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Carcere

ANTIGONE: IL DOPO-VIRUS E I RIFLETTORI ACCESI SUL CARCERARIO

Scritto da Giulia Fabini*

Foto in copertina di Associazione Antigone

I video che testimoniano dei pestaggi avvenuti nell’istituto di Maria Capua Vetere nell’aprile del 2020 e recentemente diffusi portano con sé, oltre all’orrore, l’urgenza di un monitoraggio costante e profondo, che renda le mura del carcere progressivamente trasparenti, a impedire ulteriori abusi, violenze e torture – e quanto meno a riconoscerne le gravi responsabilità. Il sistema carcerario in Italia ha attraversato un grave momento di crisi nel corso dell’ultimo anno e mezzo. Gli effetti della pandemia e le rivolte hanno modificato la quotidianità detentiva, restringendo ulteriormente la libertà delle persone ristrette.

Una delle attività centrali dell’Associazione Antigone è l’Osservatorio sulle condizioni di detenzione. Dal 1998, grazie a un’autorizzazione annuale del Ministero della Giustizia, circa novanta tra volontarie e volontari fanno ingresso negli istituti per comprendere e raccontare come si sta in carcere. Alla fine di ogni visita, compiliamo delle schede poi pubblicate nel sito dell’Associazione e consultabili da chiunque sia interessato: società civile, studiose e studiosi, chi lavora in questo settore. Quando come osservatrici e osservatori varchiamo le mura del carcere, cerchiamo di cogliere il clima di ogni istituto. Nelle carceri, infatti, coesistono diverse “popolazioni” alla costante ricerca di un qualche tipo di equilibrio in una convivenza imposta: la Direzione e l’area trattamentale, la Polizia penitenziaria, il comparto sanitario e le persone detenute. Le forme che questo equilibrio assume denotano il “clima” dell’istituto; che può subire variazioni nel tempo o in ragione dell’istituto in cui questo si dà.

Chi entra in carcere – che sia in visita, per lavoro o per scontare una pena (o in attesa di giudizio) – sa bene che l’esperienza detentiva può differenziarsi anche in misura importante a seconda di dove la persona verrà ristretta: in quale istituto? In quale sezione? Esistono, infatti, istituti a vocazione trattamentale e istituti a vocazione punitiva; istituti collocati in area urbana, facilmente raggiungibili con i mezzi, che intessono legami con il territorio, ravvivati dalla presenza del volontariato; e istituti collocati in aree extra-urbane, difficilmente raggiungibili dai mezzi, esclusi dal tessuto sociale in cui pure si trovano, con scarsa presenza di volontariato e quindi anche sprovvisti di tutta una serie di servizi e attività che nel carcere esistono solo ed esclusivamente grazie a quest’ultimo. Le sezioni possono essere differenziate in ragione di una circuitazione formale (Alta sicurezza AS1, AS2, AS3, 41-bis, Comuni, Protetti) o informale (collocazione nelle sezioni a seconda della nazionalità o della condotta, ecc.) La quotidianità detentiva, le ore d’aria, la presenza di spazi per la socialità, la condizione e la manutenzione degli spazi, la possibilità di accedere alla turnazione lavorativa, alle attività trattamentali, ai corsi professionalizzanti, alla scuola, dipenderà dalla sezione e dall’istituto nel quale il detenuto o la detenuta verranno collocati.

Per quanto riguarda le detenute, un ragionamento ulteriore andrebbe fatto rispetto alla scarsità dei numeri (sono il 4/5% della popolazione detenuta) – che le colloca o in uno dei quattro istituti femminili presenti in Italia (Trani, Venezia Giudecca, Rebibbia, Pozzuoli) o in una delle circa cinquanta sezioni femminili in carceri maschili – e alla relativa scarsità di spazi e risorse messe a disposizione di una popolazione considerata marginale1. Le detenute spesso non hanno accesso alla palestra, hanno biblioteche più piccole, meno attività, spazi ridotti, mancanza di corsi di studio, specialmente di grado superiore e universitario. Essere una donna detenuta si traduce in un’esperienza detentiva differente, alcuni sostengono ancora più afflittiva, sia per le condizioni materiali di detenzione sia per il giudizio sociale che pesa sulla donna che infrange la legge più di quanto non pesi sull’uomo. Diversa ancora l’esperienza detentiva per le minoranze LGBTQI+, collocate o in sezioni protette destinate (come ad esempio è il caso di Reggio-Emilia) o più raramente all’interno delle sezioni femminili: nell’uno o nell’altro caso l’esperienza detentiva sarà differente.

