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DDL ZAN, Identità di Genere e autismo

Come sanno un po’ tutti a meno che non siano vissuti su un qualche atollo in mezzo all’Oceano, in questi giorni è in discussione il Ddl Zan. La mia posizione di anarchico che vorrebbe l’abolizione immediata del carcere è di per sé critica verso tutto ciò che va a rinforzare un impianto sociale che non vede come riformabile o accettabile ma che andrebbe completamente ripensato proprio partendo dalla chiusura di strutture come le galere e di strumenti come le leggi.

Tuttavia la discussione che è nata da questo Ddl è degenerata rapidamente nel festival della disinformazione e del complottismo più spinto con uscite che lasciano abbastanza di stucco. Si può partire dal frequente ritorno della tematica della surrogacy, che non ha assolutamente alcun legame con il provvedimento in discussione ma che viene tirato in ballo solo per fare terrorismo e confusione prospettando scenari che in Italia, paese che vieta la surrogacy, sono impossibili, per arrivare al riproporsi continuo della tematica della presenza di atlete trans nelle competizioni dando l’impressione che esista una sorta di assedio alla “fortezza donna” con incursioni di elementi “maschili”che starebbero violando “il femminino sacro” e il parallelo con le narrazioni di destra che parlano di fortezza Europa e l’assedio che starebbero portando i migranti è abbastanza chiaro e palese .

È poi bizzarro che le stesse persone che insistono su una divisione binaria basata sui genitali e sul sesso come elemento naturale sminuiscano la presenza delle persone intersex parlando di numeri troppo esigui per mettere in dubbio il loro paradigma e poi portino costantemente avanti la tematica della presenza di persone trans negli sport come se ogni persona trans a questo mondo fosse interessata solo e unicamente a fare sport agonistico. In realtà, come si accennava su, il Ddl zan è diventato per molte persone un’occasione da sfruttare per lanciare attacchi transfobici e rivendicare questi attacchi come libertà di parola; inoltre la discussione ha dato la possibilità di normalizzare quasi nel dibattito pubblico l’idea che esista una “teoria gender” e anche in consultazioni al senato è capitato di sentir parlare di “Lobby trans” che starebbe facendo pressione per “rovinare i nostri bambini”. Probabilmente non è questa la sede più adeguata per ricordare che lo spettro della “teoria gender”, come il terrore per la “Cancel Culture “o il “Politically correct” sono parte di una vera e propria egemonia culturale che la destra ha costruito in questi anni dettando i termini del dibattito pubblico e costringendo anche chi vorrebbe o dovrebbe discostarsi dal parlare di simili assurdità a muoversi su un terreno minato su cui si può solo stare sulla difensiva .

In particolare per moltissimi detrattori del Ddl Zan ciò che crea sgomento è il semplice utilizzo del termine “genere” e parlare di identità di genere crea reazioni che farebbero sorridere se non fossero drammatiche. Da molte parti si è attaccata la volontà, espressa nel disegno di legge, di inserire nelle scuole l’insegnamento dell’identità di genere e si è chiesto di “togliere le mani dai nostri bambini”. Parlare di argomenti come ruolo di genere, identità di genere e orientamento sessuale viene percepito come una violenza e un tentativo da parte di non meglio precisati attori (quando non si ricorre al solito mostro ebreo Soros) di “devirilizzare la nostra gioventù” per creare una popolazione facilmente controllabile.

Non vale neppure la pena di mettere in risalto quanta mentalità da maschio alpha ci sia dietro a queste considerazioni; ciò che voglio qui mettere in risalto è quanto sia invece violento l’attuale funzionamento della nostra società che, in luoghi che dovrebbero essere deputati alla crescita e alla conoscenza di sé dei giovani, li costringe a confrontarsi con un modello che prevede solo un’identità basata sul sesso e a pensare che la popolazione si divida in maschi e femmine in base ai genitali. Qualunque esperienza che esuli da quella cis ed eterosessuale a scuola viene ricondotta ad eccezione e anormalità; l’individuo in formazione non può prendere in considerazione la sua esperienza come esperienza perfettamente legittima e possibile nello spettro dell’umano ma solo come discostamento e anomalia rispetto al modello binario caratterizzato da “maschio se hai un pene; femmina se hai una vagina”. La realtà è assai differente da questi modelli e nell’umanità sono presenti infinite declinazioni dell’ “essere umano”; la violenza è ricondurle a un falso binarismo, non parlare della realtà. Pensare che introdurre nelle scuole un insegnamento che aiuti i ragazzi a indagare la propria identità e che ciò in qualche modo corrompa i ragazzi mostrando qualcosa che non dovrebbe mai essere insegnato o che li forzi, è distorcere la realtà e avere un pensiero assolutamente ideologico.

