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Genova G8

A venti anni esatti dal G8 di Genova ci troviamo di fronte ad un’altra Diaz

Con le stesse dinamiche, la stessa ferocia, le stesse complicità.

La brutale mattanza del carcere di s. Maria Capua Vetere non può non far tornare alla mente l’ultimo atto delle giornate di Genova, quello che fu definita “macelleria messicana”. Ma in questo ventennio, che va dalla Diaz a santa Maria Capua Vetere, è costellato di vicende che hanno messo sotto gli occhi di quelli che volevano vedere che cos’è e come funziona il nostro apparato repressivo. Il caso Cucchi, il brutale omicidio di Federico Aldrovandi, hanno fatto breccia nell’opinione pubblica diventando appunto dei “casi”. Ma per diventarlo ci sono voluti anni, dolori e sofferenze inenarrabili per i familiari e fatiche tremende per i legali.

In altre occasioni non è andata così.

La svolta, in entrambe le vicende, è avvenuta per merito del gesto risolutivo di una sola persona: il carabiniere Riccardo Casamassima, che per il caso Cucchi testimonio’ contro i suoi colleghi in aula. Subì il totale ostracismo da parte dell’Arma: “Ho perso tutto, mi hanno voluto punire “ dichiarò infatti. E se furono processati e subirono una condanna i poliziotti responsabili del massacro di Federico Aldrovandi il merito fu di una donna camerunense, Annie Marie Tsagueu, testimone oculare dal suo balcone. Tre di quei poliziotti su quattro autori del brutale pestaggio sono comunque tornati in servizio, sia pure con compiti amministrativi.

Stavolta ci sono state le inchieste giornalistiche ed il video che probabilmente risulterà decisivo. Ma quante sono le vicende che sono rimaste nascoste, protette dal muro di gomma del sistema? Tante, troppe. Il sistema dei Cpr, ad esempio, è un autentico buco nero dove può succedere e succede di tutto.

Ma torniamo alla Diaz. Uno degli ultimi atti di quella vicenda si è consumata di recente. Pietro Troiani e Salvatore Gava sono stati nominati vice questori dall’attuale ministra dell’interno Lamorgese. Troiani aveva introdotto le molotov, dopo che Gava ne aveva accertato il ritrovamento, per quella ormai famosa conferenza stampa dopo il massacro. Quasi tutti i protagonisti dei giorni del G8 e della macelleria messicana avevano poi proseguito la carriera indisturbati trovando riparo nei casi di interdizione dai pubblici uffici. Gava ad esempio, venne assunto con funzioni di direzione della sicurezza da Unicredit; Canterini, capo del reparto mobile a Roma e tra i protagonisti della repressione al G8, passò ad incarichi presso alcune ambasciate. Il caso di De Gennaro è poi eloquente, una carriera fatta di porte girevoli: direzione investigativa antimafia, capo della polizia, commissario straordinario per i rifiuti in Campania, capo dipartimento per le informazioni per la sicurezza, sottosegretario di stato alla presidenza de consiglio, presidente di Leonardo, ex Finmeccanica, ora presidente della banca popolare di Bari.

A botta calda De Gennaro aveva definito l’operazione della Diaz ”una normale perquisizione trasformata in operazione di ordine pubblico per l’atteggiamento violento degli occupanti” e aveva lodato la gestione della piazza, “la gestione delle manifestazioni servirà da esempio per i futuri vertici”. Viene in mente Gian Maria Volonte’ in “Indagine su un cipttadino al di sopra di ogni sospetto “ quando grida “Repressione è civiltà “.

La condanna della Corte europea per le torture alla Diaz è stata vissuta come una intrusione, una invasione di campo, da parte dei rappresentanti del nostro apparato repressivo ma almeno ha innescato il percorso che ha portato alla approvazione del reato di tortura. Un percorso difficile, contraddittorio dove i compromessi sono stati tantissimi. Un testo lunghissimo con aspetti poco chiari che esclude più che includere quelle che sono le forme in cui si manifesta il reato di tortura facendo riferimento ad un “trauma psichico” che deve essere “verificabile” mettendo quindi la vittima in una situazione di difficoltà e quasi ribaltando le parti.

Vedremo cosa succederà per s. Maria Capua Vetere:intanto in questi anni le condizioni dei detenuti sono peggiorate sempre di più. L’Italia somiglia sempre di più alla Turchia con 120 detenuti dove ne possono stare 100:nel paese governato da Erdogan si arriva infatti a 127.

Ma il dibattito sulla questione carceraria e sulla applicazione della pena ha registrato una involuzione pazzesca dai tempi in cui si parlava di “liberarsi dalla necessità del carcere”. È un clima che inizia dalla fine degli anni ’70 con la legislazione speciale antiterrorismo, attraversa i due decenni successivi arrivando fino a noi. Il carcere è sempre più quella istituzione totale che è sempre stato e il dibattito pubblico cade sempre e solo sull’inasprimento delle pene e sull’imbarbarimento del diritto a tutti i livelli. Un tema come quello della sicurezza e del decoro- in cui si vede chiaramente il corto circuito col sistema mediatico- apre la strada a decreti come quello Maroni che fa a sua volta da apripista a quello Minniti con cui si arriva inevitabilmente ai decreti sicurezza di Salvini.

Un percorso ben raccontato in “La buona educazione degli oppressi”di Wolf Bukowski: il risultato è che non crimini e non criminali sono sempre più criminalizati. È la guerra ai poveri che passa per caserme, tribunali e carceri anche per mezzo di provvedimenti come i Daspo urbani o i criteri punitivi nei punteggi per l’assegnazione delle case popolari.

Ma su “sorvegliare e punire” media e politica sono sempre d’accordo.

Il resoconto del dibattito parlamentare al senato dopo le rivolte carcerarie in piena pandemia è illuminante in questo senso.

Se il ministro Bonafede, 5 stelle, parla di “atti criminali di fronte a cui lo stato non arretra” e il suo vice, sempre 5 stelle, definisce la mattanza di s. Maria Capua Vetere “una doverosa azione in difesa della legalità “ chi rappresenta il Pd, il senatore Mirabelli, per spiegare le rivolte carcerarie scomoda le teorie del complotto evocando “un disegno destabilizzante su tutto il territorio nazionale “.

Il linguaggio di tutti è simile, l’omaggio a prescindere alla polizia penitenziaria una specie di obbligo di fronte al quale è impossibile sottrarsi. S. Maria Capua Vetere non è stata una eccezione, quindi ma la prosecuzione di un percorso.

Ci sono inchieste che riguardano dinamiche simili, cioè brutali pestaggi, anche in altri istituti penitenziari e stanno venendo fuori testimonianze su quanto successo a Modena dove i morti furono 9 e la procura aveva proposto l’archiviazione.

Tutto questo succede 20 anni dopo la Diaz, 20 anni dopo Genova: una critica radicale al nostro sistema giudiziario e ai criteri con cui viene eseguita la pena, più simili alla vendetta che al recupero, sarebbe indispensabile.

Al momento, il fatto che gli agenti penitenziari di s. Maria Capua Vetere abbiano urlato ai detenuti “Oggi lo stato siamo noi “ è una tragica ed inevitabile conseguenza di questi ultimi decenni.

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