Raccontare il carcere dall’interno significa andare a vedere come sono gli spazi, come sono vissuti, come sono utilizzati, se sono agibili, se sono effettivamente aperti; appurare l’accesso delle detenute e dei detenuti alle cure e la presenza di personale giuridico-pedagogico in numero adeguato rispetto alle presenze; verificare in quanti lavorino alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria o di enti esterni; controllare che abbiano accesso a tutti i gradi dell’istruzione, che siano disponibili corsi professionalizzanti, attività trattamentali, attività ricreative e sportive; cercare di capire la circuitazione interna ad ogni istituto, quella formale, quella informale. Tutti questi elementi ci dicono come si sta in carcere.

Seppur con più difficoltà, abbiamo monitorato lo stato delle carceri anche in questo periodo di contagio e di emergenza sanitaria. L’accesso agli istituti non è sempre stato facile, e in alcuni periodi abbiamo dovuto limitare o interrompere gli accessi, per ovvie ragioni. Certo è che farsi la galera in questo periodo e nell’anno passato è ancora peggio che farsi la galera in condizioni “normali”, è ancora più afflittivo. È stato più afflittivo per l’assenza di attività trattamentali, per l’impossibilità di vedere i propri affetti e per tutte quegli elementi di chiusura che abbiamo esperito fuori ma che dentro si sono fatti sentire con ancora più forza2.

Come era importante tenere alta l’attenzione nel periodo passato, così è importante continuare a farlo in questo momento, in questo passaggio durante il quale le cose dovranno tornare alla normalità e la posta in gioco sta nelle forme che assumerà questa normalità futura che ci aspetta. Vorrei sottolineare tre elementi, che rappresentano altrettanti cambiamenti e innovazioni avvenute nel sistema carcerario nel nostro paese durante la crisi pandemica e che richiedono di tenere dei riflettori costantemente accesi sugli ulteriori sviluppi.

Il primo punto è quello della necessaria intrapresa di percorsi che portino alla deflazione della popolazione detenuta. I numeri della detenzione sono diminuiti durante il periodo pandemico, ma non tanto quanto si sarebbe potuto3, passando dalle 61.230 unità del febbraio 2020 (di cui 2.702 donne e 19.899 stranieri), alle 53.660 unità di oggi (di cui 2.224 donne e 16.940 stranieri). Questo non significa che non persista il problema del sovraffollamento. Infatti, le 53.660 unità vanno considerate su una capienza ufficiale di 50.780 posti, che a sua volta vanno riconsiderati alla luce dell’introduzione negli istituti di sezioni dedicate alla quarantena preventiva o all’isolamento sanitario, con utilizzo frequente di celle singole. Riparametrando, la capienza totale scende a 47.445 posti disponibili. Questo dato numerico, già di per sé preoccupante, va tradotto in dato qualitativo, che possa raccontare di come si sta in carcere. Da un lato, non bisogna pensare a una distribuzione uniforme della popolazione, ma ci saranno istituti più o meno affollati, sezioni più o meno affollate. Inoltre, il sovraffollamento si traduce in un peggioramento delle condizioni di detenzione (più alto il rapporto detenuti/personale giuridico-pedagogico, più difficile l’accesso alle cure, al trattamento, ridimensionati gli spazi, più lenta la turnazione per l’accesso alle lavorazioni, ecc.) Credo sia necessario interrogarsi sul significato del fatto che non si è riusciti a realizzare una spinta compiutamente deflattiva anche quando la posta in gioco era la vita, l’innescarsi di focolai, il possibile ripresentarsi di proteste simili a quelle di marzo 2020. È necessario interrogarsi su che cosa questo ci dica delle logiche che sottendono le politiche detentive in questo paese.

Il secondo punto riguarda la questione della sorveglianza dinamica e del sistema “a custodia aperta”, introdotto in seguito alla “sentenza Torreggiani” della Corte Europea dei Diritti Umani che, come noto, ha condannato più volte l’Italia per le condizioni di sovraffollamento e per il trattamento inumano negli istituti di pena, costringendo dunque il sistema carcerario a un mutamento profondo degli assetti organizzativi. Dal 2013, la quotidianità detentiva si svolge non più solo in cella, ma in sezione e (teoricamente) negli spazi adibiti alle attività trattamentali (dove presenti). L’idea è che ad ogni persona detenuta vada messo a disposizione uno spazio vitale di almeno tre metri quadrati calpestabili, nonché la possibilità di prendere parte ad attività trattamentali e ricreative in aree destinate. L’apertura delle celle per almeno otto ore al giorno è stata forse il più grande cambiamento avvenuto all’interno del carcerario negli ultimi anni. Durante la pandemia, per ovvie ragioni e per limitare il rischio del contagio, le celle sono state chiuse, i numeri delle e dei partecipanti alle attività contingentati. Per quanto tali misure fossero giustificate nel corso dell’emergenza pandemica, è adesso di estrema importanza monitorare che si ritorni quanto prima verso il regime a custodia aperta e l’apertura delle celle per almeno otto ore al giorno, anche in ragione del positivo avanzamento del piano vaccinale sia per il personale che per chi stia scontando la pena in carcere. Tuttavia, la maniera disomogenea in cui istituti e sezioni stanno procedendo verso questa direzione è fonte di preoccupazione. In alcuni casi, durante alcune visite in alcuni istituti, la volontà di mantenere il “regime a custodia chiusa” perché renderebbe il carcere più “ordinato e pulito” è stato esplicitamente avanzato. Questo è un elemento critico del nostro sistema carcerario ed è imprescindibile monitorare che le riaperture proseguano, nel pieno rispetto del diritto delle persone detenute a non essere sottoposte a trattamenti inumani e degradanti. Peraltro, va anche considerato che tutte le attività e l’ingresso dei volontari sono state sospese nei momenti più acuti del contagio, ed è importante che ripartano anch’esse.

