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Rimbombano tamburi e spari: in aumento i rapimenti in Nigeria

La Nigeria, il «Gigante dell’Africa», casa di centinaia di etnie diverse: è un tumulto di colori, che ritroviamo dipinti sulle vesti di chi popola le sue strade o fra le tipiche spezie ammassate nei mercati. E’ una terra fertile, sulla quale chiunque abbia un giardino coltiva il proprio cibo e percio’ ne conosce, saggiamente, il valore in quanto frutto delle sue fatiche e delle sue cure, sia quando esso è sufficiente a soddisfare il benessere di una famiglia sia quando non lo è. Fra quelle piante e in quei giardini i bambini si ritrovano per giocare, per cui, di tanto in tanto, li vedi arrampicarsi sugli alberi per raccogliere e mangiare i loro frutti.

Non lontane da loro, le donne riunite a lavare i panni nei bacili intonano un canto, che fa onore all’appellativo che vien dato alla loro terra: «Il cuore della musica africana», attribuitogli non solo per la molteplicità di generi musicali che ospita (da quelli folk e popolari appartenenti alle tradizioni delle diverse etnie del Paese, all’afrobeat, ad alcune varianti del reggae), ma perché, quando la musica scorre nelle vene di un popolo, da una noce di cocco spezzata puo’ nascere un ritmo incalzante, che si accompagna al canto, allo scroscio dell’acqua delle lavandare e alle risate dei bambini. Il lavoro diventa così quasi una festa.

Ma allora perché oggi, se si pensa alla Nigeria, ci si figura condizioni di diffusa miseria ed un malessere imperante che porta i Nigeriani ad una pericolosa fuga verso le nostre spiagge? La ragione è che la corruzione dello Stato e la sua conseguente incapacità di difendere i cittadini da questioni come gli attacchi terroristici di associazioni come Boko Haram, ha costretto molti a lasciare le proprie case, che esse fossero integre o ridotte in macerie dalle bombe, e li ha trasformati in rifugiati, alienati da noi popoli occidentali che non riusciamo a vedere su di loro altro volto se non quello della poverta’.

Zamfara State High School

Negli ultimi tempi una delle tante piaghe del Paese si è fatta più profonda: sono aumentati i casi di rapimento per riscatto. Negli anni passati i rapitori solevano colpire principalmente le famiglie più abbienti, ma ora stanno prendendo di mira anche quelle economicamente più vulnerabili. Basti pensare che da Dicembre 2020 quasi 800 bambini e studenti sono stati sequestrati nel centro e nord-ovest della Nigeria. Ha destato particolare scalpore il caso, avvenuto a Febbraio di quest’anno, delle 300 ragazze prelevate dai dormitori della Zamfara State High School e fatte marciare scortate, nella notte (il rapimento è avvenuto fra le ore 1:45 AM e 3:00 AM), da una ventina di uomini armati su dei motorini, mentre erano ancora vestite dei loro pigiami. La polizia e l’esercito hanno lanciato un’operazione congiunta per salvarle. E’ stato riferito che le modalità di azione ricordano il rapimento delle 276 ragazze sequestrate nel 2014 da Boko Haram a Chibok, fra le quali solo alcune riuscirono a fuggire. A seguito dell’accaduto abbiamo sentito pronunciarsi il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, che ha richiesto il rilascio immediato delle prigioniere. Anche l’Unicef ed alcune ONG come Amnesty International e Save The Children non hanno potuto fare a meno di esprimere preoccupazione per queste continue violazioni dei diritti umani che non fanno che peggiorare in ordine di quantità e frequenza.

A Maggio centinaia di manifestanti hanno parzialmente bloccato un’autostrada della capitale Abuja con barricate e pneumatici infuocati, a seguito della denuncia da parte di alcuni residenti dell’ennesima ondata di sequestri nella zona. «I rapimenti devono finire!»: sono le parole che fanno eco tra i manifestanti, i quali pregano il governo perché faccia qualcosa affinché possano sentirsi al sicuro e affinché possano tornare a dormire sonni tranquilli, senza dover temere costantemente per sé e per i propri figli. Eppure a nulla sono valse le loro richieste. A Giugno è stata fatta irruzione dalle finestre di una scuola primaria e secondaria. Nel caos prodotto dalle urla e dagli spari, alcuni bambini sono corsi a rinchiudersi negli uffici della scuola, sfuggendo ai rapitori, mentre altri cento sono stati presi. Di quei cento, alcuni «fortunati» sono stati rilasciati perché troppo piccoli e deboli per riuscire ad attraversare la boscaglia, la via di fuga escogitata dai rapitori.

Cosa comporta tutto questo? Il rappresentante dell’Unicef in Nigeria, Peter Hawkins, ha ricordato che la situazione è dannosa non solo per l’economia delle famiglie colpite dalla richiesta di riscatto, ma anche per la salute mentale di chi subisce, direttamente o indirettamente, queste violenze. E’ fonte di sofferenza per l’intero popolo nigeriano. Infatti questo tipo di criminalità non sta facendo altro che impoverire sempre di più le famiglie e gettare la gente in uno stato di insicurezza e ansia perenne. Non vi è più alcun luogo sicuro per nessuno: non le strade, non gli edifici pubblici e neppure le proprie case. E’ per tali ragioni che gli pneumatici fumano e i manifestanti si riversano sull’ autostrada Abuja-Kaduna: è la disperata richiesta di aiuto di chi ha subito violenza e di chi teme di essere prossimo a subirla. Il governo nigeriano sarà capace di ascoltare? Sarà la polizia formata abbastanza per salvaguardare l’incolumità dei cittadini e sufficientemente preparata da riuscire a riportare a casa chi è scomparso? Fino ad ora nessuna delle due parti sembra essere stata all’altezza del suo ruolo: sempre più persone, principalmente giovani, stanno entrando a far parte di questo losco giro. Per alcuni rappresenta la soluzione più veloce per procurarsi quanto basta a provvedere per sè e per la propria famiglia, per altri è divenuto un vero e proprio business. Nel mentre i bambini vanno a scuola. Consci del rischio di non fare ritorno a casa, si incamminano, con il coraggio di chi, nonostante il pericolo, non intende rinunciare al suo diritto di studare.

Ci si chiede allora se e quando la Nigeria tornerà a far suonare i tamburi e non gli spari. Quando si potrà non avere più timore della notte e del nuovo giorno.

Ci si chiede anche cosa noi popoli Occidentali potremmo fare per tutelare questa gente, per fare in modo che uno straniero, proveniente dalla Nigeria, non arrivi nei nostri Paesi perché messo in fuga dalla violenza, ma per una sua libera e serena scelta, per le stesse ragioni che spingono noi altri a viaggiare per il globo. Riusciremo, dunque, a fare in modo che il sorriso di un nigeriano non rappresenti per noi la forza di chi ha sofferto, ma la semplice goia di chi è tranquillo ed apprezza la vita, potendo usufruire delle infinite opportunità che oggi offre questo nostro mondo unito e globalizzato?

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