenza, con la coscientizzazione (la riflessione sui propri privilegi), le alleanze, l’azione diretta (che Borghi indica nel suo kit di montaggio). Si ribalta la prospettiva, si sceglie di restare nel margine e di abitarlo, di farne un luogo di condivisione, di creazione, di impoteramento. L’invito di Borghi è quello di uscire dalla propria zona di confort e posizionarsi, per innescare un meccanismo di impoteramento, contaminare, diventare virali.

“Per uscire dal colonialismo non ci si può limitare a decostruire ma bisogna trovare il modo di agire per trasformare il mondo. Significa non creare un nuovo paradigma ma distruggere i paradigmi esistenti. L’accademia occidentale deve rinunciare al privilegio di produrre il discorso dominante. Le voci subalterne non devono essere ascoltate ma devono occupare lo stesso posto delle voci dominanti. Sottrarsi al ruolo oppressivo significa contribuire a far esplodere la torre d’avorio che ha protetto le persone accademiche occidentali fino ad oggi. Significa uscire dalla zona di confort, prendersi il rischio e la responsabilità, imparare il disagio, continuare a mettersi in discussione, non smettere di riflettere sul proprio privilegio. Per divenire complici è necessario cambiare in maniera radicale le modalità di produzione, diffusione e trasmissione del sapere. Cominciando dalle proprie.”11

Decolonialità e privilegio è un testo prezioso, politico (perché) intimo, centrale (perché) al margine. Ho letto questo testo una volta e l’ho compreso, l’ho ammirato, ci ho interagito, ho preso appunti, ne ho raccomandato a chiunque la lettura, ho conosciuto l’autora attraverso le sue parole e ho capito che mi stava fornendo una guida per identificare, smontare e distruggere la colonialità e per creare nuovi spazi attraverso la mobilitazione e la ribellione dei corpi. Ma questo è un libro in cui l’autora parte da sé e noi dobbiamo leggerlo partendo da noi. Quindi l’ho riletto mettendo al centro la mia vita. Ho praticato – o per lo meno tentato – gli esercizi di decolonialità che propone e ho capito quanto sono utili per riflettere sulle questioni che affrontiamo giornalmente, personali (e) politiche.

TROVATE IL LIBRO: QUI

1 Rachele Borghi, Decolonialità e privilegio. Pratiche femministe e critiche al sistema-mondo, Meltemi, 2020, p. 30

2 Rachele Borghi, Decolonialità e privilegio, p. 27

3 Rachele Borghi, Decolonialità e privilegio, p. 23

4 Rachele Borghi, Decolonialità e privilegio, p. 23

5 Rachele Borghi, intervista a “La polvere della battaglia” per Radio Onda d’Urto. Web, 29/02/2021

https://lapolvere.radiondadurto.org/2020/02/29/decolonialita-e-privilegio-mimesismeltemi-conversazione-con-lautrice-rachele-borghi/

6 Rachele Borghi, Decolonialità e privilegio, p. 156

7 Rachele Borghi, Decolonialità e privilegio, p. 155

8 Rachele Borghi, Decolonialità e privilegio, p. 160

9 Rachele Borghi, Decolonialità e privilegio, p. 33

10 Rachele Borghi, intervista a “La polvere della battaglia” per Radio Onda d’Urto. Web, 29/02/2021

https://lapolvere.radiondadurto.org/2020/02/29/decolonialita-e-privilegio-mimesismeltemi-conversazione-con-lautrice-rachele-borghi/

11 Rachele Borghi, Decolonialità e privilegio, p. 91

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