In terzo luogo, la pandemia ha reso evidente anche la possibilità di innovazioni positive. Ne è un esempio lampante la possibilità per le persone detenute di accedere ad un maggiore utilizzo delle telefonate e l’introduzione della possibilità delle videochiamate e dei colloqui video. Per regolamento, detenute e detenuti hanno diritto a una sola chiamata a settimana di dieci minuti, verso numeri preliminarmente identificati – solitamente numeri fissi. Per telefonare si utilizza il telefono fisso messo a disposizione. Per quanto riguarda i colloqui, hanno diritto a sei colloqui al mese di un’ora ciascuno. Durante la pandemia, per permettere a detenute e detenuti di poter chiamare più spesso i propri cari o di poter fare videochiamate in sostituzione dei colloqui in presenza, sono stati introdotti dei telefoni cellulari, messi a disposizione delle persone ristrette in maniera controllata. Questo piccolo elemento rappresenta una grandissima innovazione, che non va dismessa ma anzi andrebbe mantenuta e incentivata, magari con l’introduzione di un maggior numero di telefoni, o con un maggior numero di linee telefoniche a disposizione dei detenuti per le chiamate. La scelta di per sé positiva di concedere un maggiore utilizzo degli strumenti di comunicazione alle persone detenute disvela il fatto che non ci fossero limiti tecnici a impedire che tale strada venisse intrapresa anche prima, indipendentemente dalla pandemia; l’impedimento sembra piuttosto manifestarsi cristallino in tutta la sua volontà squisitamente politica. Proprio perché siamo di fronte a una volontà politica e non tecnica, è rilevante che questa innovazione venga adesso mantenuta.

È molto importante che di carcere si parli con un occhio quanto più attento a cosa succede al suo interno, a cogliere la maniera in cui i dati numerici che a volte propongono delle fotografie della situazione carceraria comunque preoccupante corrispondano, poi, a quelle condizioni fattuali che danno sostanza alla pena detentiva, che la rendono particolarmente afflittiva. Puro tempo sottratto alla vita, come più volte ha ribadito il Garante Nazionale delle persone private della libertà. Il virus che ha stravolto la quotidianità di tutte e tutti si conferma elemento in grado di illuminare le storture del sistema e, speriamo, di indicare la strada per un possibile miglioramento.

*Giulia Fabini è Presidente di Antigone Emilia-Romagna e membro dell’Osservatorio sulle condizioni di detenzione dell’Associazione Antigone. E’ assegnista di ricerca in criminologia presso il Dipartimento di Scienze Giuridiche dell’Università di Bologna.

1 Su questo, mi si permetta di rimandare ad altri lavori in cui ho sviluppato questo tema, nei Rapporti annuali di Antigone: https://www.antigone.it/tredicesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione/03-detenzione-femminile/; https://www.antigone.it/quindicesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione/donne-non-solo-numeri/;

2 Il carcere al tempo del Covid-19 e oltre il virus è stato raccontato nel XVI e XVII rapporto dell’Associazione Antigone sullo stato delle carceri: https://www.rapportoantigone.it/diciassettesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione/wp-content/uploads/2021/05/ANTIGONE_XVIIrapporto.pdf; https://www.antigone.it/upload/ANTIGONE_2020_XVIRAPPORTO%202.pdf.

3 La diminuzione delle presenze non è dipesa solo dalle uscite, ma dalla diminuzione degli ingressi. Si veda l’intervista a Mauro Palma in riferimento alle misure intraprese durante la prima ondata del contagio da Covid-19: https://www.treccani.it/magazine/atlante/societa/La_situazione_nelle_carceri.html Inoltre, come sempre il garante ha avuto modo di ribadire nella presentazione al Parlamento del Rapporto del Garante 2021, la diminuzione pure significativa non è dipesa dai provvedimenti governativi, piuttosto timidi, ma dall’attività più che altro della Magistratura di Sorveglianza direzionata al maggior utilizzo degli arresti domiciliari: https://www.raiplay.it/video/2021/06/Parlamento-Camera-dei-Deputati-8224c2b2-a46d-4b1e-8048-b872ac7e00f4.html

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