Come ho più volte scritto anche su queste pagine sono una persona autistica. È molto probabile che a questo punto il lettore abbia avuto un sussulto e si stia chiedendo perché io stia saltando di palo in frasca ma tra un attimo si noterà che il salto non è poi così pindarico. Si potrebbe cominciare col far notare come in tutta la discussione la tematica dell’abilismo, pur introdotta nel Ddl, sia sempre passata in secondo piano rispecchiando sempre un modo di procedere della nostra società in cui la disabilità è messa in ombra da corpi e da psichi abili: il disabile durante tutto questo dibattito è stato completamente silenziato.

Tuttavia parlare di identità di genere e di autismo è urgente anche per un altro motivo, che rimane sempre sotto traccia. Il “genere” è qualcosa che riguarda tutti e tuttavia riguarda noi autistici in modo particolare. Se infatti il numero delle persone allistiche che non si riconoscono nel genere assegnato alla nascita è circa del 20% , tra persone autistiche la cifra sale bruscamente superando di molto addirittura la metà del totale. In poche parole: la maggioranza delle persone autistiche non si definisce cis e non si riconosce nel genere assegnato alla nascita. Ciò non vuol dire che la maggior parte delle persone non cis siano autistiche ma che una grossa percentuale delle persone autistiche non è cis.

Mi sono più volte chiesto quale possa essere la motivazione per una simile situazione e probabilmente non si può rispondere focalizzandosi su un singolo elemento. Le persone autistiche hanno spesso difficoltà a definire in termini neurotipici stati d’animo ed emozioni e, quindi, chiederci “come stai?”, “Come ti senti?” e “Ti senti maschio?” desta lo stesso genere di difficoltà; l’autistico è anche molto preciso e attento ai particolari e quindi è probabile che dove un neurotipico si accontenti di una descrizione nebulosa un autistico scelga di non fingere di identificarsi con una descrizione che effettivamente non corrisponde a lui; è anche probabile che la distinzione “maschio-femmina”sia troppo fondata su convenzioni sociali e che un autistico, vista la sua scarsa inclinazione ad accettare le convenzioni sociali, non accetti neppure questa. Come che sia, non si può ignorare che parlando di “persona non cis”si possa parlare di una persona autistica.

E le discriminazioni che noi subiamo per il non comprendere il contesto sociale, per non saperci muovere, sono accentuate in un mondo in cui si richieda di identificarsi con un genere che sarebbe dato dalla presenza di alcuni genitali piuttosto che da altri. Forse la presenza di noi autistici può aiutare la discussione a uscire dal falso binario in cui si è incanalata per iniziare davvero ad accettare che anche l’identità di genere, esattamente come l’autismo, può essere rappresentato come uno spettro. In questa rappresentazione possiamo collocare maschio e femmina ai due estremi e qui lasciare le persone trans e quelle cis. Fra queste esiste tutto un’insieme di persone che non si riconoscono in nessuno dei due, o in entrambi i generi o che un genere non lo hanno affatto.

E la situazione è già questa oggi. Non è non parlando a scuola di identità di genere che i/le/lu ragazzi/e/u non si percepiranno come persone con un’identità queer e questa identità non è da indicare come un momento passeggero o il segno di un individuo in formazione. Non bisogna presumere che i ragazzi debbano crescere all’interno di una griglia che li vorrebbe “maschi” e “femmine” e che questo sia “naturale” e che poi la persona, raggiunta la maturità, possa “scegliere”cosa essere; non è così che avviene già oggi. Una persona avrà molto presto una propria identità di genere ma sarà costretta a nasconderla e a schiacciarla verso i due poli accettati pur di essere accettata e questo è farsi e fare violenza.

Non è una scelta: è qualcosa che sei, che costruisci e che vai costruendo e che gli adulti devono vedere e riconoscere per sostenerti e aiutarti a estrinsecarla, non a nasconderla. Io stesso, persona che ha superato i quarant’anni, sono una persona queer e a scuola ho subito ogni forma di bullismo perché identificato come il “Fro*io”, non solo dai compagni ma dai professori. E’ doloroso sentire un professore ridere durante una lezione e chiederti, ironico, “ma tu sei maschio? Ne sei sicuro?” e vedere gli stessi compagni di classe che fino a qualche minuto prima ti hanno bullizzato per il tuo mutismo sociale o proprio perché pensavano che fossi“fro*io”, ridere insieme al professore perché non sei come l’ideologia dominante vorrebbe.

É quell’ideologia che avrebbe voluto fare di me un “maschio” che oggi si oppone all’introduzione di certe tematiche a scuola perché ciò le impedirebbe di spingere con la violenza a conformarsi all’interno di quei disvalori in nome dei quali ero bullizzato. Invece è bene spigare sin dai primi anni che alcuni maschi hanno la vulva, alcune femmine il pene e alcuni che hanno pene e/o vagina non sono né maschi né femmine e ciò va benissimo. Siamo umani, e la cosa più bella del nostro essere umani è che siamo tutti diversi ma uguali nel nostro essere diversamente umani.

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